ÇA VA SANS DIRE – Miserrima Nobiltà

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Sarrà pure overo
che fujene
d’ ‘a guerra,
d’ ‘e malatie, d’ ‘a famme, ma…
‘A vulessero ‘a me ‘a Vermouth

 

Pare che in città più di uno sostenga la tesi secondo la quale:

  • Gattuso, che ha fatto la panza del fravecatore, sia necessariamente un Plebeo;
  • Ancelotti, che ha un passato di nobiltà, qualsiasi disastro compia debba esser chiamato Sua Altezza;
  • Napoli, che ha osato cacciarlo, non sia alla Sua Altezza.

 

Mi sono grattato il sopracciglio destro, ho arricciato il naso ed inarcato il muso: m’è parso di ricordare una storia.

 

 

Don Nicola Abbamonte, duca di Salza e marchese di Maccaroni: Vittorio Emanuele III aveva sancito al bisnonno la trasmissibilità del titolo nobiliare, e lui ne beneficiava. Abitava in una traversa di via Cimarosa, all’altezza del Teatro Diana. Autentico nobile decaduto: non avendo più una lira andava a pranzare a giorni fissi presso varie famiglie ospitanti. Tutte rigorosamente del Vomero. Te lo trovavi alla porta vestito di strafottente fierezza: col mento all’insù ti scostava colla spalla e si ficcava in casa, ruminando una dentiera difettosa. Posava le terga a tavola e con esse i titoli, patente di rispettabilità per la quale i suoi discorsi andavano ascoltati in silenzio.

Non so come, all’alba degli Anni Sessanta, il Vomero lo vomitò via, avanzo indigesto di una noblesse per la quale, tra porcellane e damascati, improvvisamente non c’era più posto.

Eppure Don Nicola seppe riciclarsi.

All’epoca, la città viveva un incessante rave culturale. Epoca illuminata, sissignore.

Conventicole di amici, parenti e conoscenti solevano riunirsi a casa ora dell’uno ora dell’altro, con appuntamenti periodici e fissi, durante i quali si provvedeva ad un intrattenimento di qualità. Ognuno per quel che poteva, s’intende.

Durante le Periodiche – il volgo ci mise poco a battezzarle – le case dei Quartieri Alti prendevano la forma del salotto letterario ove pochi eletti, selezionati ormai per censo più che per titoli, potevano godere in esclusiva degli acuti di cantanti lirici o delle macchiette dei comici più in voga, intervallate dalla immancabile Canzone Classica. Il tutto innaffiato di prestigiose bollicine ed accompagnato da una rinfresco di livello.

Accadeva poi che la Città Bassa, assetata anch’essa di cultura quand’anche di convivio, organizzasse Periodiche in tono minore: non già i cantanti ma il grammofono, niente bollicine ma Tarallucci e Vino, che in un breve volgere divennero stereotipo di frugalità. Un attimo prima del commiato, il padrone di casa salutava gli ospiti da par suo: chè non saremo al Vomero, ma la Vermut se la possono permettere pure Giù ai Quartieri.

A molti meno metri dal livello del mare, Don Nicola Abbamonte aveva trovato il modo di intrufolarsi in un mondo sommerso, nel quale il suo nome aveva ancora qualche centesimo di credibilità da spendere. I piatti non erano di Capodimonte, ma per lo meno apparava la panza. Quel che non aveva perso era la sicumera, unico biglietto da visita possibile per chi, senza faccia tosta, torna a casa digiuno. Era l’ospite più o meno d’onore: il personaggio imponeva quel poco di arroganza.

E poi, era di maggio, la Periodica toccò a don Felice ‘o Mastuggiorgio che, senza giri di parole, non ne teneva manc’uno, e però la brutta figura di non organizzare non se la sentì di farla. Il Quartiere mormora. Certo, da qualche parte devi tagliare: la Vermut del commiato lasciò spazio ad un bicchierino di Rosolio. Fatto in casa eh, fatto bene.

Embè Don Nicola Abbamonte ebbe a che dire: ad un marchese come lui il Rosolio?

Macchescherziamo

Fu là che o’ Mastuggiorgio uscì più pazzo dei pazzi coi quali aveva a che fare per lavoro: prese il marchese per la collottola, davanti ad una folla impallidita per la disturbata, e congedò le nobili natiche di Don Nicola proferendo una frase che sarebbe rimasta scolpita nel granito.

Embè: a vuliss a me, a Vermutta?

Da allora, a Napoli, chiunque si fosse visto destinatario di richieste esorbitanti non tanto nel contenuto, quanto per la sfacciata provenienza, adottò le parole del Mastuggiorgio.

E più non dimandare

Pare, tuttavia, che gli altri ospiti della Periodica, tutt’altro che nobili – mo ci vuole, ça va sans dire – anziché sposare le posizioni del padrone di casa, trovarono più chic schierarsi dalla parte del nobile, decaduto ma pur sempre nobile. Il Mastuggiorgio era stato un cafone, non all’altezza e pertanto bandito dalle Periodiche.

 

 

 

Au jour d’hui le uniche Periodiche per cui si smuova l’opinione pubblica napoletana le organizzano al San Paolo. Al di là del velo di tristezza intellettuale, le dinamiche non appaiono troppo dissimili.

Ci sta il Nobile che, per quanto decaduto, un posto a tavola lo trova sempre, perché il nome conta ancora più dei fatti. Lo cacci da una parte, lo trovi la settimana dopo seduto a un’altra tavola: c’è sempre qualcuno largo di Manica ed Oltre.

Ci sta il Plebeo, che magari si fa un mazzo tanto, per quel che può. Non ha un nome, e pertanto non merita tutto il rispetto. E se sbaglia, paga due volte.

Poi c’è la Gente, molto più vicina per natura al secondo, che per sentirsi dieci minuti migliore di quello che è sputa sul più debole, prendendo posto accanto al Vip. Che di loro se ne è fottuto e se ne fotte, ma tant’è…

Ed infine c’è Gattuso: in un anno dove all’ombra del Vesuvio è successa la qualunque, deve sentirsi dire le parulelle che nessuno ha osato nemmeno sussurrare ad Ancelotti.

Ma mo la Vermutta la volete proprio da lui?