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NUMERO 14 – Undici più uno
Roma, estate 1969. Un raggiante Giorgio Chinaglia prende possesso del suo appartamento in Via Baldo degli Ubaldi. A suo fianco c’è Connie, la ragazza italo-americana che ha sposato, la casa in cui vivranno è di proprietà di Umberto Lenzini, il Presidente della Lazio, la sua nuova squadra. La difficile infanzia in Galles è ormai alle spalle: c’è una nuova esperienza da vivere, in una città affascinante, come punta di diamante di un gruppo che nutre grande ambizioni. E’ l’inizio dell’avventura di un manipolo di ragazzi scalmanati il cui unico freno è un allenatore saggio e paziente. Undici più uno.
A scuola dallo stregone
A volerlo in biancoceleste è stato l’allenatore, l’argentino Juan Carlos Lorenzo. Un personaggio unico, talmente preda dei suoi riti scaramantici da essersi guadagnato la fama di stregone. Ma di calcio ne mastica come pochi e ha un fiuto particolare per i bomber di razza. Chinaglia ha un fisico straripante e una voglia dannata di sfondare, è la materia prima ideale per gli esperimenti del “Brujo” Lorenzo. Dapprima lo sgrezza tecnicamente, perfezionando i suoi fondamentali e poi lo istruisce sulla tattica, insegnandogli a sfruttare a dovere la sua devastante progressione da bisonte al galoppo. Giorgio ascolta, annuisce scuotendo il testone e poi parte all’assalto della porta avversaria. Il bilancio del primo anno trascorso insieme è lusinghiero: per Chinaglia 12 reti in 28 presenze, per la Lazio ottava posizione in classifica e qualificazione alla Coppa delle Fiere. Le basi per un percorso interessante sono state messe, ora l’importante è tenere ben salda la barra del timone.
Undici ghiande
Per la curva laziale lui è ormai “Long John”, tanto implacabile quanto pieno di risorse, esattamente come il pirata Silver del libro “L’isola del tesoro”. L’allenatore lo esalta, i compagni lo eleggono a condottiero, sulla scrivania dei dirigenti arrivano proposte interessanti. Ma l’entusiasmo dell’anno precedente è ormai svanito, gli avversari hanno approntato le giuste contromisure e le trovate folcloristiche dello stregone non bastano ad evitare il peggio. A fine stagione un deprimente penultimo posto condanna la squadra alla Serie B, l’allenatore argentino sconta la sua inadeguatezza con l’esonero. Nemmeno per Chinaglia è stato un gran campionato (appena 9 reti messe a segno) ed è anche lui nel mirino della critica per gli eccessi nella vita privata. Sarebbe tentato di accettare l’offerta del Napoli, a Lenzini non dispiacerebbe incassare il cospicuo assegno promessogli per il suo cartellino. Ma il nuovo tecnico, Tommaso Maestrelli, subordina la sua firma sul contratto alla conferma di Chinaglia. Il centravanti è ancora visceralmente legato al suo precedente allenatore ma il neo tecnico sa come sciogliere le riserve del suo uomo chiave. Basta una passeggiata assieme ai giardinetti e undici ghiande strette nel suo pugno. Maestrelli le dispone sull’erba e comincia ad illustrare a Chinaglia gli schemi di gioco che ha in mente per la squadra, spostandole di volta in volta. Giorgio ascolta in silenzio, poi interviene puntando il dito sulla ghianda più grossa e più spostata in avanti. Ha capito, si è convinto, lo aiuterà nel ricostruire un gruppo. Undici più uno.
Uno spogliatoio esplosivo
Sotto la guida del nuovo allenatore arrivano i primi risultati. La Lazio conquista la seconda posizione, riaffacciandosi in Serie A dopo un solo anno tra i cadetti (Chinaglia è capocannoniere con 21 reti). Maestrelli è un tecnico all’avanguardia, fa giocare la squadra ispirandosi ai dettami del calcio totale olandese, valorizza le singole capacità di ognuno tenendo sempre presente l’omogeneità del gruppo. In più è un fine psicologo, sempre capace di cogliere la più piccola sfaccettatura nei comportamenti dei suoi ragazzi, sempre pronto a smussare ogni spigolo caratteriale. Chinaglia, tanto sbruffone quanto intimamente fragile, si affida completamente al suo mister. Spalleggiato dal libero Wilson, ora capitano, ha instaurato una ferrea dittatura sui compagni, imponendo regole e attuando ritorsioni contro gli oppositori. Quando la tensione supera il livello di guardia Maestrelli fischia la fine della partitella di allenamento che stava diventando un massacro tra le opposte fazioni e intima il rientro nei due spogliatoi. Nel primo sono sistemati Chinaglia e i suoi, nell’altro tutti quelli che sono contro di lui. Una divisione necessaria, indispensabile per evitare discussioni da saloon western e risse colossali. Alla fine della seduta spesso c’è un invito a cena a casa Maestrelli per Giorgio. L’eloquio suadente del mister, la buona cucina di sua moglie Angela, persino le sfide a Subbuteo con i figli dell’allenatore appiattiscono l’irascibilità del centravanti. E, alla domenica, quell’accozzaglia di teppisti si tramuta in un blocco monolitico: tutti assieme in trincea e al diavolo gli scontri della settimana. Chinaglia e compagni triturano chi gli sta di fronte, Maestrelli osserva ed annuisce, soddisfatto. Undici più uno.
Uno scudetto sfiorato
Il ritorno nella massima serie è l’inizio di un periodo d’oro. Maestrelli plasma il gruppo per grandi risultati: in porta c’è l’affidabile Felice Pulici; la difesa orchestrata da Capitan Wilson garantisce impermeabilità assoluta e pronti rilanci sulle corsie presidiate dai terzini Petrelli e Martini; il centrocampo, diretto dal neo arrivato regista Frustalupi con l’assistenza del cursore Re Cecconi, assicura gioco ed inventiva; l’attacco vive sugli assalti dell’ariete Chinaglia, e i guizzi dell’ala Garlaschelli. L’intero torneo è un testa a testa con la Juventus per il titolo che si risolve solo all’ultima giornata a Napoli, con la squadra di casa che batte la Lazio e consegna lo scudetto ai torinesi. Nello spogliatoio del San Paolo le lacrime di un affranto Wilson fanno il paio con le bottigliette d’acqua sfasciate da un inferocito Chinaglia. Il secondo posto è un risultato straordinario per una neopromossa ma, per quanto visto sui campi per l’intera annata, i ragazzi di Maestrelli avrebbero meritato il tricolore. Ma, ora, smaltita la delusione c’è solo da programmare la prossima stagione. Con gli stessi metodi, la consueta unità di intenti e l’illuminata guida di Maestrelli. Undici più uno.
Tiro al bersaglio
Una sera il Presidente Lenzini invita a cena Martini e Re Cecconi, i due leader del clan che si oppone a quello di Chinaglia. L’atmosfera a tavola è tesa: la dirigenza laziale è entusiasta delle prestazioni domenicali dei giocatori ma nutre molte perplessità sulle condotte del resto della settimana. Lenzini è inquisitorio: è vero che vi cambiate in due stanze separate? E’ vero che in allenamento andate ben oltre il limite dell’agonismo? E’ vero che persino i pasti li consumate in due gruppi ben distinti? I due ammiccano, rassicuranti, dicendogli che le voci sono esagerate, che la squadra è unita, che va tutto per il meglio. In realtà la situazione è esattamente quella che è stata illustrata a Lenzini, con, in aggiunta, un inquietante corollario. Chinaglia e Wilson hanno la passione per le armi e l’hanno trasmessa a quasi tutti i compagni. I lunghi ritiri pre-partita sono divenuti l’occasione ideale per esercitarsi, l’albergo dove alloggiano prima dei match è stato tramutato in un poligono da tiro. Ogni occasione è buona per mettere mano a pistole e fucili, persino una lampada da camera è stata oggetto di un tiro al bersaglio. L’atmosfera è quella di una tragedia incombente, negli spogliatoi c’è stato anche un durissimo scontro tra Pulici e Petrelli, con il secondo che ha puntato minacciosamente al collo del primo una bottiglia spezzata. Bisogna darci un taglio: i giocatori mettono momentaneamente da parte il loro arsenale e si concentrano sui prossimi impegni. C’è un grande traguardo in vista, bisogna continuare cosi come si è sempre fatto. Undici più uno.
Il momento del trionfo
Sembra davvero l’anno buono, la Lazio chiude il girone d’andata da campione d’inverno. Nella seconda parte della stagione cadono, sotto le incornate di Long John Chinaglia, Napoli, Fiorentina, Cagliari, Bologna e Juventus. Il bisonte laziale, dopo aver deciso il derby d’andata, si ripete anche in quello di ritorno, andando a festeggiare il gol sotto la curva romanista. Il suo dito teso è un insulto intollerabile per i tifosi giallorossi. A fine partita la loro rabbia esplode in maniera incontrollata, c’è un clima da guerriglia urbana. Un gruppo di ultras fa la posta al centravanti laziale, sono più di cento persone che lo attendono sotto casa. Un invasato Chinaglia vorrebbe scendere ed affrontarli tutti, è salvato dal pronto intervento di Petrelli che, alla guida dell’auto, riesce ad invertire la marcia e a superare il blocco, dirigendosi verso l’abitazione di Maestrelli. Ben presto anche l’appartamento del tecnico viene preso d’assedio dall’inferocita tifoseria degli avversari, a notte fonda l’allenatore sorprende Giorgio che passeggia nervosamente sul balcone con un fucile sottobraccio, ben deciso a difendere lui e i suoi familiari in ogni maniera. La settimana successiva il bellicoso attaccante è ancora decisivo, recuperando i tre gol del Napoli con una spettacolare tripletta. Il turno successivo, a Verona, vede la Lazio sotto di un gol alla fine del primo tempo. La tensione è alle stelle, Maestrelli impedisce ai suoi di rientrare negli spogliatoi, non vuole che si massacrino a vicenda. Gli impone di rimanere sul campo, che si calmino i nervi come meglio possono. Al novantesimo il tabellone recita 4 a 2 per la Lazio. Ormai siamo agli sgoccioli del campionato, il momento decisivo è la penultima giornata, la partita contro il Foggia, l’ex squadra di Maestrelli. Viene assegnato un calcio di rigore alla Lazio, Chinaglia lo trasforma, è scudetto. La vittoria viene festeggiata con Maestrelli portato in trionfo dai suoi ragazzi. Undici più uno.
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