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NUMERO 14 – Il capoclasse e il monello

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Il primo è di alta statura, ha i capelli biondi, una espressione severa e il portamento elegante. Non può essere altro che un capoclasse. Il secondo è piccolo, ha una testa  enorme, una folta capigliatura nera e lo sguardo irridente. E’, senza ombra di dubbio, un monello.

Il geometra di Barengo

L’uomo che ti cambia l’esistenza, in questo caso, è munito di una borsa con ricette e medicinali. E’ l’immediato dopoguerra, anno 1946. Il dottor Egidio Perone esercita come medico condotto a Barengo, un paesino in provincia di Novara. Ha modo di osservare, sul campetto locale, le prodezze di un biondino dai piedi di velluto. Tecnica, grinta, visione di gioco, tiro: davvero non gli manca nulla. E’ un tipo da Juventus, sentenzia il dottore. Ha molti amici a Torino, organizzare un provino non è certo un problema. Restano da convincere i genitori, perplessi all’idea che il figlio diventi un calciatore professionista. Alla fine si giunge ad un compromesso: il permesso di andare al provino per la Juventus contro la promessa di conseguire il diploma. Cosi Giampiero Boniperti,  dopo le prove allo stadio Comunale, si aggrega alla squadra riserve per poi esordire con la maglia bianconera in Serie A senza neanche aver compiuto 19 anni. I suoi gli hanno permesso di inseguire il suo sogno ma non dimentica quello che gli deve in cambio. Cosi arriva anche il sospirato titolo di geometra. Non eserciterà mai il mestiere, ormai è il centravanti titolare della squadra, capocannoniere del campionato a neanche 20 anni. Arriva anche il debutto in nazionale e la partecipazione a due Mondiali, quello del 1950 in Brasile e il successivo in Svizzera nel 1954. In entrambi i casi la povertà tecnica della compagine azzurra impediscono a Boniperti di far valere le sue doti e arrivano due brucianti eliminazioni nelle fasi iniziali del torneo. Stessa musica alla Juventus, dove la mediocrità della squadra gli impone vari campionati giocati da comprimario, con l’umiliazione di due noni posti nella classifica finale dei tornei 1955-56 e 1956-57.

L’indio argentino

C’è bisogno di una scossa, c’è bisogno di nuove risorse. Cosi, nell’estate del 1957, il neopresidente juventino Umberto Agnelli ingaggia due calciatori stranieri, nella speranza di cambiare pagina. Il primo è il corazziere gallese John Charles, un gigante di 188 cm destinato a prendere il posto di Boniperti come centravanti. Il secondo è un piccoletto argentino di appena 163 cm con il volto da indio e l’espressione strafottente. Si chiama Omar Sivori, ha appena 21 anni e si dicono già meraviglie su di lui. Per averlo sono stati sborsati ben 180 milioni di lire, subito utilizzati dalla sua vecchia società, il River Plate, per  completare il glorioso stadio “Monumental” di Buenos Aires. Appena sbarcato a Torino Sivori fa capire subito di che pasta è fatto. Al primo allenamento  gli viene fatto notare che utilizza solo il piede sinistro. Lui si impossessa della sfera e fa tre giri completi di campo, palleggiando rigorosamente con il mancino, senza mai far toccare terra al pallone. Al termine dell’ultimo giro, completata l’esibizione, si ferma davanti ai suoi critici e chiede “Secondo voi che ci dovrei fare con il destro?”. E’ la sua natura: imprevedibile ed irridente sul terreno di gioco quanto sarcastico e provocatorio fuori. Con lui non ci si annoierà di certo.

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Una convivenza complicata

Con i nuovi elementi si rende necessario rimodellare la squadra. Boniperti, quasi trentenne e con la fascia al braccio, è ben lieto di fare spazio al poderoso Charles. Con il suo fisico il gallese è l’elemento ideale per le battaglie da area da rigore, ormai troppo sfiancanti per il capitano bianconero, deciso a riciclarsi a centrocampo come mezzala. Tuttavia, in quella posizione, coltiva il desiderio di essere comunque determinante nel gioco della formazione bianconera, impostando le azioni e dettando i tempi. La sua sagacia tattica e l’attitudine al comando lo rendono il candidato ideale al ruolo di leader, se non fosse per la variabile impazzita che viene dall’Argentina. Sivori, abituato a non prendere ordini da nessuno, tecnico o compagno che sia, sopporta malvolentieri le direttive di Boniperti, tanto meno i suoi rimbrotti. E’ indispensabile un compromesso per salvaguardare gli equilibri: il capitano indietreggia di qualche metro e lascia spazio all’estro dell’indio in avanti. Boniperti funge da regista arretrato e costruttore di gioco, Sivori da rifinitore e uomo-assist per Charles. La strana coppia inizia a dare i suoi frutti e, dopo tanti anni, la bacheca bianconera accoglie un nuovo trofeo, lo scudetto 1957-58. Boniperti, uomo squadra, da il suo apporto alla causa con 8 reti, lo scatenato bomber Sivori arriva a 22 marcature, secondo solo al capocannoniere Charles.

Fuori dal campo

I veri problemi vengono fuori quando si dismette la divisa da gioco.  Durante le partite i due sono riusciti a trovare un’intesa ma quando l’arbitro decreta la fine dell’incontro comincia un’altra storia. Boniperti non ha alcun problema ad inquadrare Charles. Il taciturno gallese è uno sgobbone in campo e fuori, il massimo della trasgressione è una pinta di birra ogni tanto. Con Sivori è un altro discorso, il funambolo argentino è un amante della bella vita e non si fa mancare nulla. Sono rare le sere in cui non esce, ha sempre una sigaretta in bocca e le carte in mano, spesso esagera con i drinks. La tassa da pagare a una vita notturna cosi intensa è una mancanza di lucidità in allenamento, rimarcata sia dal capitano che dall’allenatore di turno. La società invita più volte i due a chiudere in occhio di fronte alle stravaganze dell’indio, nella speranza che il suo rendimento domenicale non risenta troppo dei suoi eccessi.

L’ultima vittoria

Il torneo 1960-61 è l’ultima recita assieme per i due. Boniperti, alla soglia dei 33 anni, sta pensando al ritiro e vorrebbe farlo alla grande, conquistando un altro trofeo. Sivori, ancora 26enne, è sempre il solito monello: grandi giocate, gol fenomenali ma anche infinite liti con gli avversari e numerose squalifiche dovute alle sue intemperanze. Il capoclasse Boniperti è ormai stufo di dover limitare gli eccessi del compagno e delega questa incombenza ai vari tecnici che si avvicendano in panchina. Compito ingrato: chi si azzarda a criticare Omar può aspettarsi soltanto un gentile invito a non dare troppo peso ai suoi atteggiamenti. Casomai non ci riuscisse l’alternativa è trovarsi un altro posto di lavoro. Troppa l’importanza di Sivori in squadra, troppo necessario il suo talento per far fronte al declino di Boniperti e all’infortunio di Charles. A fine stagione è una inconsueta partita contro la primavera dell’Inter ad assegnare lo scudetto. La squadra nerazzurra ha deciso di schierare i giovani per protesta contro la decisione di ripetere l’incontro. Sivori è scatenato, infila ben sei reti per il 9 a 1 finale. La Juventus è Campione d’Italia e Boniperti decide di festeggiare la vittoria a modo suo.  A fine partita rientra negli spogliatoi, consegna le sue scarpette al magazziniere e gli dice che non ne ha più bisogno. Si ritira. E da vincitore, com’è nel suo stile. La strana coppia si scioglie per sempre, il capoclasse rientrerà, qualche anno più tardi, come dirigente. Il monello mai più.

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