NUMERO 14 – Questione di stile

Focus On Numero 14
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Tempo di lettura: 4 minuti

“Quanti soldi hai sul tuo conto corrente, ragazzo?”.

“Io non ho mai avuto un conto corrente, Signore”.

Cor Costner osserva il giovane fidanzato di sua figlia Danny, seduta accanto a lui all’altro capo della scrivania del suo ufficio.

E sorride. Comprensivo, affabile, paterno.

Non lo stupisce la sua ingenuità. E nemmeno lo preoccupano le sue umili origini.

Hanno qualcosa in comune. Anche lui è partito dal nulla. Ha praticato in larga misura il contrabbando e per molto tempo il mercatino delle pulci di Amsterdam è stato la sua casa. Una gavetta che gli ha insegnato molto, sulla strada si impara a valutare le persone al primo sguardo.

E che gli venga un colpo se questo tizio non è il più grande affare che potesse capitargli per le mani. Sul campo di calcio sfodera numeri da funambolo in grado di incantare il pubblico, deve solo imparare ad essere glamour anche quando si toglie la maglietta e i pantaloncini. Danny ha già iniziato a lavorare sul suo aspetto: un taglio di capelli alla moda, stile beat, e un nuovo modo di vestire finto trasandato. E’ ora che il ragazzo cresciuto tirando calci al pallone sullo sterrato di un quartiere popolare diventi un divo, un modello da imitare per i suoi coetanei. Nonché, come diretta conseguenza, un business dalle prospettive infinite.

Johan Cruyff fino a quel momento non ha avuto in testa nient’altro che il calcio. Non aveva altro: rimasto orfano di padre a 12 anni ha trovato una seconda casa nel campo di allenamento dell’Ajax, dove è cresciuto passando ben presto dal ruolo di mascotte dei veterani della squadra a quello di giovane promessa dal futuro radioso. Ha due piedi d’oro e una visione da gioco fuori dal comune, l’unico suo limite è un fisico davvero troppo minuto, al punto che, a 15 anni, non gli riesce di mandare la palla oltre il primo palo quando batte un calcio d’angolo.

Problema presto risolto: il suo tecnico di allora,  l’inglese Vic Buckingham, prepara per lui un programma personalizzato (allenamenti con pesi alle caviglie, potenziamento muscolare ed esercizi specifici) che, nel giro di poco tempo, gli garantisce un fisico adatto per affrontare l’avventura nel calcio professionistico.

Debutta in prima squadra nel dicembre 1964 e, in breve, si guadagna un posto tra i titolari, contribuendo a salvare la squadra da una ignominiosa retrocessione.

L’anno successivo sulla panchina dell’Ajax siede un giovane tecnico con un passato glorioso di centravanti tra le file dei lancieri, si chiama Rinus Michels e ha le idee chiare, roba che nessuno fino ad allora aveva mai immaginato.

Per lui non esistono compiti predeterminati, né ruoli fissi in campo. Vuole una squadra in grado di muoversi in perfetta sincronia e capace di far girare il pallone a velocità siderale, imponendo il proprio ritmo agli avversari sin dal fischio d’inizio.

Musica per le orecchie del giovane Johan, conquistato sin dal primo incontro dal carisma del tecnico e più che disposto ad essere il fulcro del suo gioco.

I risultati non tardano ad arrivare e parlano di un dominio schiacciante: tre campionati di fila per l’Ajax e Cruyff perennemente in testa alla classifica dei marcatori.

Nel frattempo, al matrimonio di un compagno di squadra, ha conosciuto Danny. E’ stato un colpo di fulmine, lei l’ha subito presentato a suo padre e i due si sono intesi al volo: Cruyff è un diamante grezzo e Coster sarà l’intagliatore che lo lavorerà fino a farlo brillare in tutte le sue sfaccettature.

Il primo nodo da risolvere è quello del suo contratto con L’Ajax. Finora Cruyff ha sempre discusso con i dirigenti da solo ma adesso avverte l’esigenza di avere un rappresentante. Come spiega agli infastiditi vertici della squadra, “non è giusto che voi siate in sei e io non posso avere qualcuno vicino”. Quel “qualcuno” è il suo ruvido suocero che non si fa problemi a far capire che le cose vanno fatte in maniera diversa.

Da adesso la priorità è l’amministrazione economica dell’atleta e la gestione della sua immagine. I tempi sono cambiati, non è possibile non tener conto dell’interazione di un campione con il suo pubblico. Allo scopo Coster introduce il criterio delle interviste a pagamento, con quantità di dichiarazioni direttamente proporzionale alla generosità dei versamenti fatti dal giornale interessato. E, nel caso in cui ci fosse bisogno di far sentire direttamente la propria voce, il vulcanico manager acquista uno spazio sul  “De Telegraaf”, il più prestigioso quotidiano olandese, comprensiva di dichiarazioni esclusive a fine partita oltre a una breve rubrica firmata di suo pugno.

I rapporti con la dirigenza dell’Ajax si fanno sempre più tesi, dato che l’invadenza di Coster si spinge al punto di chiedere il 10% dell’incasso di un’amichevole perché “la gente va allo stadio per vedere Cruyff”.

La mancata rielezione a capitano è il pretesto che serve al giocatore per la rottura. Chiama il suocero/manager e gli chiede di trovargli al più presto un altro club.

Non mancano i pretendenti, tra cui il Real Madrid, ma la scelta di Cruyff è già orientata verso gli eterni rivali dei blancos, i catalani del Barcellona.

Non solo perché sulla panchina blaugrana siede adesso il suo mentore Michels ma soprattutto perché il club della capitale gode della protezione nemmeno tanto dissimulata del dittatore Francisco Franco. Cruyff, fedele alla sua immagine di ribelle contro ogni forma di  assolutismo, non avrebbe mai accettato di vestire la maglia di una squadra cosi collusa con i poteri forti.

Allo stesso modo, qualche anno dopo, rifiuterà di disputare i Mondiali in Argentina in aperta polemica contro il regime totalitario del Generale Videla, anche se da più parti si sussurra che, in realtà, la mancata partecipazione è dovuta ai consigli interessati del suocero, mai troppo entusiasta degli impegni del genero con la nazionale orange.

Il pragmatismo del manager risponde a una logica ferrea: le preziose gambe del giocatore, assicurate con i Lloyd’s di Londra per circa due milioni e mezzo di dollari, devono essere tutelate da possibili infortuni. E, se si infortuna giocando in nazionale, il danno è tutto per il suo club che si vede costretto a pagare un giocatore che non può scendere in campo a dare il suo contributo.

La regola aurea di Coster indirizza le scelte di Cruyff anche dopo i Mondiali in Argentina: scaduto il contratto con il Barcellona anche il fuoriclasse olandese sceglie gli Stati Uniti e i Cosmos di New York, sulla scia di Pelè (cfr. “Un calcio alla Grande Mela”), per un milionario finale di carriera.

La sua permanenza, però, dura giusto un paio di amichevoli, prima di accasarsi sull’altra sponda del continente, ai Los Angeles Aztecs.

La stagione successiva si trasferisce ai Washington Diplomats che, esclusa una parentesi per dieci partite a gettone al Levante (squadra della seconda divisione spagnola), saranno il suo ultimo domicilio negli States prima del clamoroso rientro al suo primo amore, l’Ajax.

Ancora un paio di stagioni (e di scudetti) nella squadra dei suoi esordi per poi compiere l’ultima clamorosa giravolta di carriera con il passaggio agli eterni rivali del Feyenoord di Rotterdam. L’accoppiata campionato-coppa d’Olanda, sarà l’ultima soddisfazione della sua parabola da giocatore prima del passaggio alla panchina, sempre fedele al suo inimitabile stile.

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