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Una rivoluzione per salvare il calcio italiano
Se è vero che tre indizi fanno una prova, il terzo Mondiale di fila mancato dall’Italia costituisce una prova inconfutabile del fallimento del nostro sistema calcio.
All’indomani della vergognosa eliminazione per mano della Bosnia, sono cominciati i soliti processi ai quali siamo ormai abituati dal 2018, quando a sbarrarci la strada dei Mondiali fu la Svezia. Pensavamo di aver toccato il fondo, ma quattro anni più tardi la storia si ripeté, questa volta a opera della Macedonia.
E ora la notte di Zenica, che rimarrà tra i momenti più bui del nostro calcio. Sono andato a leggere quanto scrissi all’indomani della beffa di Palermo contro la Macedonia, sicuramente più debole della Bosnia. Potrei fare un copia e incolla di quell’editoriale cambiando soltanto i nomi dei protagonisti, Gattuso al posto di Mancini, mentre al vertice della Federcalcio c’è sempre Gabriele Gravina.
Vi risparmio la noia di rileggermi, ma non posso fare a meno di riproporre la chiusura dell’articolo: “E allora, o tutti si danno una regolata e cominciano seriamente a pensare al bene supremo del nostro calcio, oppure tra quattro anni ci ritroveremo a fare gli stessi discorsi e gli stessi processi di oggi. Chiunque sederà sulla panchina della Nazionale”.
Le cause della disfatta sono rimaste le stesse: la serie A è un campionato sempre meno competitivo in cui il 70% dei giocatori sono stranieri, mentre nel 2006, quando vincemmo il Mondiale in Germania, la proporzione era l’esatto contrario: 70% di italiani e 30% di stranieri. Questo significa che chiunque sia il CT dell’Italia, avrà sempre una base molto ridotta dalla quale fare le convocazioni.
E poi i settori giovanili faticano a costruire giocatori perché anche lì gli stranieri sono troppi e il sistema pensa prima di tutto ai risultati, mentre gli allenatori rimbambiscono i ragazzi con nozioni di tattica anziché insegnare la tecnica individuale, senza la quale ogni schema diventa utopia.
E ancora la scarsa fiducia nei nostri giovani: le nostre nazionali giovanili sono sempre competitive a livello internazionale, ma poi quasi nessuno arriva a essere titolare in serie A, talvolta anche in serie B.
Si preferisce ingaggiare stranieri a fine carriera e in cerca dell’ultimo contratto, anziché puntare sui giovani, concedendo loro la possibilità (sacrosanta) di sbagliare senza bruciarli al primo errore. Qualche giorno fa Julio Velasco, il CT dell’Italia che domina la pallavolo femminile nel mondo, ebbe a dire: “Se Yamal fosse nato in Italia, a 17 anni non avrebbe mai giocato in serie A”.
Parole sante che spiegano alla perfezione il sistema distorto del nostro calcio. I giovani vengono mandati a “maturare” in serie B o in serie C, mentre in Inghilterra, in Spagna, in Germania sono titolari fissi in prima squadra a 17 anni e giocano in Champions League.
Campionato poco competitivo, si diceva, giocato a ritmi bassi e con scarsa intensità. Fra i tanti colpevoli di questa situazione ci siamo anche noi giornalisti, che scambiamo spesso per fenomeni giocatori assolutamente normali. Quali sono i fuoriclasse del calcio italiano?
Le riforme che non hanno mai visto la luce: nel programma elettorale di Gravina c’era la riduzione del format dei campionati, a cominciare dalla serie A a 18 squadre. Riforma abortita per l’opposizione feroce della Lega Calcio, alle prese con bilanci disastrati per non dire disastrosi.
Per i dirigenti del nostro calcio professionistico la Nazionale è un odioso fastidio perché sottrae energie ai club, restituendo giocatori stanchi (quando va bene) o infortunati.
Quindi si cerca di ostacolarla in tutti i modi, negando gli stage richiesti dal CT, costretto a organizzare cene carbonare in giro per l’Italia nel tentativo di cementare il gruppo.
Per aggirare le norme comunitarie sulla libera circolazione dei lavoratori servirebbe un “gentlemen agreement”, un patto tra gentiluomini per porre un limite all’impiego degli stranieri (il Como è una splendida realtà, ma in campo Fabregas non schiera neppure un italiano). Ma dove sono i gentiluomini?
Senza contare che ormai quasi la metà delle nostre società di serie A sono di proprietà di fondi di investimento esteri, che hanno come scopo primario quello di produrre utili e, se potessero abolire la Nazionale italiana con un colpo di bacchetta magica, lo farebbero subito.
E allora come si esce da questa situazione (domanda ormai ricorrente da otto anni)? Bisognerebbe azzerare tutto e ricominciare da capo, con nuovi dirigenti e nuove idee. Ma penso che non succederà perché chi sta nelle stanze dei bottoni non ha nessuna voglia di farsi da parte.
Ma anche se si facesse piazza pulita di tutto e di tutti, non sarebbe sufficiente se a monte non ci fosse un’autentica rivoluzione culturale. Che è la cosa più difficile. Per questo continuo a pensare che tra quattro anni ci ritroveremo a fare gli stessi discorsi, a cercare i colpevoli di un nuovo fallimento, a ipotizzare vie d’uscita impervie e complicate.
E da sabato ricominceremo a parlare di lotta per lo scudetto forse riaperta, di errori arbitrali (a proposito, Turpin ci ha danneggiato con la Bosnia, ma se non andiamo oltre non cresceremo mai), di Inter-Roma e Napoli-Milan, come se fossero le finali di un Mondiale che vedremo ancora una volta in televisione.
(Foto: Depositphotos)
