NUMERO 14 – L’eroe e il suo cantore

Focus On Numero 14
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Cosa sta leggendo, Victor Hugo?”. Morales, cronista al seguito della nazionale argentina, alza gli occhi dal libro e sorride al suo interlocutore: “Come va, Diego?”. Ognuno dei due sa chi è l’altro ma è la prima volta che sono faccia  a faccia. Il calciatore è il capitano della Seleccion impegnata nelle qualificazioni per il Mondiale del 1986 in Messico mentre il giornalista ha l’incarico di raccontarne il percorso verso la manifestazione. Uno scalo forzato a Lima per un guasto tecnico dell’aereo della nazionale albiceleste ha propiziato il loro incontro. C’è subito intesa e stima reciproca: Morales lascia da parte le amate pagine di Julio Cortazar, è felice di poter conoscere meglio Maradona. Quest’ultimo è da subito affascinato dal colto e suadente eloquio del cronista. E’ l’inizio di una profonda amicizia.

Diversi ma uguali

I due hanno in comune molto più di quanto possa sembrare. Maradona possiede l’estro naturale per disegnare sublimi trame di gioco con il suo sinistro. Morales, dal canto suo,  ha l’innata dote di saperli raccontare con sapienza, scegliendo le parole più evocative. Non è solo un cronista, è un relator, termine coniato apposta per indicare chi non solo racconta un evento sportivo ma  ha anche la facoltà di arricchirne la cronaca con i termini che gli sembrino più adatti. Il talento di Morales al microfono è speculare a quello di Maradona sul terreno da gioco, sono fatti per fondersi assieme con naturalezza. E’ stato il Destino a legarli. La prima telecronaca di Morales per l’emittente argentina è quella di Boca Juniors – Talleres di Cordoba. E’ il 22 Febbraio del 1981 e quella partita vede l’esordio di Maradona con la maglia del Boca. Risultato finale di 4 a 1 per i Xeneizes, doppietta di Diego e resoconto appassionato dell’incontro da parte di Morales, per la prima volta alle prese con la narrazione delle gesta del Pibe de oro.

Fuga dal regime

Non era casuale la presenza in Argentina di Morales. Uruguagio di nascita, aveva iniziato la sua carriera di giornalista a soli 16 anni a Radio Colonia, una piccola stazione del suo distretto di origine. La naturale predisposizione al mestiere di cronista e una enorme passione per la letteratura gli avevano consentito una rapida carriera nell’ambiente fino alla carica di direttore sportivo di Radio Oriental, celebre emittente radiofonica di Montevideo. Aveva mantenuto il suo ruolo fino a quel fatidico 1981 quando gli ormai insostenibili contrasti con il regime militare uruguayano lo avevano costretto ad andarsene dal suo paese. Il suo esilio professionale era stato però di breve durata, dopo pochi mesi era arrivata la chiamata della tv argentina e Morales, messi nella valigia i suoi amati libri assieme agli indispensabili cigarillos, era sbarcato a Buenos Aires, pronto a vivere la sua nuova avventura. E aveva subito trovato l’eroe di cui sarebbe divenuto l’entusiasta cantore.

Una grande impresa

La conquista del titolo di campione del mondo in Messico è un obiettivo di capitale importanza. Per Maradona, soprattutto. Diego non ha mai dimenticato la profonda umiliazione per l’esclusione dal Mondiale casalingo del 1978 (cfr. “Il mondo conosce Maradona”) né la delusione causata dalla secca eliminazione al secondo turno del Mondiale successivo. Ha la fascia di capitano al braccio, ha il carisma sufficiente per caricarsi la squadra sulle spalle, ha la  determinazione di chi non si fermerà di fronte a nulla. Il c.t. argentino Bilardo ha puntato tutto sul suo talento, la formazione della nazionale argentina è stata costruita su misura per lui. Adesso deve guidare i compagni alla vittoria. A qualsiasi costo. E contro qualsiasi avversario. Il primo turno in Messico viene superato dalla Seleccion senza particolari patemi, cosi come la partita degli ottavi di finale contro l’Uruguay.

Il giorno fatidico

L’avversario dei quarti di finale è la nazionale inglese. Non è una partita come le altre. Non potrebbe esserlo, dati i recenti conflitti bellici tra le due nazioni. E comunque per Maradona è solo l’ennesima tappa di avvicinamento al suo sogno. E’ disposto a tutto pur di vincere, la sua furbata in occasione del gol del vantaggio (cfr. “La mano di Diego“) sta a dimostrarlo. Morales è, come sempre, in tribuna stampa. Il suo occhio esperto ha subito captato il gesto truffaldino di Diego, la sua onestà intellettuale gli ha impedito di esultare sul momento, ha conservato un elegante riserbo sulla regolarità della marcatura. A questo punto, però, è lo stesso Maradona a sentire l’esigenza di riscattarsi, legittimando la vittoria con una dimostrazione plateale della sua superiorità. Qualcosa che nessun altro potrebbe fare, né qualcun altro commentare in maniera adeguata alla grandezza di quanto visto sul campo.

Dieci secondi e sessanta metri

E’ il nono minuto del secondo tempo. Maradona riceve palla dal compagno Enrique all’interno della propria metà campo. Diego è spalle alla porta, con due avversari in marcatura. Effettua un dribbling largo con giravolta a liberarsi dei due inglesi. Si lancia in profondità saltando un terzo giocatore ed evitando il rientro di un quarto. Accelera e cambia direzione prima di puntare direttamente a rete. Entra in area saltando di slancio il quinto avversario e, prima di depositare il pallone in fondo al sacco, fa una torsione del busto mandando a vuoto il disperato intervento del portiere inglese Shilton. E’ un gol da leggenda, costruito interamente da solo, dieci secondi di tempo, sessanta metri di campo divorati, sei giocatori inglesi lasciati per strada.

Striptease spirituale

E Morales? In quel momento, di fronte a tanta bellezza, neanche l’equilibrio professionale del grande giornalista può arginare la sarabanda di emozioni che ha scatenato Maradona. Il cronista segue attento l’inizio dell’azione (la tocca per Diego, ecco, ce l’ha Maradona), annota la sua abilità nello smarcarsi (Lo marcano in due, tocca la palla Maradona) e registra con enfasi crescente la sua progressione (avanza sulla destra il genio del calcio mondiale). Poi sottolinea come non abbia bisogno di aiuti (Può toccarla per Burruchaga.. sempre Maradona..), è ormai completamente rapito dalla sua abilità (genio, genio, genio.. c’è, c’è, c’è…), esulta in maniera irrefrenabile (goooooooooool… voglio piangere.. Dio Santo, viva il calcio.. golaaaaaazooo.. Diegooooooool..), cerca di recuperare contegno (Maradona.. c’è da piangere, scusatemi..) e da il giusto tributo ai meriti del giocatore (Maradona in una corsa memorabile, la giocata migliore di tutti i tempi..). Riesce a trovare le migliori parole possibili per eternare il gesto ( aquilone cosmico.. Da che pianeta sei venuto ? per lasciare lungo la strada così tanti inglesi ?), da il dovuto risalto anche alle sensazioni dei tifosi (Perché il Paese sia un pugno chiuso che esulta per l’Argentina..) e conclude con i ringraziamenti generali di rito ( Argentina 2, Inghilterra 0.. Diegol, Diegol, Diego Armando Maradona… Grazie, Dio, per il calcio, per Maradona, per queste lacrime, per questo Argentina 2, Inghilterra 0).

Non era mai successo nella storia dello sport che l’inarrivabile perfezione del gesto tecnico di un atleta mandasse completamente in frantumi il distacco professionale di un navigato commentatore. Morales è sempre stato grato a Maradona di averlo costretto a una sorta di “striptease spirituale”, di aver fatto emergere in lui le vibrazioni d’animo dell’appassionato di calcio. E di averlo fatto davanti a milioni di spettatori.