A(F)FONDO – VAR o non VAR, questo è il dilemma

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VAR o non VAR?

La polemica è datata, e si è inasprita nel corso di questo campionato. Il VAR è utile o no? Il protocollo va modificato? O magari è meglio tornare al passato, eliminando qualsiasi interferenza esterna? Lasciare, dunque, ogni giudizio alla quaterna arbitrale e limitare l’uso della tecnologia a quella di porta, rivelatasi estremamente utile?

Come funziona il VAR

Il sistema VAR è stato utilizzato per la prima volta nel 2016 nella USL Pro, lega di calcio americano allora corrispondente alla nostra Serie C. Consiste nell’utilizzo, da parte di due ufficiali di gara chiamati VAR (Video Assistant Referee) ed AVAR (Assistant Video Assistant Referee) di immagini in tempo reale, fornite in esclusiva per la sala VAR, al fine di poter più precisamente giudicare episodi dubbi, comunicando via radio il risultato delle verifiche video al primo arbitro in campo, ovvero richiamandolo a vedere in un monitor posto a bordo campo determinati episodi sospetti. E’ oramai utilizzato in tutti i maggiori campionati europei, ed in tutti ha sollevato polemiche, perfino nella Premier League.

Il protocollo

Il protocollo VAR applicato in Italia, ed autorizzato dall’IFAB, l’Organo che regolamenta in via esclusiva ed in maniera omogenea il calcio professionistico e dilettantistico a livello internazionale, prevede in estrema sintesi che VAR ed AVAR possano intervenire, sollecitando la revisione del primo ufficiale di gara, in soli quattro casi: – rete segnata o non segnata; – calcio di rigore o non calcio di rigore; – espulsione diretta; – scambio di identità tra giocatori (quando l’ufficiale di gara per errore assegna una sanzione ad un giocatore anziché ad un altro).  Spetta, comunque, sempre e soltanto al primo ufficiale di gara decidere se rivedere o meno l’azione e decidere, una volta avviata una revisione, se modificare o confermare un provvedimento.

Le polemiche

Ovunque, ed a maggior ragione nel Belpaese della moviola, sono nate e si sono intensificate polemiche intorno ad uno strumento nato per spegnerle. I tedeschi contestano, ad esempio, la gestione accentrata del VAR, sostenendo che l’affluenza delle immagini da tutti i campi nella sola centrale di Colonia produca eccessivi ritardi ed errori. In Spagna problemi tecnici di implementazione hanno minato la credibilità dello strumento. I britannici, che odiano le interruzioni e lo “spaccare il capello”, hanno molto criticato l’utilizzo del VAR per i fuorigioco millimetrici, sostenendo che sarebbe necessario prevederne il non utilizzo entro certi margini di errore. In Italia, Paese dei complotti, di Calciopoli e di Scommessopoli, l’attenzione si è focalizzata, manco a dirlo, sull’utilizzo che del VAR fa il primo ufficiale di gara.

Le italiche proteste

Tra i mille appunti fatti in Italia al VAR dalla sua implementazione in poi, uno emerge su tutti. Si contesta, fondamentalmente, la assoluta discrezionalità del primo ufficiale di gara nel decidere se rivedere o meno un’azione. La patria diffidenza delle italiche tifoserie per l’arbitro “cornuto” condiziona ogni discorso.

I pro ed i contro

Chi scrive aderisce del tutto all’idea che sia opportuno che l’ultima decisione, sia sulla necessità o meno di una revisione che sul provvedimento di volta in volta assunto, resti in capo al primo ufficiale di gara; diversamente, si depotenzierebbe del tutto la figura dell’arbitro in campo, sia dinanzi ai giocatori che dinanzi ai tifosi. Tra l’altro, la previsione di ipotesi di revisione obbligatoria non farebbe che spostare le polemiche dal primo arbitro a VAR ed AVAR. D’altra parte il sistema si presta comunque a critiche nella misura in cui, checché ne dicano arbitri ed ex-arbitri, i principi di “colleganza” possono sempre interferire con la serenità di giudizio, essendo quaterna arbitrale, VAR ed AVAR appartenenti allo stesso Organo.

Le possibili modifiche

Si è discusso enormemente di modifiche terminologiche del protocollo, di maggiore precisione, di omogeneità di applicazione, che cozza inevitabilmente con il margine di discrezionalità che qualsiasi organo giudicante deve ontologicamente avere. A mio modesto avviso, da operatore del diritto nella vita quotidiana, le modifiche alle sole norme, senza aderenza con la realtà, sono sempre e soltanto palliativi.

Il vero correttivo

Diamo a ciascuna squadra la possibilità di provocare una revisione VAR per due o tre volte al massimo durante una partita, a discrezione dell’allenatore. Si placherebbero, almeno in parte, le note polemiche. Gli allenatori sarebbero responsabilizzati, così come i giocatori, avendo uno strumento potenzialmente importantissimo ma limitato, da utilizzare quindi con estremo criterio. I dubbi circa interferenze di “colleganza” o altro rispetto a determinati episodi si dissolverebbero. I tifosi, piuttosto che sugli episodi, comincerebbero a discutere sulla capacità di allenatore e giocatori di utilizzare questa possibilità, che diventerebbe parte del gioco senza “crisi di rigetto”. Questo correttivo dovrebbe accompagnarsi al corollario del tempo effettivo nei minuti di recupero, in modo da ridurre l’utilizzo di sostituzioni, VAR o più classiche “meline” per non consentire recupero effettivo all’avversario.

Le polemiche non si spegnerebbero, non mi illudo, ma sono portato a credere che sarebbero sensibilmente ridotte.

 

P.s. L’articolo è stato scritto mercoledì 12 febbraio, destinato alla odierna pubblicazione. Ieri 13 febbraio esce sul sito della FIGC una nota ufficiale sulla sperimentazione del “challenge”, come riportato dal nostro sito. Giuro che non ho parlato con Gravina e Rizzoli.