Avellino
ANCHE MENO: Le pagelle di Avellino – Catanzaro 1 – 1
Avellino – Catanzaro: 1 – 1
Ormai siamo abituati. Di partite al cardiopalma quest’anno al Partenio ne abbiamo viste più di una. Le nostre coronarie sono costruite in cemento armato, rinforzato dopo il terremoto dell’80. Del resto i “Cavalieri della Palla Rotonda” non possono che regalarci partite epiche. Quelle che restano negli annali della storia del calcio avellinese e non solo.
Il vecchio portierone, quello a cui ti sei affidato per la cavalcata promozione in B. Lo stesso che non gioca da sei mesi per fare spazio al talento che avanza. Proprio lui è l’uomo che alla fine si prende tutto. Partita, prestazione e forse anche un pezzo di stagione salvati con un solo, decisivo intervento. Ma non nella porta che difende. In quella opposta. Con un movimento da attaccante navigato, di quelli che vivono l’area e sanno sempre dove finirà il pallone. Romanticismo di altre epoche, di un altro secolo.
La cronaca ci restituisce un pareggio, giusto a dirla tutta. Partita equilibrata per larghi tratti, con le due squadre più attente a non scoprirsi che a farsi male davvero. La differenza l’hanno fatta le numerose assenze degli ospiti e, dalla nostra parte, un attacco spuntato e poco pericoloso.
Il gol subito è figlio dell’ennesima disattenzione difensiva. Ormai un marchio di fabbrica che non riusciamo a scrollarci di dosso.
Solito anche l’arrembaggio finale per acciuffare il pareggio. Banale, quasi scritto, perfino l’epilogo del rigore fallito dal solito attaccante in cerca di rivincite personali e calcistiche.
Non va niente. Quando il fato si mette di traverso non ce n’è per nessuno. A meno che…
A meno che le stelle cadenti del romanticismo del calcio che fu non decidano di esprimere l’ultimo desiderio.
Non è solo un punto d’oro. Non è neanche solo classifica. È collante. Inossidabile. Indistruttibile.
Diventa struttura.
P.S.
Qualcuno ha notizie di Dino Manganiello nel dopo partita?
Le Pagelle dell’Avellino
Iannarilli: 8 (MVP)
È notte fonda. Sulla provinciale 167 il maresciallo Anthony Iannarilli è impegnato in un posto di blocco. Solerte agita la paletta d’ordinanza, quando la sua attenzione viene catturata da una luce accecante nel cielo. Al centro del fascio luminoso, la fiamma dei carabinieri. È un segnale. L’Avellino chiama. Anthony sussurra: “Comandi”. Sale nella sua gazzella e parte a sirene spiegate nella notte. Direzione Partenio. Rientra dopo sei mesi di bocconi amari ingoiati in silenzio, nascosti tra le pieghe della panchina. In campo urla, comanda, ristabilisce gerarchie nella sua area piccola. Sul gol subito è innocente: orrore difensivo, scena del crimine già compromessa. Poi il finale. Il 93’. Ultimo calcio d’angolo. La Sud canta “ Fino al novantesimo lupi alè” come fosse un rito pagano. Iannarilli sale, entra nell’area di rigore avversaria. “Mo segna Iannarilli”. Lo pensiamo tutti. Colpo di testa. La palla entra. Nessuno vede. Lui sì. Lui sa. Attende il VAR come un giudizio universale, ma intanto tranquillizza tutti. È gol. L’arbitro fischia e indica il centro del campo. È gol. All’INGV registrano un movimento tellurico. Zenith di carriera. Forza del disordine.
Cancellotti: 6
Sir Cancellotti la spada nella roccia non l’ha mai estratta. Forse non ci ha nemmeno provato. Ma in compenso combatte. Sempre. Su ogni pallone, su ogni incursione. Il suo talento è l’abnegazione. Vena pulsante.
Enrici: 7
La concorrenza gli ha riacceso qualcosa dentro. Torna il difensore moderno dello scorso anno: attento, sempre in anticipo, pulito negli interventi. Ma soprattutto con quella naturale tendenza a ricucire il gioco e presentarsi anche davanti. Lo ammetto, ho un debole per questa tipologia di calciatore. Dal mio punto di vista è “il posto fisso”.
Simic: 5,5
Nel calcio, come nella vita, esistono responsabilità di ruolo. E tu sei il capitano della difesa. Il tuo compito è guidare, comandare, sistemare gli altri. È parte del mestiere. Su quel gol subito qualcosa si rompe lì dietro, e quando succede la responsabilità ricade su chi deve tenere in piedi il reparto.
Quell’errore pesa. Eccome se pesa. Come un macigno.
Sala: 5,5
Partita senza errori. Ma anche senza coraggio. Non spinge, non sfonda, non crea superiorità.
Quella fascia resta piatta, prevedibile. E a questo punto della stagione serve altro: serve volare oltre l’ostacolo. Qualcuno, tempo fa, volò sul nido del cuculo. Ecco.
Palmiero: 6
Per comprendere il calcio di Palmiero bisogna scomodare Ludwig Van Beethoven. La sesta sinfonia, la “Pastorale”. Molto andante, leggero, più o meno mosso, in Re minore diminuita e Mi bemolle maggiore. Coligno.
Kumi: 5
Il cigolio si sentiva fino all’ultimo gradone della Sud. Movimenti lenti, macchinosi, prevedibili.
Non ci siamo. Metti la cera. Togli la cera.
Sounas: 6,5
La classe non è acqua. È Sounas. Punto.
Palumbo: 6
Recupera una quantità industriale di palloni. E forse è proprio questo il problema. Un giocatore di qualità trasformato in interditore. Mistero calcistico. Partita utile, sì. Brutta, no. Ma resta la sensazione di un talento in attesa che rispunti di nuovo il sole. D’altronde, è norvegese.
Biasci: 6
Ci prova, Tommaso. Anche da fuori. Ma senza mai davvero far male. L’attacco leggero visto oggi non convince fino in fondo, ma non mi sento neanche di bocciarlo. Biasci galleggia. Senza affondare, ma senza incidere.
Russo: 6,5
Ingabbiare Raffaele è un errore. Lo capisci subito, dopo pochi tocchi. Ha bisogno di libertà, di anarchia calcistica pura, di quella sensazione che lo schema di reparto venga dopo. Quando nel secondo tempo si allarga a sinistra e smette di chiedere permesso, cambia la partita. Non perché diventa un altro giocatore, ma perché torna semplicemente se stesso. Corre, lotta, si prende responsabilità e si inventa soluzioni dove non sembrano esserci. E infatti, nell’arrembaggio finale, ogni pallone che ha un minimo di senso passa inevitabilmente dai suoi piedi. Free Raf. Sempre.
I Subentrati dell’Avellino
Missori: 6,5
Ha aspettato. In silenzio. Ha lavorato molto in allenamento. Si vede. Entra ed è subito elettrico, propositivo, vivo. Ballardini gli ha cucito addosso un nuovo ruolo, esterno d’attacco con compiti di offesa. Crossa, attacca, prova anche la conclusione in più (sfortunate) occasioni. Può diventare un’arma nelle ultime battute del campionato. Cannonball.
Insigne: 5
Non è un uomo da spezzoni. Ha bisogno di ritmo, continuità, palloni giocabili e soprattutto di una partita che gli permetta di entrare davvero dentro il gioco. Oggi si è ritrovato inghiottito in un finale sporco, spezzettato, nervoso e quasi ansiolitico, dove tutto si accorcia e nulla scorre. E infatti finisce per scomparire nel caos, senza mai riuscire a lasciare il segno.
Patierno: 5
Buttato dentro nella mischia per provare a ribaltare, con la sua personalità, una gara che sembrava davvero stregata. E infatti la sensazione è che l’idea fosse giusta: alzare il livello emotivo, sporcare la partita, dare una scossa. Il problema è che resta soprattutto un’idea. La personalità c’è, si vede, si sente, ma non riesce mai a trasformarsi in presenza concreta dentro l’area. Pochi palloni toccati, pochissime occasioni per incidere. Tanta volontà, tanto movimento, ma poca traccia lasciata sul match.
Favilli: 4
Un calciatore non si giudica da un calcio di rigore, neanche se lo sbagli. Si può però giudicare se l’intero campionato è stato vissuto ai box, fermo ai margini mentre attorno la squadra cercava soluzioni e alternative. Si giudica dal peso di un contratto importante e da aspettative che, inevitabilmente, ti si appoggiano addosso ogni volta che entri in campo o anche solo che non entri. Doveva essere il riferimento, quello capace di reggere da solo il peso dell’attacco nei momenti più sporchi della stagione. In realtà, quel ruolo lo ha interpretato qualcun altro. Ancora una volta. Anche in questa partita.
Le Borgne: 5,5
È il calciatore con il valore più alto sulla carta di tutta la nostra rosa. Il Como lo valuta più di due milioni di euro, cifra che racconta aspettative prima ancora che realtà. Ha 19 anni, piedi buoni e anche una dose interessante di grinta, quella che non si compra e non si insegna. Ma la verità, come sempre, la decide il campo. E su quel campo, oggi, il divario tra potenziale e rendimento resta evidente. Non per mancanza di qualità, ma per continuità, tempi di gioco, presenza dentro la partita. C’è ancora tanto lavoro da fare. E prima ancora di pensare alle valutazioni economiche o ai prospetti futuri, serve una cosa molto più concreta: ritagliarsi spazio vero, minuto dopo minuto, anche solo per diventare una certezza in una rosa di una squadra di media classifica di Serie B.
(Foto: Depositphotos)
