IO RESTO #ACASACONVLAD: Perfetta imperfezione

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Tempo di lettura: 4 minuti

Non voglio metterla sul piano strappalacrime, sarebbe troppo facile. Troppo facile dirvi che non è facile per niente in realtà, non lo è per nulla, stare lontani da casa e doversi nutrire solo di ricordi e videochiamate, mentre cerco di isolare me stessa dai vicini sempre troppo rumorosi. E allora mi chiudo ancora di più, ma nei miei mondi preferiti, nei quali i rumori e le musiche li scelgo io, ma soprattutto dai quali c’è sempre da imparare.

Mi trascino via dalle repliche infinite della cavalcata degli ultimi otto scudetti della Juve, dalla finale di Berlino del 2006, dalla Champions del ’96.

Sarà il caso di ampliare i miei orizzonti, di rendermi conto di cose di cui alla fine sono già a conoscenza, ma che spesso e volentieri ho lasciato indietro perché accecata da un amore che diciamocelo: se non ci accecasse non sarebbe amore.

Una pausa di non riflessione, chiamiamola così. Durata complessiva: quattro ore circa.

Comincia una domenica sera, quando decido di dare una possibilità al documentario di Netflix su Maradona. Che si chiama proprio così del resto, senza troppi fronzoli: Diego Maradona.

Non che non avessi contezza dell’attore protagonista: ne conosco le gesta, ciò che ha rappresentato con una città intera, lo leggo negli occhi di chi mi parla di lui, di chi non vuole che venga nemmeno nominato, come un Voldemort dei campi da calcio.

E invece io lo nomino, ma perché mi piacerebbe capire cosa è passato nella mente di quest’uomo dal talento indefinibile: perché oggettivamente uno così non c’è.

Il documentario è fortemente improntato sull’imparzialità nei confronti non solo del Diego calciatore, ma soprattutto uomo.

Nessun edulcorante, né nei confronti dei rapporti che Diego ha avuto con la sua famiglia, né con le sue amicizie sbagliate. Un uomo portato in trionfo da una popolazione intera, la stessa che ai mondiali del ’90 si spaccherà in due e poi gli volterà le spalle: in tanti lo hanno fatto, inutile negarlo.

Ed è inutile anche negare che i miei occhi abbiano cercato di vedere Platini nelle prime immagini del film: poi l’ho visto, ho sorriso a trentadue denti al suo goal datato 1984 e sono tornata a concentrarmi sul protagonista del film. Mi perdonerete questa debolezza.

Maradona, insomma. Ho dovuto lasciar sedimentare un po’ le informazioni, tante, e ben dettagliate, ricche di particolari e di fatti di cui, per mia ignoranza, non ero a conoscenza.

Maradona con il pallone poteva fare tutto quello che voleva, poteva farci anche il caffè.

Ma partire da dove è partito lui, ti segna, inevitabilmente.

Non sto cercando giustificazioni per ciò che ha fatto nel corso degli anni come uomo, non ne ha bisogno. Ho solo provato a scindere le due personalità, Diego e Maradona, di cui spesso si parla nel documentario.

Quello che sapeva fare lui probabilmente l’abbiamo visto solo dai suoi piedi, forse qualcuno può avercelo ricordato, ma lui è quello originale.

Ed ho sinceramente sofferto nel vedere il decadimento di un uomo che ha avuto tutto, ma che non riusciva a trovare la pace necessaria a far sì che Diego combaciasse con Maradona.

Ho visto una fragilità inaspettata in un fisico così mascolino e ruvido, una debolezza che ho visto in campo solo nella finale dei Mondiali del ’90, giocata all’Olimpico di Roma, quando poche ma brutte parole sono uscite dalla bocca di Diego. Inquadrato da impietose telecamere, erano rivolte verso il pubblico italiano, reo di non aver digerito la sconfitta in semifinale proprio per mano dell’Albiceleste.

Ho visto due personalità diverse. Una di titanio, l’altra di cartapesta.

Chi invece mi ha conquistata per la sua fragilità, saputa trasformare in pura forza esplosiva, risponde al nome di Lionel Messi.

Stesso divano, stessa tv, piattaforma diversa: il documentario del 2014 Messi- Storia di un campione lo trovate su Prime Video. Mi saltava all’occhio spesso il banner che lo annunciava, e mi è sembrato un ottimo modo anche per render omaggio all’argentino di cui che avevo potuto ammirare le gesta qualche giorno prima.

Il tutto parte dalla grande sala di un ristorante, in cui i commensali non sono proprio gente che vi trovereste accanto ogni giorno. Non vi aspettate la qualità del film precedente: in quanto a doppiaggio e alle non amatissime rivisitazioni dell’infanzia di Leo, sembra di star guardando una puntata de Il Segreto. Però poi da un tavolo comincia a parlare Piquè, l’inquadratura successiva riprende Cruyff, e se a parlare è lui per me può essere anche una puntata di Beautiful.

Il Leo Messi bambino era davvero fragile. Lo era fisicamente, ha dovuto superare un numero indefinito di iniezioni per andare oltre quella patologia che non gli permetteva di crescere sano e forte come tutti i ragazzini della sua giovanissima età.

Eppure non so come spiegarvi, non lo vedevi passare: diversi video d’epoca lo ritraggono bambino davanti ai suoi compagni ai tempi del Newell’s, e problemi o meno, è evidente come Messi non fosse umanamente e fisicamente afferrabile.

Leo cresce, e il Barcellona si accorge di lui. Ma resta sempre il ragazzino taciturno partito da Rosario, resta sempre il Leo innamorato di Antonella, da cui avrà tre figli. Instaurerà un rapporto fraterno con Ronaldinho che lo accoglie tra le file della prima squadra del Barcellona quando non aveva neppure compiuto diciotto anni. È quasi impossibile, per ogni amante del calcio, non chiedersi se qualcosa di Maradona non fosse nei piedi di Messi.

Io non amo questo genere di confronti, credo che ogni giocatore, soprattutto di questo calibro, abbia la possibilità di portare al gioco del calcio qualcosa che all’altro manca.

Non si tratta di aggiungere, ma di rendere complementari e ad incastro perfetto le qualità dell’uno e dell’altro, e di rendere il calcio, perfetto.

Insomma, ho colorato diverse ore della mia quarantena guardando le parabole dipinte da Diego e Leo, nonché anche un paio di schiacciate degli stessi protagonisti.

Fossero capitate al giorno d’oggi, forse ci saremmo quasi dimenticati di quanto abbiano portato al calcio questi due soggetti, pur di sottolineare i loro errori. Eppure, anche in questo caso, come nelle migliori storie, il trucco sta nell’innamorarsi dei difetti.

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