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Il Mondiale del Compromesso: la FIFA ai piedi della Casa Bianca

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Fifa
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Il Mondiale del Compromesso: la FIFA ai piedi della Casa Bianca
Dai biglietti a prezzi da usura ai visti negati, fino alla clamorosa grazia concessa a Balogun: la FIFA di Infantino abdica al regolamento per compiacere la Casa Bianca, fondando un precedente che demolisce l’etica del calcio.

C’era una volta il calcio…

C’era una volta il calcio, quel gioco dalle regole universali, democratiche e quasi monastiche, in cui l’uguaglianza dei ventidue in campo era garantita da un codice scritto nell’infanzia di ognuno di noi. Un codice elementare e immutabile: se entri a tacchetti spianati sulla caviglia di un avversario mettendo a rischio la sua incolumità, l’arbitro ti espelle e ti costringe a saltare la partita successiva.
Questo valeva a Zurigo come su un campo di terra battuta della periferia di Buenos Aires o di Nairobi.
C’era una volta, appunto. Perché nell’iperuranio della FIFA targata Gianni Infantino, persino le leggi della fisica, della logica e del regolamento internazionale si piegano con sorprendente elasticità se a sollevare il telefono è l’inquilino della Casa Bianca.
Il clamoroso “pasticcio” giuridico-sportivo andato in scena a ridosso dell’ottavo di finale tra Stati Uniti e Belgio porta all’apice — o forse al punto di non ritorno — un Mondiale nato male, gestito peggio e destinato a passare alla storia come il più controverso, elefantiaco e mercantilista di sempre.
Un torneo in cui il rettangolo verde è diventato una mera appendice coreografica rispetto ai veri tavoli da gioco: quelli dei consigli d’amministrazione e delle cancellerie governative.

Il “Codice Trump” e la grazia di Zurigo: la nascita del cartellino rosso condizionato

Per comprendere la gravità della deriva attuale, è necessario riavvolgere il nastro sui fatti che hanno sconvolto i corridoi della giustizia sportiva.
L’attaccante statunitense Folarin Balogun viene espulso dall’arbitro Claus durante l’infuocato match contro la Bosnia per un intervento duro e fuori tempo massimo ai danni di Muharemovic. Rosso diretto confermato dal VAR, squalifica automatica di una giornata. Il copione scritto da oltre un secolo di storia del calcio prevedeva una sola e noiosa conseguenza: il calciatore si siede in tribuna d’onore a Seattle a masticare gomma americana, guardando i compagni sudare. Ma siamo in America, la terra delle infinite possibilità, specialmente se vesti la maglia della nazionale ospitante ed esecutiva della geopolitica globale.
Con una capriola ermeneutica mai vista da quando l’uomo ha gonfiato una camera d’aria, la Commissione Disciplinare della FIFA ha rispolverato una lettura fantascientifica dell’articolo 27 del proprio Codice Disciplinare per “sospendere la squalifica per un periodo di prova di un anno”. Traduzione simultanea dal burocratese all’evidenza dei fatti: Balogun gioca l’ottavo di finale.
Il motivo di tale benevolenza? Una telefonata — ampiamente documentata dalle agenzie di stampa internazionali — partita dagli uffici di Donald Trump e diretta senza intermediari sullo scranno presidenziale di Gianni Infantino.
Una conversazione cordiale, conclusasi con il ringraziamento social del Presidente statunitense per aver “rimediato a una grande ingiustizia arbitrale contro i nostri ragazzi”.

Siamo ufficialmente entrati nell’era della giustizia sportiva “ad personam”, o per meglio dire, “ad patriam”

Mentre la federazione belga si dichiara “allibita e sbigottita” e il CT Rudi Garcia ironizza davanti ai microfoni chiedendosi se a Zurigo abbiano confuso il mese di luglio con il pesce d’aprile, c’è pochissimo da ridere. Con questa mossa, la FIFA crea un precedente catastrofico, una vera e propria bomba atomica sotto le fondamenta del gioco.
Da oggi in poi, l’effetto di un cartellino rosso non dipenderà più dalla gravità del fallo o dalla violenza dell’impatto, ma dal peso geopolitico della federazione di appartenenza, dal PIL del Paese ospitante e dal network di contatti privati del proprio capo di Stato. Se la federazione è abbastanza influente, la squalifica diventa “con la condizionale”, trasformando il campo in un’aula di tribunale d’appello permanente dove il fischietto dell’arbitro ha lo stesso valore di una raccomandazione scritta sulla sabbia.

Un torneo extralarge: quando il gigantismo commerciale soffoca lo sport

La FIFA, concedendo in extremis la grazia agli Stati Uniti, aggiunge l’ultimo e più fragoroso tassello a una gestione clientelare, schizofrenica e caotica che caratterizza l’intera rassegna nordamericana.
Questo Mondiale “extralarge” a 48 squadre — un Moloch burocratico partorito dalle menti di Zurigo al solo scopo di moltiplicare i diritti televisivi, i voti congressuali e gli sponsor globali — sta mostrando tutte le sue insanabili crepe strutturali.
Mentre i gruppi ambientalisti e gli scienziati del clima calcolano l’impatto ecologico devastante di un torneo frammentato e schiacciato tra tre nazioni gigantesche, costringendo le squadre a voli transoceanici continui e a sbalzi termici che sfidano la biologia umana, i tifosi locali e i viaggiatori stranieri sono stati ridotti a meri bancomat da svuotare senza pietà.
L’introduzione selvaggia dei “prezzi dinamici” sugli algoritmi di vendita dei biglietti ha trasformato le partite di calcio in beni di lusso accessibili solo a broker di Wall Street e oligarchi dei media. Vedere un match di cartello in stadi pensati per il football americano è diventato un salasso: i tagliandi per la finale del MetLife Stadium sono schizzati alla cifra astronomica di 11.000 dollari sul mercato ufficiale primario. Una speculazione legalizzata così violenta da spingere i procuratori generali di diversi Stati americani ad aprire fascicoli d’indagine antitrust. Il calcio popolare, insomma, è stato gentilmente sfrattato.

L’ipocrisia geopolitica: porte sbarrate e cooling break commerciali

L’ipocrisia istituzionale tocca però il suo culmine se si sposta lo sguardo fuori dai tornelli dorati degli impianti statunitensi. La FIFA, che riempie i propri canali social di slogan sull’inclusività, sul superamento dei confini e sulla fratellanza universale dei popoli, ha accettato supinamente e senza battere ciglio il rigido bando sui visti d’ingresso imposto dall’amministrazione USA.
Il risultato? Di fatto, è stato impedito ai normali cittadini e ai tifosi appassionati provenienti da paesi qualificati come Iran, Haiti, Costa d’Avorio e Senegal di entrare nel territorio americano per sostenere i propri beniamini.
Le squadre giocano, i governi discriminano in base al passaporto, e la FIFA si volta dall’altra parte mentre incassa gli assegni delle multinazionali.
Persino i sacrosanti “cooling break” — introdotti originariamente per salvaguardare la salute dei calciatori costretti a correre sotto l’afa asfissiante e i quaranta gradi di Dallas o di Città del Messico — sono stati colonizzati dalle emittenti televisive. Quelli che dovevano essere minuti di soccorso medico e idratazione si sono magicamente trasformati in provvidenziali finestre pubblicitarie della durata tassativa di due minuti e mezzo, utili a vendere camioncini diesel, assicurazioni sulla vita e bibite gassate. Lo spettacolo non si ferma per la salute dell’atleta, si ferma perché il network deve fatturare.

Verso il tramonto definitivo della credibilità sportiva

Se l’obiettivo ultimo del calcio d’élite era quello di completare la propria metamorfosi, smettendo i panni di disciplina sportiva per diventare un puro segmento dell’industria dell’intrattenimento privato d’oltreoceano — privo di etica, standardizzato e rigidamente guidato dal lobbismo politico — bisogna dare atto a Gianni Infantino di aver completato l’opera con cinica maestria.
Il pallone, in questa estate nordamericana, ha smesso ufficialmente di essere rotondo: ha preso la forma geometrica del dollaro e risponde, nei suoi esiti, ai decreti esecutivi emanati da Washington.
Resta da capire, una volta spenti i riflettori di questa kermesse, con quale coraggio e con quale briciolo di autorità un arbitro internazionale potrà, da domani in poi, sventolare un cartellino rosso sul campo senza il timore fondato che una task force di avvocati d’affari, diplomatici e capi di Stato lo trasformi, nel giro di una notte e via tweet, in un innocuo e ridicolo buffetto sulla spalla. Di questo passo, e con queste premesse, la finalissima del 19 luglio non premierà la squadra che avrà espresso il miglior calcio, ma quella che disporrà delle linee telefoniche più efficienti e del premier più persuasivo.
Benvenuti nel calcio del Ventunesimo Secolo: dove il fallo è grave solo se non hai un seggio alle Nazioni Unite.

Dottore Magistrale in Giurisprudenza presso l'Università degli studi Suor Orsola Benincasa. Redattore LBDV, nonchè scrittore e conduttore di "BLITZ!" e "MATCH!" - i programmi in diretta social dedicati, rispettivamente, al calciomercato e alla stagione calcistica.

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