ROSSETTO E CAMPIONATO – Braccia al cielo

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Ci sono storie che per quanto possano raccontarcele, per quanto possiamo cercare testimonianze, video, fotografie, ci sono storie che se non le hai vissute in prima persona non riuscirai mai a gustare fino in fondo. Nasco nel ’91, ho sbiaditissimi ricordi della Champions League vinta dalla mia Juve nel 1996, così come vivi e puri ricordi del Mondiale del 2006.

Eppure, per chi c’è stato ed ha avuto l’onore di esserne testimone, il Mondiale del 1982 è storia a parte. Episodi che ho visto e rivisto, che ho vissuto attraverso le parole dei miei genitori e di chi c’era, ma di cui mai sono riuscita a carpire esattamente la profonda essenza di quello che provarono gli uomini di Enzo Bearzot quell’anno in Spagna.

Fino a questo momento.

La mia prima maglia della Juve, acquistata a Milano qualche anno fa, aveva stampato il numero 20 a corredo del mio cognome. Il 20 ai tempi non era altro che il mio numero fortunato, nonché il numero di maglia del talismano Padoin. Ma il 20 vero, quello della storia che sto per raccontarvi, ha portato sì una maglia bianconera, ma con il 9. Il suo 20 è di quelli azzurri, di quelli che restano scolpiti nella memoria di chi si è riempito gli occhi con le sue azioni durante quell’estate dell’82. Quel ragazzino magro, tanto magro da non capire come facesse a reggersi sulle sue gambe, è Paolo Rossi.

Quanto dura un attimo” è l’autobiografia di Pablito, scritta a quattro mani con sua moglie Federica Cappelletti, madre di due dei suoi tre figli, ed edito da Mondadori. Ti cattura la copertina, le braccia al cielo, una di quelle fotografie che chissà quante volte ho visto. Ma più di tutto, più della storia di un campione vero, questo è il racconto di un bambino come tanti, di quelli che si scottavano le ginocchia sui campetti degli oratori, un bambino magro, così magro da avere dei dubbi seri sulla sua personalità in campo.

Eppure, nonostante le remore di mamma Amelia, Paolino riesce a conquistarsi un posto nell’ambitissimo collegio della Juventus a Villar Perosa. Entra nelle grazie dell’Avvocato Agnelli, ma non ci avevano visto male quelli che lo ritenevano troppo gracile. Un numero infinito di operazioni ai menischi costringono Paolo a stringere i denti, a doversi far grande prima di ogni altro adolescente, e non avere paura di vivere da solo tra le quattro mura di un ospedale, e a non rinunciare al sogno che prima di esser suo era stato di suo fratello Rossano, e prima ancora di suo padre, Vittorio.

Rossi conquista allenatori e presidenti, vince il campionato di B con la maglia del Lanerossi Vicenza allenato da Gibì Fabbri, vive la retrocessione dopo l’ennesimo infortunio, riparte proprio dalla B con il Perugia. Viene travolto dallo scandalo Calcioscommesse, nel 1980, proclamandosi a gran voce innocente, con l’unica colpa di aver avuto ingenui colloqui con personaggi sibillini ed aver fatto unicamente il suo lavoro di bomber, quello per cui prima a Vicenza e poi a Perugia veniva fermato per strada da tifosi adoranti.

I due anni di squalifica che tengono lontano Rossi dai campi non riescono però a ledere l’affetto e la credibilità che si è costruito negli anni, e testimoni di questa incrollabile fede restano Gianni Agnelli, che lo rivuole alla Juventus, ed Enzo Bearzot.

Con la Juve porterà a casa due scudetti e una Champions League, quella della tragica notte dell’Heysel per cui più volte si scuserà. Con Bearzot, non basterebbe una vita per ricordare ciò che si è portato a casa Rossi.

Non è solo la Coppa del Mondo, non il pallone d’Oro. È la credibilità recuperata dopo due anni di allenamenti solitari, dopo interminabili giornate passate nel bianco di un ospedale, dopo le valanghe di insulti della prima fase del campionato Mondiale. È la stima di calciatori del calibro di Pelè, di Maradona, del suo calciatore preferito da bambino, Kurt Hamrin, di cui andava ad ammirare le gesta con suo papà Vittorio quando lo stesso Hamrin lottava tra le file della Fiorentina.

E poi non la finale, ma quel 3-2 con il Brasile. Il Brasile di Zico, Falcao, Socrates e Cerezo. Ma l’Italia era quella di Paolo Rossi. Di una tripletta che distrugge anni di tormenti, di desiderio di mollare e andare a vedere com’è il calcio d’oltreoceano. Ricco di dettagli che solo chi ha vissuto quei momenti in prima persona, il volume ripercorre la storia di Pablito da Prato, con una minuzia di particolari che permette anche a chi come me non era ancora nato, di vivere i momenti di quel mondiale come se fossi stata al fianco del Presidente Pertini.

Complici i dialoghi un po’ troppo stucchevoli e talvolta scontati, il libro perde mordente in alcuni punti: ma la dovizia di aneddoti che passano dalla commozione al più puro divertimento non lascia che gli occhi si stacchino dalle pagine. Perché diciamoci la verità: anche se di questa storia conosciamo fin troppo bene il finale, riviverla attraverso gli occhi e le parole di chi l’ha creata, cadendo e rialzandosi mille volte, ci fa sentire parte di qualcosa di molto più grande. Ed è come se fossimo stati lì a Madrid anche noi.