NUMERO 14 – L’omologo del Santo

Focus On Numero 14
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“Non esistono che due portieri, San Pietro in cielo e Zamora sulla terra”.  Questo detto popolare è il biglietto da visita del miglior guardiapali degli anni ’20 e ’30 del Ventesimo secolo, Ricardo Zamora, conosciuto anche come “El Divino”, giusto per rimanere in tema, in bilico tra ammirazione idolatrica e ironica blasfemia.

Quella maledetta pietra

I suoi genitori appartengono all’alta borghesia catalana, il padre è un noto medico e Ricardo cresce seguendo la sua naturale inclinazione per lo sport, avendo come unico limite un fisico gracile e malaticcio, al punto da sospettare una tubercolosi. Naturale che il Dottor Zamora, preda dell’ansia, vigilasse costantemente sui passatempi del figlio, alternando bonari consigli a più marziali divieti di recarsi al campo di calcio. Tuttavia, né il piglio severo del genitore né gli inevitabili scontri di gioco, con avversari ben più prestanti di lui, avevano mai avuto l’effetto di spegnere la sua passione per la pelota. A mettergli i bastoni tra le ruote ci pensa, però, il Destino: a otto anni, durante una partita, il piede sbatte contro una pietra tagliente ai bordi del campo. Incontro finito, dolore lancinante e mesto ritorno a casa con l’obbligo di mascherare la zoppia per evitare altri problemi.

Decisione poco lungimirante: tre giorni di sofferenza e un piede gonfio come un melone fanno scoprire il suo bluff alla famiglia. Si corre subito ai ripari ma il responso è sconfortante: ormai l’infezione si è estesa, forse è necessaria l’amputazione per salvare la vita del ragazzo.

Nascita di un atleta

Per sua fortuna, un miracoloso intervento chirurgico riesce a salvare la sua integrità fisica. Al resto provvede suo padre: ormai perduta la speranza che Ricardo segua le sue orme, indossando il camice da medico, decide di preservare il suo futuro da atleta. Lo spedisce, pertanto, a  Tona, piccolo centro della catalogna famoso per le sue terme. E’ la sua rinascita: le virtù taumaturgiche delle acque, unite ad una mirata alimentazione e  un sapiente allenamento, trasformano il ragazzino dalla salute cagionevole in una prestante promessa del calcio, ormai unico e solo obiettivo delle aspirazioni sportive del ragazzo, che si rimette tra i pali con ben più ampie prospettive.

La prima occasione gliela fornisce l’Universitario Barcelona, squadra alla disperata ricerca di un sostituto del portiere, messo fuori causa da un tremendo infortunio. Ricardo solitamente gioca da attaccante ma  quel giorno, per cause di forza maggiore, è stato costretto a giocare in porta e la sua prestazione ha folgorato il presidente della squadra avversaria, fulmineo nel proporgli un contratto e un posto da titolare.

La sua famiglia è perplessa, cosi come i tifosi della sua nuova squadra. Ha 15 anni, non si è mai visto un portiere che porta ancora i pantaloni corti. In ogni caso, a fugare tutti i dubbi, è la sua partita d’esordio, proprio contro il Barcellona. Finisce 4 a 0 per gli avversari ma sono tutti d’accordo nel dire che, senza le prodezze del giovanissimo debuttante, le marcature sarebbero state sicuramente il doppio.

Tra Espanyol e Barcellona

A poco meno di un anno dal debutto viene acquistato dall’Espanyol, il secondo club della città, con cui si laurea subito campione di Catalogna. Ormai, anche se ancora imberbe, il suo talento non può più lasciare indifferente la dirigenza della più grande squadra della regione e, al termine di una lunga trattativa, passa al Barcellona, posto da titolare fisso e ingaggio più che raddoppiato.

Sembra che la sua carriera abbia ormai preso il volo ma è costretto a fermarsi per mantenere fede ad una promessa fatta al padre sul letto di morte. Quando può riprendere l’attività accetta di giocare nuovamente per L’Espanyol senza considerare che il suo contratto con il Barcellona è ancora valido. La Federazione non può proprio passarci sopra e gli commina una squalifica di due anni. Zamora mastica amaro, è costretto ad allenarsi da solo ma, alla fine del biennio, si riprende, con pieno titolo la maglia di titolare nel suo club. Fino al 1930, anno del suo passaggio al Real Madrid, non si muoverà mai da Barcellona. Chiuderà la carriera nel Nizza, in Francia.

Costruzione di un mito

E’ ormai nel pieno della sua maturità atletica. Ha sviluppato un suo personale modo di parare che poi sarà imitato da molti negli anni a venire. E’ sicuro dei suoi mezzi, si esibisce in interventi eleganti e spettacolari, comanda con autorità la difesa, non disdegna di utilizzare anche i piedi. Tra i pali si propone con un look singolare (maglione con scollo a polo, cappello grigio di pezza, ginocchiere e parastinchi) che farà tendenza, al punto da trasformarlo in un esempio di stile. E, soprattutto, costruisce il mito del portiere in grado di ipnotizzare gli avversari. Non conta l’età o l’esperienza di chi gli si para davanti: il carisma di Zamora è un deterrente per chiunque, i tiri che finiscono tra le sue braccia aumentano di partita in partita, la sua aurea di invincibilità cresce di pari passo con le sue prestazioni.

Il mondiale in Italia

E’ diventato il titolare della nazionale spagnola sin dal 1920, lasciando il segno sin dal suo debutto alle Olimpiadi di Anversa contro la Danimarca. Vittoria della sua squadra di misura, risultato interamente dipeso dalle sue parate e l’intero stadio, tifosi avversari compresi, che lo acclama a gran voce. Tra le sue più grandi imprese con la maglia delle Furie Rosse c’è la partita con l’Inghilterra nel 1929. Zamora resta in campo nonostante una dolorosa frattura dello sterno e contribuisce alla vittoria sui britannici per 4 a 3. E’ la prima volta che una squadra del continente batte gli inglesi.

Ormai le sue prodezze gli hanno conferito lo status di leggenda e al Mondiale del 1934 in Italia è uno dei protagonisti più attesi. Zamora si dimostra all’altezza della sua fama: nell’incontro con il Brasile para un rigore all’asso sudamericano Leonidas ma è soprattutto nella partita contro i padroni di casa che scrive la storia.

Il titolo di campioni del mondo è una priorità per il governo di Mussolini, per motivi di propaganda. Gli azzurri, guidati dal c. t. Vittorio Pozzo, sono i favoriti del torneo e niente sembra potergli impedire di arrivare alla finalissima. Niente, tranne Zamora. Nel corso dell’incontro nulla sembra potergli passare alle spalle: blocca, intercetta, devia, spazza l’area con i piedi, domina sulle palle alte. Gli avversari sembrano impotenti davanti alla sua bravura, il celebre attaccante Meazza intimidito dalla sua sicurezza. Solo un contestato intervento su di lui consente agli azzurri di segnare e pareggiare l’incontro. E’ necessaria la ripetizione della partita, a distanza di 24 ore.

Il giorno dopo la Spagna si presenta in campo senza sette titolari. E Zamora non è tra i pali. Dolorante per i colpi ricevuti nella gara precedente? Assente non giustificato in quanto avversario troppo scomodo per chi puntava al titolo? La verità non si è mai saputa. L’unica cosa certa è che la sua assenza favori la vittoria degli azzurri, alla fine vincitori del torneo.