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Questo non è più il nostro calcio

Editoriale Prima Pagina
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2021: fuga dal calcio. In principio fu la pandemia Covid 19, che ci ha cambiato la vita. Campionati sospesi, poi la ripresa con gli stadi tristemente vuoti, i dialoghi di campo, fino ad allora privilegio di pochi, diventano d’un tratto la nuova frontiera del calcio senza pubblico.

I bilanci delle società, già disastrati prima del Covid, subiscono un ulteriore tracollo, causato dalla mancanza di incassi da stadio e dalla fuga degli sponsor.

Prendendo lo spunto dalla crisi economico finanziaria dilagante, dodici club tra i più prestigiosi d’Europa annunciano in pompa magna la nascita della Superlega, un modo spiccio per cercare di tappare i buchi e una dichiarazione di guerra a Fifa e Uefa. Durerà poche ore perché la ribellione dei tifosi, soprattutto quelli inglesi, e la reazione minacciosa degli organismi internazionali fanno fallire il progetto.

Ma ovviamente la polvere viene soltanto infilata sotto il tappeto, mentre i problemi rimangono irrisolti. E il tentativo dell’Uefa di risolverli attraverso un nuovo format della Champions League e la creazione di una terza competizione continentale, la Conference League, appare disastroso. Il presidente Ceferin pensa prima di tutto ad aumentarsi lo stipendio di oltre 400 mila euro l’anno, poi partorisce un’idea folle: 100 partite in più di Champions League, dieci gare garantite a ogni squadra. Anziché diminuire il numero delle partite e aumentarne la qualità, si va nella direzione opposta. E i problemi aumentano invece che diminuire.

Le società hanno contratto debiti spaventosi, sarebbero tecnicamente fallite, ma il calcio è un mondo a parte. Così può accadere che uno vinca lo scudetto avendo un bilancio disastroso e non pagando gli stipendi da sei mesi. Non siamo al doping come comunemente inteso, ma al doping amministrativo, dove una società indebitata fino al collo gioca con le carte truccate, ai danni di chi si comporta correttamente e rispetta le regole dell’economia: spendo soltanto quello che incasso, non un euro di più.

Tutto normale? Assolutamente no.

E non è normale neppure che di fronte alla richiesta (respinta) a giocatori e staff tecnico di rinunciare a una parte degli emolumenti, nel momento in cui una società annuncia di volere ridimensionare l’organico attraverso la cessione di un paio di giocatori importanti per sanare il bilancio, l’allenatore risponda di non voler rimanere. Assolutamente legittimo. Ma allora questo tecnico deve agire di conseguenza: rassegnare le dimissioni.

Naturalmente invece, poiché siamo nel variopinto mondo del calcio, l’allenatore, che ha un contratto da 12 milioni netti all’anno al quale non intende rinunciare, chiede alla società di andarsene in cambio di una buonuscita. E la cosa più incredibile è che la società gliela concede: 7 milioni netti come incentivo all’esodo, con un risparmio del 20%.

Poi la stessa società ingaggia, con un blitz clamoroso, un altro allenatore, che poche ora prima aveva raggiunto l’accordo sulla parola per il rinnovo con la sua vecchia società. Ma poiché l’attaccamento ai soldi è superiore all’attaccamento alla maglia, l’allenatore si rimangia la parola e va a guadagnare il doppio, 5 milioni netti all’anno. E’ un mondo fantastico, quello del calcio italiano.

Così come, a proposito di attaccamento alla maglia, è fantastico il comportamento del portiere del Milan Gigio Donnarumma (ribattezzato dai suoi ex tifosi Dollarumma). Cresciuto nel settore giovanile rossonero, il portierone di Castellammare di Stabia esordisce in serie A a 16 anni e giura ripetutamente amore eterno alla squadra che l’ha lanciato nel grande calcio. Quando si avvicina la scadenza del contratto, prevista per il 30 giugno 2021, la società gli propone il rinnovo: dai sei milioni che guadagna attualmente, passerebbe a otto milioni netti a stagione. Troppo poco, perché Donnarumma, attraverso il suo procuratore Mino Raiola, ne chiede dieci. Quando è chiaro che il portiere se ne vuole andare, si pensa che voglia saldare il debito di riconoscenza con la squadra che l’ha lanciato, firmando un rinnovo pro forma per non lasciare il Milan a parametro zero.

Ma naturalmente prevalgono gli interessi di bottega e il solito attaccamento al denaro, anziché alla maglia: Donnarumma sembra destinato alla Juventus, dove gli offriranno i famosi 10 milioni l’anno. Un capolavoro del suo procuratore, che come premio per aver fatto risparmiare alla società bianconera il prezzo del cartellino (60/70 milioni?) incasserà una modesta commissione di appena 23 milioni di euro. Follia pura. Basterebbe che le società si mettessero d’accordo per non prestarsi a questo ricatto e certi procuratori dovrebbero abbassare la cresta. Ma naturalmente questo non accade: è il calcio, bellezza!

Il calcio è anche il ritorno di Massimiliano Allegri alla Juventus dopo due anni. Fu cacciato perché serviva un calcio champagne per vincere in Europa. Risultato: Sarri e Pirlo sono già il passato. Forse se ne andranno anche il presidente Andrea Agnelli e il suo vice Pavel Nedved, mentre il direttore sportivo Fabio Paratici ha già lasciato. Se c’era un progetto, è miseramente fallito. Allegri tornerà con poteri aumentati, così come sarà aumentato il suo stipendio, che dovrebbe raggiungere i 7 milioni netti per 4 anni.

Poi c’è da risolvere un piccolo problema: Cristiano Ronaldo. Ingaggiato per vincere la Champions League, il portoghese si è rivelato un flop sportivo e un fallimento finanziario. La Champions non è arrivata, i gol sì, ma accanto a lui non sono cresciuti i compagni perché CR7 è una formidabile macchina da soldi che a 36 anni si avvia al tramonto. Ha un altro anno di contratto a 31 milioni di euro netti all’anno. Chi se lo prende a queste cifre un giocatore che il prossimo 5 febbraio compirà 37 anni? Mica semplice la risposta.

E siamo arrivati alla fine di queste storie di ordinaria follia che il calcio italiano ci regala ogni giorno. Una volta il calcio era passione, oggi è business. I tifosi sono usati come un bancomat.

Basti pensare alla vicenda dei diritti tv. DAZN ha preso il posto di Sky e avrà per i prossimi tre anni tutte le partite della serie A, 7 in esclusiva e 3 in condivisione con Sky. Poi c’è Amazon che ha acquistato un pacchetto di 16 partite di Champions League. I telespettatori sono disorientati perché si troveranno costretti a disimpegnarsi tra satellite, digitale terrestre e streaming. Una bella confusione che produrrà come inevitabile conseguenza un incremento dei costi per vedere il calcio.

Il tifoso insomma è sempre più l’ultima ruota del carro. Spettatore inerte e continuamente tartassato. Siamo sicuri che appena il Covid 19 sarà sotto controllo e gli stadi saranno completamente riaperti, i tifosi torneranno a riempirli? Consentiteci di avere qualche dubbio.