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A(F)FONDO – Ultras, il nuovo film sul tifo organizzato

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Ultras, il nuovo film prodotto da Netflix

Netflix, piattaforma di streaming oramai egemone nel mercato di riferimento, ha deciso di produrre il primo lungometraggio diretto da Francesco Lettieri, noto regista di videoclip musicali di grande successo.
Ultras, questo il titolo del lavoro, uscirà per tre giorni nelle sale cinematografiche italiane, dal 9 all’11 marzo, e poi sarà disponibile sulla piattaforma digitale a partire dal 20 marzo.

La sinossi ufficiale

Sul canale Youtube di Netflix si può leggere la sinossi ufficiale di Ultras, che ha accompagnato l’uscita, a gennaio, del primo teaser.

Napoli. A quasi cinquant’anni Sandro è ancora il capo degli Apache, il gruppo di ultras con cui ha passato tutta la vita allo stadio: una vita di violenza, scontri, passioni e valori incrollabili. Ma ora che un Daspo gli impedisce di avvicinarsi alla curva, quei valori iniziano a vacillare. Sandro sente per la prima volta il bisogno di una vita normale, di una relazione, magari anche di una famiglia. E ha incontrato Terry che è bellissima e non ha paura di niente.
Angelo ha sedici anni e considera gli Apache la sua famiglia, Sandro la sua guida, la persona che ha preso il posto di suo fratello Sasà, morto anni prima durante gli scontri di una trasferta. ULTRAS è la storia della loro amicizia, di una fede e di un amore scanditi dalle ultime settimane di un campionato di calcio. E dell’inevitabile incontro di entrambi con il proprio destino.

Il mondo Ultras

La storia dei protagonisti è legata a filo doppio alle vicende di un immaginario gruppo Ultras partenopeo, gli Apache; diventa in realtà quasi lo spunto, il pretesto, per la esplorazione di un mondo noto solo superficialmente ai più, molto spesso con mille pregiudizi.
Si tratta di un mondo estremamente variegato e complesso, ma che è sempre interessante analizzare.
Questo film è, del resto, l’ultimo di una lunga serie di lungometraggi e documentari legati all’argomento, tra cui forse il più noto è ACAB, interpretato tra gli altri da Marco Giallini e Pierfrancesco Favino.

Un pò di storia

I primi tifosi in Italia ad organizzarsi in associazione pare siano stati un gruppo di supporters laziali. Nel lontano 1932, crearono una prima associazione vera e propria, con una struttura gerarchica. Negli anni nacquero, poi, numerosissimi gruppi organizzati. Il primo gruppo ad avere utilizzato il termine ULTRAS pare sia stato sampdoriano, gli Ultras Tito Cucchiaroni, derivando il termine da un acrostico, ovvero “Uniti Legneremo Tutti i Rossoblù A Sangue”.
Nel corso degli anni sessanta i gruppi, originariamente quasi improvvisati, iniziarono a svilupparsi e i loro membri a distinguersi dai sostenitori tradizionali per il modo organizzato di incoraggiare la loro squadra del cuore. Ogni gruppo Ultras conia un proprio nome ed uno o più striscioni che diventano il proprio simbolo. Nascono le prime vere coreografie del tifo. Si cantano inni durante l’intero match, prima di frequente attinti dalle manifestazioni politiche tipicamente “sessantottine”, oggi quasi sempre tratti da canzoni popolari.
A questo fenomeno si associano anche, tuttavia, frequenti episodi di violenza.

La cultura Ultras

Molti sociologi hanno studiato e studiano il mondo Ultras, individuando o cercando di definirne la genesi, lo sviluppo, le caratteristiche culturali e comportamentali.
Quel che è certo è che si tratta di un fenomeno aggregativo nel quale il tifo finisce per essere lo strumento per affermare una identità, non tanto il fine.
E quello che è altrettanto certo è il fatto che cercare di categorizzare un mondo così variegato e sfaccettato è impresa destinata a fallire.
Raccogliere sotto una definizione semplicistica un fenomeno così complesso non pare possibile.

Il pregiudizio

Una delle caratteristiche principali del mondo Ultras è l’accettazione e la condivisione della violenza. La violenza, però, è “disciplinata” da codici comportamentali condivisi tra tutti i gruppi organizzati, attraverso i cosiddetti “scontri” che diventano una sorta di moderni tornei.
Il problema è che spesso questi codici comportamentali sono stati e sono utilizzati da criminali, travestiti da tifosi e da Ultras, per abbandonarsi ad atti di violenza indiscriminata.
E’ nato quindi, e con il tempo si è accresciuto, un pregiudizio forte nei confronti degli Ultras, spesso derubricati tutti sotto la voce “criminali”.
Un tale pregiudizio è figlio, tuttavia, di semplificazione estrema, e può condurre a risultati negativi.
Gli stadi pressoché vuoti, senza tifo, senza canti, senza colori sono estremamente tristi da vedere.

Il futuro

Occorrerebbe trarre il meglio da questi fenomeni, ed isolare i criminali che usano il tifo come semplice pretesto per dar sfogo ai bassi istinti.
Le misure repressive sono semplici toppe, ma non risolvono a monte il vero problema, che è quello delle infiltrazioni criminali nei gruppi.
Gli unici a poter riabilitare l’immagine del tifo organizzato sono, in realtà, i gruppi stessi: dovrebbero produrre dall’interno gli anticorpi ed espellere i corpi estranei, favoriti da una azione mirata e lungimirante delle forze dell’ordine.
Ma questa è un’altra storia.

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