Approfondimenti
NUMERO 14 – Eppure faceva l’ala destra
“E con il numero 7… Paolo Rossi”.
Possibile? Ma è quel Rossi? Ebbene si, i tabellini delle partite non mentono.
L’inizio di carriera di uno dei più famosi bomber del calcio italiano lo aveva visto giocare sulla fascia, nel ruolo di ala destra.
Almeno fino a quella sera. Un incontro di Coppa Italia. Cagliari contro Vicenza.
Il centravanti del Vicenza, maglia numero 9 sulle spalle, è Rossi.
La spiegazione di questa metamorfosi? Facciamo un salto indietro nel tempo.
Estate 1972, Prato.
Paolo Rossi ha sedici anni e la testa piena di sogni.
Sogni dolcissimi: immagina di essere come il suo idolo, lo svedese Kurt Hamrin, detto “Uccellino”, ex ala destra della Fiorentina, la sua squadra del cuore.
E’ esile come lui, è scattante come lui, semina gli avversari lungo la fascia e mette al centro invitanti cross per le punte.
E i sogni di Paolino sembrano materializzarsi il giorno in cui Italo Allodi, dirigente della Juventus, si presenta a casa dei suoi.
E’ venuto per lui, per quel ragazzino tutto dribbling e finte che ha attirato l’attenzione del suo collaboratore in zona, Luciano Moggi.
Gli hanno detto che Paolo è un ragazzo di talento, ha un avvenire da campione.
Allodi è una vecchia volpe del mestiere, sa su quali tasti premere per vincere le perplessità del genitori del ragazzo.
Papà Vittorio è entusiasta, Mamma Amelia decisamente meno ma deve cedere di fronte ai modi suadenti di Allodi e alla ferrea volontà di suo figlio.
Un assegno di venti milioni alla sua squadra, la Cattolica Virtus, e Paolo Rossi diventa un giocatore della Juventus.
Allodi lo presenta in società come un “piccolo Garrincha”, paragonandolo alla famosa ala destra del Brasile due volte campione del mondo.
Il ragazzo toscano comincia la sua trafila nelle giovanili.
Anni duri, di formazione, la classica gavetta che tocca a tutti i giovani aspiranti calciatori.
Ma nel suo caso la gavetta assomiglia più ad un calvario: nel giro di tre anni si deve operare per tre volte. Sempre il menisco. Alla fine di quattro gliene rimane solo uno.
La diagnosi di un medico è impietosa, la sua carriera di calciatore sarà molto breve, all’età di trent’anni le sue gambe martoriate gli presenteranno il conto.
Intanto alla Juventus stanno facendo le considerazioni del caso: avevano fatto un investimento considerevole per assicurarsi un futuro campione e si ritrovano invece con un abbonato alle stampelle.
Dal canto suo Paolo ha il morale sotto i tacchi e la testa piena di brutti pensieri, compreso quello di mollare tutto e tornarsene a casa.
Giampiero Boniperti, presidente della Juventus, deve prendere una decisione sul giocatore.
Anche lui è perplesso, questo Rossi che “si rompe in continuazione” non gli ispira fiducia.
Tuttavia l’investimento fatto richiede almeno che venga compiuto un ultimo tentativo.
La destinazione prescelta è Como. Un anno in prestito gratuito alla squadra lariana per dimostrare di essere un calciatore vero, uno su cui si può contare.
Ma in riva al lago le cose non vanno come previsto: l’allenatore non punta su di lui, lo lascia ad intristire in panchina. Appena sei le presenze in campo, nessun gol all’attivo.
E, ironia della sorte, gli tocca fare da riserva ad un altro Rossi, tale Renzo.
Scontato il mesto ritorno a Torino. A Como non ci pensano nemmeno a riscattare la comproprietà del cartellino di Rossi. Pensano non ne valga la pena.
Ma Paolo, ormai stufo di fare da bersaglio predestinato alla sfortuna, decide di prendere in mano la situazione.
Si presenta nell’ufficio di Boniperti e gli chiede una ultimissima chance. Vuole giocare. Non importa dove, anche in serie B, ma vuole giocare.
L’anno passato in panchina non gli è servito a nulla. Ha solo accumulato rabbia. Adesso vuole almeno un posto dove ci sia modo di sfogarla.
Boniperti ascolta e poi annuisce. E’ un dirigente pragmatico ma è stato anche un giocatore. Sa che l’unico verdetto che conta è quello del campo.
E, nel caso di Rossi, può essere dato solo al termine di una stagione passata a giocare.
Il ragazzo ha ragione. E’ suo diritto essere giudicato solo dopo un campionato da titolare.
La destinazione, stavolta, è Vicenza. Campionato di serie B. Il suo cartellino è in comproprietà tra le due squadre. Se riuscirà a farsi valere anche la squadra biancorossa ne avrà dei benefici per averlo valorizzato.
In altre parole la Juventus ha voluto mantenere il controllo sul giocatore solo fino ad un certo punto. Dipende da lui far ritorno a Torino.
Non ci sono più alibi.
E’ un Rossi pronto a tutto quello che arriva nella città del Palladio.
Ha vent’anni, le ginocchia già piene di cicatrici e tanta voglia di rifarsi del tempo perduto.
Non è possibile che il suo sogno di fare il calciatore sia stato solo una illusione.
L’allenatore della squadra, l’esperto G. B. Fabbri, lo osserva in allenamento, lo scruta.
E sorride, compiaciuto. Quello che vede in allenamento lo soddisfa. Il ragazzo gli tornerà utile in qualche modo.
Forse medita già la mossa a sorpresa, quella che nessuno si aspetta.
In questo caso, però, il Destino accelera i tempi: Vitali, centravanti titolare della squadra, rompe con il presidente Farina per una questione di ingaggio.
Viene immediatamente allontanato dalla squadra e in rosa non c’è un sostituto di ruolo.
Tantomeno Farina, dopo aver risparmiato sui soldi di Vitali, ha intenzione di acquistare un altro centravanti.
Il messaggio per Fabbri è chiaro: per risolvere il problema devi inventarti qualcosa.
Ma l’allenatore non è nuovo a queste situazioni e il suo intuito gli ha già sussurrato all’orecchio la soluzione.
Non ho un centravanti? Allora me lo costruisco lavorando su chi potrebbe esserlo.
L’ha studiato bene quel ragazzo magrolino, gli piacciono i suoi movimenti rapidi e brucianti. Sa anche come sfruttarli al meglio.
Basta spostarlo dalla fascia al centro.
Il diretto interessato è perplesso, non ha il fisico del centravanti e, soprattutto, non vuole disputare la stagione più importante della sua carriera in un ruolo inedito perché non può permettersi di fallire.
L’allenatore insiste. Ha visto che Paolo ha uno scatto sul breve che è devastante. Quando viene lanciato in profondità non lo prende più nessuno.
Quindi, invece di usarlo per scavalcare l’uomo e poi mettere il cross in mezzo all’area deve sfruttarlo lui in prima persona.
Detta il passaggio al compagno, si lancia verso la porta e mette il pallone in rete.
Rossi sorride. E annuisce. Il mister ha ragione. E’ questo il suo ruolo.
Maglia numero 9 e posizione al centro dell’attacco.
Tutto quello che è venuto dopo, dal titolo di capocannoniere della Serie B con il Vicenza fino al Mondiale di Spagna, è storia.
