ÇA VA SANS DIRE – Il Re del Metro Quadro

Focus On Vetrina
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Ser yoven y no ser revolucionario es una contraddicciòn. Hasta biològica. S. Allende.

 

 

Il grembiulino lascia scoperte le ginocchia olivastre di Juana: il broncio, ingenuo ed irresistibile, le disegna tre rughe per zigomo. La luna passa per la finestra aperta e le accarezza il profilo andino. Victor è rincasato di corsa, sono giorni in cui il cuore batte veloce. Nella cazuela fumante una rondella di granturco fa le giravolte nel brodo. Scosta la sedia e passa la mano sul fianco morbido della moglie, ringraziandola senza parlare. Bussano forte alla porta. Juana abbassa gli occhi, s’asciuga le mani in grembo ed apre: la paura le solleva le spalle e nasconde il collo. El Prìncipe entra sbattendo gli stivaloni neri, col casco in testa e righe torve tracciate sotto gli occhi. Fucile in spalla e pistola alla cintura: le granate in petto ciondolano al tempo dell’andatura tracotante. Victor non si gira, la voce dell’ufficiale alle sue spalle è una sentenza di morte.

Sei tu Victor Jara, il cantautore marxista di merda?

Trascinato sul camioncino, ci mette un attimo a realizzare: lo stanno portando all’Estadio Nacional. Ne uscirà con le dita spezzate ed una canzone in tasca che rimarrà incompiuta. Juana stessa stenterà a riconoscerne il corpo senza vita, deturpato dalle percosse.

L’Estadio Nacional de Chile, ammodernato in ogni sua parte, reca tuttavia alcune delle originarie panche in legno, ad imperitura memoria dei giorni della tortura. Sono state lasciate alla Salida Ocho, da dove i deportati si illudevano di vedere i familiari, accalcati all’esterno nella disperata attesa d’un segnale di vita. Le pareti sono state ridipinte, ma sulle mura si distinguono ancora iniziali e segni dei giorni, ché qualcuno provò a non perdere la nozione del tempo.

Graffi, cicatrici che tormentano le coscienze. Una storia di lacrime, sangue e libertà.

 

 

Autunno del 1988, pochi mesi al referendum.

Due lettere – NO – sormontate sulla sinistra da un arcobaleno. Tre mimi incipriati salutano col fiocco arancione. Capriole spensierate nell’erba alta, in una pioggia di fiori di pesco. Uno spot alla TV veicola il concetto rivoluzionario: l’allegria sta arrivando. Poi un primo piano squarcia l’anima: Olga Garrido, splendida sessantenne, siede su un divano a fiori. Parlano i suoi occhi.

Sono stata sequestrata e picchiata brutalmente. Le torture fisiche sono riuscita a cancellarle, quelle morali non posso dimenticarle. Per questo io voterò No.

Sono passati quindici anni. È lo spot che cambia il destino del Popolo con la coscienza graffiata.

 

 

11 settembre 1973, Palacio de La Moneda, Santiago de Chile.

Qualcuno ha disobbedito. La Payita è ancora accanto a lui, eternamente fedele. Il Grupo de Amigos Personales non lo ha lasciato: fuori è l’assedio. L’ordine è perentorio: Uscite e salvatevi. Io resto qui. Tremula, la voce di Luis Sepulveda gli supplica di fuggire, di accettare le condizioni del traditore. Lo sguardo fiero di Salvador Allende sovrasta il boato delle bombe: resta da solo nell’ufficio, in compagnia di un vecchio amico, l’AK-47 donatogli da Fidel Castro. Se lo punta alla tempia, lascia il Chile da uomo libero.

È la dittatura militare di Augusto Pinochet: temila omicidi a sangue freddo ed un’infinità di sparizioni forzate. L’Estadio Nacional è riconvertito in campo di concentramento dei prigionieri politici. Gli spalti diventano prigioni, negli spogliatoi le fucilazioni, i sotterranei riconvertiti in camere di tortura.

 

 

È pur sempre America Latina: fatalmente, comunque si dipani, la Storia si interseca col Calcio.

La svolta militare del Generalissimo, partorita dalla cupidigia Statunitense, ridiscute un panorama in cui tutto è Guerra Fredda. La Madre Russia, che da principio aveva benedetto la via del socialismo di Allende, improvvisamente non gradisce relazioni diplomatiche col Chile.

Resta da assegnare un posto ai Mondiali di Germania del 1974: se lo contendono Europa e Sudamerica. Eupalla, capriccioso e vigliacco, tesse la trama in tempi non sospetti. A pochi giorni dal golpe, è già fissata l’andata del doppio spareggio.

Che ci crediate o no, si affrontano Unione Sovietica e Chile.

Se la prima partita è un’odissea geopolitica, la gara di ritorno quasi assurge a casus belli. Pinochet, subdolo e abietto, impone alla FIFA l’Estadio Nacional, dove sono in corso le torture. Il Soviet non transige, e da Mosca parte il telegramma.

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L’URSS non si presenta, il Chile è qualificato ma la Giunta Militare impone il ridicolo. La Roja scende in campo, batte il calcio d’inizio e senza avversari davanti arriva in porta col pallone che consacra il Regime. Una barzelletta, se non fosse che negli spogliatoi stanno straziando uomini e donne.

 

Avrebbe dovuto metterla in porta Carlos Caszely: baricentro basso, capelli folti ed inconfondibili baffoni. Bomber del ColoColo, è l’idolo della gente. Figlio di un ferroviere ungherese, convinto sostenitore dell’Unidad Popular di Allende pensa all’insubordinazione: quando gli arriverà la palla lui la butterà fuori! Poi la palla gli arriva, ma lui la gioca: gli è mancato il coraggio di dire No. Negli spogliatoi lo trovano col faccione tra le mani: piange a dirotto. Quella sarà l’ultima volta, si promette. L’ultima volta che perderà l’occasione di dire di No.

La FIFA si gira dall’altra parte ed omologa il risultato. Prima che parta per la Germania, Pinochet riceve la Roja a Palazzo. Al momento del saluto, Carlos Caszely lascia il Generale con il braccio teso nel vuoto.

Avevo paura, ma era esattamente quello che dovevo fare

I Mondiali li gioca contro se stesso ed il Governo. Nel match d’esordio si fa deliberatamente buttare fuori: è il primo cartellino rosso nella storia dei Campionati del Mondo, grazie al quale salta la sfida contro la Germania Est. Guarda caso… Persona non grata alla Giunta Militare, è costretto a lasciare il Chile, riparando in Spagna: Re del Metro Quadro, continuerà a segnare per Levante ed Espanyol. La mannaia del Generalissimo non si fa attendere: è la famiglia a pagarne le conseguenze. Terribili.

Torna in Nazionale a furor di popolo alla vigilia dei Mondiali di Spagna ’82: Carlos il Ribelle, ancora una volta, rifiuta ogni obbedienza. Dagli undici metri, contro l’Austria, sbaglia un rigore. Non c’è bisogno di chiedere: è il Nemico del Generale, lo ha fatto apposta. In una occasione ufficiale, Pinochet gli chiede di togliere la sua solita cravatta rossa.

Questa è sempre qua, vicina al mio cuore

Si ritira tre anni dopo: alla gara d’addio, ovviamente all’Estadio Nacional, per la prima volta il Popolo leva la voce contro la dittatura. Scoppiano incidenti, la piazza ribolle. La polizia risponde, ma la Storia si era messa in moto, non l’avresti fermata comunque. Caszely, totem di libertà, può finalmente perdonarsi di non aver sbattuto fuori quel pallone insanguinato.

 

 

E poi, come d’incanto, è il 1988. Pinochet, in un sussulto di sicumera, azzarda un referendum su se stesso. La campagna pubblicitaria del partito del No, raccontata dalla sublime pelicula di Pablo Larraìn, è un cantico all’allegria: basta solo liberarsi di Augusto Pinochet… E fu!

Il primo piano di Olga Garrido si rivelò determinante: nessuno sapeva chi fosse, se non una delle donne brutalizzate dal regime che, battendosi il cuore, esortava al No.

Come in un poscritto, Olga smette di parlare ma lo spot continua. La telecamera stacca su un uomo, sormontato dallo stemma del ColoColo: bassino, capelli folti ed inconfondibili baffoni. È lui, El Rey del Metro Cuadrado, Carlos Caszely. Anche lui voterà No. Perché i sentimenti della donna sono i suoi stessi sentimenti. Perché l’allegria di Olga è la sua stessa allegria. Ma anche e soprattutto  

Porque esa linda señora es mi madre.

 

 

 

 

 

 

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