NUMERO 14 – Roby, grazie di tutto

Focus On Numero 14
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“Il Divin Codino” è un film biografico uscito su Netflix lo scorso 26 Maggio e incentrato sulla vita del calciatore Roberto Baggio, dai suoi esordi nel Vicenza fino alla conclusione della carriera nelle file del Brescia.

Carriera che è terminata nel 2004, ben 17 anni fa. E senza che vi siano state appendici nelle vesti di allenatore, dirigente o procuratore. Dal momento del ritiro Baggio ha scelto di uscire dall’ambiente calcistico per dedicarsi alla gestione di una azienda agricola, nella tranquillità della provincia veneta, il suo luogo di origine.

E’ proprio dall’ambiente familiare che parte il film: Roberto è un ragazzo di 18 anni che ha realizzato il suo sogno, un contratto con una squadra di  Serie A.

Aspetta che siano tutti riuniti a tavola, compreso il burbero padre Florindo, per dare la notizia: è stato ingaggiato dalla Fiorentina per 2 miliardi e 700 milioni.

Sorrisi, sguardi increduli, persino commozione ma il rigido capofamiglia non batte ciglio e si limita a commentare che, con i soldi dello stipendio, finalmente suo figlio potrà rimborsargli tutti i vetri rotti nell’officina a furia di pallonate.

L’atteggiamento non muta neanche a caccia, l’unico momento in cui i due possono parlarsi da soli. E’ un confronto teso: Roberto vorrebbe sentire di più la fiducia del padre mentre quest’ultimo risponde laconicamente che per lui la miglior cosa è  “lavorare e volare basso”. A far da eco alle sue ultime parole è il colpo secco del fucile di suo figlio che abbatte un’anatra. La caduta del volatile è sottolineata dal sarcasmo del ragazzo: “Vedi che succede a volare basso?”.

Dopo aver invitato Andreina, la sua  fidanzata, ad andare con lui a Firenze Roberto riprende gli allenamenti in vista dell’ultima partita di campionato, Vicenza-Rimini.

L’allenatore della squadra avversaria, Arrigo Sacchi, si complimenta prima dell’incontro con “il diciottenne più pagato d’Italia”, invitandolo ironicamente a non infierire su di loro, tanto ormai è destinato a giocare partite ben più importanti.

Roberto lascia il campo pochi minuti dopo, in lacrime: ha subito un infortunio tremendo, la sua gamba destra è devastata al punto che, per ricucirla, servono ben 220 punti di sutura.

E’ cambiato tutto in un attimo, la sua carriera è a rischio e la Fiorentina potrebbe anche fare marcia indietro e stracciare il contratto appena firmato.

Non avviene, la squadra viola decide di puntare comunque su di lui ed è suo padre che si incarica di accompagnare un avvilito Roberto al suo primo ritiro.

Sguardo basso e stampelle sempre a portata di mano: Baggio è un atleta da ricostruire innanzitutto nella testa. Papà Florindo si mostra più tenero del solito e lo incoraggia, ricordandogli la promessa di una vittoria al Mondiale contro il Brasile, fattagli da un Roberto bambino dopo la sconfitta contro i carioca nella finale del 1970.

C’è da sudare, c’è da soffrire: gli allenamenti dei suoi compagni può guardarli solo da lontano mentre gli esercizi di riabilitazione, una serie dopo l’altra, divorano le sue giornate sul campo, sotto lo sguardo inflessibile del massaggiatore.

Fuori dal terreno di giorno le giornate sono interminabili, con il dubbio assillante di non riuscire a farcela e la voglia sempre più insistente di mollare tutto e tornare a casa.

Alla fine trova la forza di ricominciare ad inseguire i suoi sogni, tornare a giocare e conquistarsi sul campo la maglia azzurra della Nazionale.

Il nuovo inizio di Roberto è quando un dirigente della Fiorentina gli comunica che deve recarsi a Pescara: lo attendono nel ritiro della Nazionale, è stato convocato.

Sono passati sei anni, siamo ai Mondiali USA del 1994 e Baggio è la stella della squadra allenata da Arrigo Sacchi. Entrambi hanno fatto una brillante carriera: l’ex tecnico del Rimini, reduce dalle vittorie milaniste, è stato ingaggiato dalla Federazione per portare a casa la Coppa del Mondo, sfoggiando anche uno stile di gioco aggressivo e spumeggiante mentre Baggio, Pallone d’Oro in carica, dovrebbe essere la punta di diamante della formazione azzurra.

In realtà l’integralismo ossessivo del tecnico non entusiasma Roberto che non manca di esternare i suoi dubbi. Sacchi ribadisce la sua fiducia totale nel giocatore, dicendogli che per la squadra “lui è fondamentale”.

I fatti lo smentiscono brutalmente: dopo aver perso il primo incontro con L’Irlanda la nazionale è obbligata a vincere nella seconda partita contro la Norvegia.

Un errore tattico porta all’espulsione del portiere Pagliuca e il tecnico, per far entrare il portiere di riserva, non esista a sostituire proprio Baggio che, in diretta tv, si lascia sfuggire un eloquente “Ma questo è matto!!”.

Un successivo confronto con l’allenatore conferma i suoi dubbi: Sacchi si rimangia spudoratamente tutto quello che gli aveva detto e lo attacca, dicendogli che è un egoista incapace di pensare al bene della squadra.

Il Mondiale prosegue tra mille difficoltà e, ne momento peggiore, la classe di Roberto risolleva la squadra: doppietta alla Nigeria negli ottavi, gol decisivo contro la Spagna ai quarti e nuova doppietta alla Bulgaria in semifinale.

Siamo in finale, contro il Brasile. Il sogno di Roberto, la promessa fatta a suo padre, adesso può avverarsi. Mancano solo novanta minuti alla realizzazione.

In realtà i minuti diventano 120: gli sforzi fatti si fanno sentire cosi come i postumi dell’infortunio in semifinale e un acciaccato Baggio, in campo nonostante i dubbi di Sacchi, riesce a tener duro, assieme a tutta la squadra, fino ai calci di rigore.

Si decide tutto con i tiri dagli undici metri e il rigore decisivo vede sul dischetto Roberto che, però, lo sbaglia mandandolo oltre la traversa.

Il suo sogno si infrange a un passo dal traguardo.

Ritroviamo Baggio sei anni dopo in veste di disoccupato. Ha 33 anni, ha cambiato varie squadre e ormai nessuno sembra disposto a dargli più fiducia, come sottolineato anche da suo padre che gli chiede perché ci siano sempre tutti questi problemi con gli allenatori.

Roberto è seccato, trattiene le parole, ribadisce che lui vuole solo giocare e non si spiega i motivi di questo ostracismo generalizzato nei suoi confronti.

Non si sente finito e confessa al suo amico-manager Vittorio il suo ultimo sogno: vuole disputare il suo ultimo Mondiale, vuole esserci anche lui in Giappone tra due anni e con la maglia azzurra addosso.

La sua determinazione convince il presidente del Brescia Corioni che lo convoca per un incontro assieme al tecnico della squadra, Carletto Mazzone.

Il Brescia è un piccolo club di provincia, aspirano al massimo alla salvezza ma se Baggio è in cerca di fiducia da quelle parti ne avrà quanta ne desidera.

Roberto sorride, e annuisce: è tutto quello di cui ha bisogno.

E’ l’ennesima rinascita: Baggio diventa il perno della squadra, diverte e si diverte, regala gol ed assist e legittima le sue aspirazioni per un posto in nazionale.

Il nuovo tecnico, Giovanni Trapattoni, si mostra possibilista circa un suo inserimento nella lista degli azzurri ma poi, al momento delle convocazioni, lo lascia fuori adducendo come motivo i suoi problemi fisici.

E’ una mazzata tremenda per Roberto che confida al padre che non potrà più mantenere la promessa fatta tanti anni prima.

Con un colpo di scena Florindo rivela al figlio che in realtà quella promessa non è mai esistita, è stata tutta una sua invenzione.

Aveva intuito il talento del figlio e voleva indirizzarlo ad un grande obiettivo. Solo cosi sarebbe diventato davvero un campione. Quello che poi è avvenuto. E’ stato un grande calciatore, ha catalizzato attorno a sé l’affetto di migliaia di persone e lui è orgoglioso di quanto ha fatto, lo è sempre stato. E solo ora può finalmente permettersi di dirgli cosa ha sempre pensato di lui.

Roberto è confuso, disorientato. E pieno di rabbia. Non si capacita di aver basato tutta la sua vita su una promessa che non ha mai fatto. Si sente tradito.

Eppure, durante il viaggio di ritorno dall’ennesima battuta di caccia, il loro momento speciale, padre e figlio finalmente si ritrovano, si capiscono e si abbracciano.

Una sosta per fare benzina, un passaggio alla cassa e il sorriso di una giovane addetta (cameo della reale figlia di Baggio, Valentina) nel dirgli “Roby, grazie di tutto” chiudono il cerchio: Roberto viene riconosciuto, è circondato dai tifosi, travolto da richieste di foto ed autografi, riempito di complimenti ed attestazioni di stima.

Alla fine quello che conta davvero è il percorso, non l’arrivo.