Avellino
ANCHE MENO – Il Pagellone dell’Avellino 2025/26
Il Pagellone dell’Avellino 2025/26
I PROMOSSI
Premio “‘O CCHIU” – Miglior giocatore dell’anno
Dimitrios Sounas – 8,5
Per tanti il calcio è spingere una palla dentro una porta. Fine. Una lettura superficiale, quasi offensiva. Perché per spingere quella palla dentro servono pure quelli che la guerra la fanno prima. Quelli che puliscono il campo dalle macerie. E Sounas quest’anno è stato esattamente questo: un combattente omerico mandato direttamente in Irpinia da Zeus in persona. 4 assist. 1 gol. Tutti pesanti. Tutti dentro partite sporche, nervose, cattive. Quelle dove il pallone pesa quanto una lavatrice e il centrocampo sembra una rissa fuori da una taverna spartana. Il suo vero superpotere però non sta nei numeri. Sta nella personalità. Sembra uno di quei giocatori usciti da un calcio anni ‘90 dove i mediani fumavano negli spogliatoi e minacciavano gli avversari solo guardandoli. Mai domo. Mai rassegnato. Mai morbido. Migliore in campo senza nessun dubbio. Sono più di duemila anni che i Greci si accomodano nell’Italia meridionale. Come pezzi mancanti dello stesso mosaico. Una Faza, Una Raza. Magna Grecia.
Premio “Di Somma” – Giocatore più devoto alla causa
Tommaso Cancellotti – 8
Tommaso è uno di quei soldati medievali che non sanno nemmeno perché combattono. Lo fanno. Punto. Sempre. Con fede assoluta. Mai una polemica. Mai una faccia storta. Solo vene del collo grosse come tubi dell’acquedotto pugliese. Ormai ad Avellino si racconta che nello spogliatoio ci sia davvero uno scarpino di Cancellotti incastonato, come una reliquia medievale. Qualcuno dice anche che si sia formata una processione di giovani promesse del calcio per provare a calzare la scarpa e ricevere il testimone del difensore invalicabile. Vengono a piedi, da ogni luogo, da tutte le città. Come un pellegrinaggio. Lo chiamano: Il Camino di Sir Cancellotti.
Premio “Ti ho visto fare Pio Pio” – Rivelazione dell’anno
Giovanni Daffara – 8
La Serie B è una vetrina. Ma per un giovane portiere è praticamente Hunger Games. Perché gli attaccanti giovani spuntano ogni anno. Portieri così no. San Giovannino da Biella si è presentato con quella faccia sospesa tra un frate francescano, un protagonista di uno spaghetti western e un tizio che potrebbe venderti cavalli rubati al confine col Messico nel 1870. E invece para tutto. Rigori. Miracoli. Interventi senza senso. Uscite assassine. Ogni settimana sembra aggiungere un nuovo pezzo alla leggenda. A volte dà ancora la sensazione di poter incendiare tutto nel giro di trenta secondi. Ed è pure quello il bello. Manca ancora quel passaggio definitivo che separa i buoni portieri da quelli che ti fanno vincere i campionati da soli. Ma chi lo prende adesso fa un affare sporco. Di quelli che tra tre anni tutti fingono di aver previsto.
Premio “Underwolf” – Miglior calciatore non protagonista
Tommaso Biasci – 7,5
È arrivato a fine mercato. Lo abbiamo accolto come si accolgono i parenti lontani ai matrimoni: con educazione ma senza troppe aspettative. Il classico “riempimento lista”. Preso quasi per disperazione, per coprire un reparto offensivo che nel precampionato sembrava un ospedale da campo dopo Waterloo. E invece ti ritrovi, 12 gol e 4 assist dopo, a chiederti come sia possibile che abbia segnato più lui di metà attaccanti teoricamente titolari della categoria. Silenzioso. Strano. Sempre leggermente fuori fuoco. Come quei personaggi secondari dei film che a metà storia capisci essere i più importanti di tutti. Non si è mai preso la scena veramente. Semplicemente se l’è rubata piano piano. Nessuno lo aveva visto arrivare. Forse nemmeno lui.
Premio “Mamma Schiavona” – Momento mistico dell’anno
Anthony Iannarilli – 7,5
L’anno scorso aveva firmato la promozione col sangue. Quest’anno è stato impiegato poco, 14 partite appena. Ad un certo punto della stagione sembrava quasi una figura mistica da tramandare ai bambini davanti al camino. Poi però arriva il Catanzaro al Partenio. E Anthony decide di riscrivere di nuovo la sceneggiatura. Quel gol è stato uno di quei momenti dove per qualche secondo smetti pure di capire cosa stia succedendo. Gente che urla. Gente che piange. Gente che abbraccia sconosciuti al bar. Lui intanto, come un santo patrono delle cause disperate, ci regala la salvezza definitiva e apre la porta dei playoff. Finché fa male. Finché ce n’è.
Premio “Oooonna” – Gol dell’anno
Raffaele Russo – 7,5
Raffaele ha un problema serio: non sa fare gol normali. Lui segna solo robe che obbligano la gente a fermarsi e dire: “Aspetta, fammela rivedere !” Gol storti. Gol sporchi. Gol in controtempo. Gol che sembrano errori tecnici diventati improvvisamente arte contemporanea. Quello al Monza poi è pura iconografia calcistica. Una roba sospesa tra Silvio Piola, Carlo Parola e una figurina Panini del 1962 trovata sotto un sedile dell’autobus. Un attentato alle coronarie. Nome e cognome in calce sui guai cardiaci del povero Dino Manganiello.
Premio “Titoli di coda” – Alla carriera
Marco Armellino – 6,5
L’Oscar alla carriera è diverso dagli altri premi. Perché non celebra il capolavoro. Celebra la resistenza. Le rughe. Le guerre. Le sconfitte sotto la pioggia. Le sigarette fumate fuori dallo spogliatoio guardando il vuoto. Tre stagioni. 37 anni ad agosto. Armellino ormai entra in campo come quegli sceriffi vecchi dei western crepuscolari: lento, stanco, ma ancora rispettato da tutti perché sai che, se serve, una pallottola buona ce l’ha ancora. Ci siamo voluti bene. Tantissimo pure. La gomitata di Vicenza è stata ampiamente riscattata. Mo però, fratello mio… te ne può j’.
Simic – 7,5
Lorenço viene da Spalato, Dalmazia. Gli abitanti di questa zona dell’adriatico sono caratterizzati da statura molto elevata, ai vertici mondiali (185 cm media maschile), costituzione longilinea e robusta ed estremità grandi (piedi e mani spesso molto sviluppati). Questo lembo di terra, che non arriva ad un milione di abitanti, ha dato i natali a grandi campioni dello sport, come Goran Ivanisevic, Marin Cilic, Tony Kukoc, Dino Radja, Blanka Vlasic (2 volte olimpionica nel salto in alto). Tutti caratterizzati dalla padronanza della verticalità (in realtà ci sarebbe anche un tale Luka Modric, ma le eccezioni sono ciò che rende speciale il mondo). In questo solco si inserisce Simic, 195 cm di ruvidezza, che di mestiere fa lo stopper. Nell’allegra difesa di inizio stagione, che a lungo è stata la seconda peggiore per gol subiti, il gigante croato è stato colui che ha mantenuto la baracca in piedi. Segna anche 3 gol, tutti pesanti e per un bel pezzo è stato il nostro secondo marcatore. Senza di lui, abbiamo preso gol da tutte le parti (vedi Cesena). Col passare della stagione ha cominciato ad accusare la stanchezza di chi si porta dietro quasi 100 chili e non ha mai la possibilità di rifiatare. Il passaggio dalla difesa a 3 ad una 4 lo ha esposto maggiormente ai suoi limiti in termini di rapidità e con il rientro di Izzo ha potuto pian piano prendersi qualche giornata di meritate ferie. E’ stato il Biasci della difesa, il faro a cui aggrapparsi nelle giornate più buie. Già me lo vedo con le infradito a bordo di una barchetta tra le isole della Croazia a rigenerarsi in vista di una nuova stagione.
Missori – 7
Arrivato a fine mercato estivo con una valigia di tante promesse a livello giovanile non ancora confermate tra i grandi. Il ragazzo ha gamba, buona tecnica, sa crossare, in difesa si sta applicando, si diceva avesse solo bisogno di giocare. E’ così è stato. Ala vecchia scuola si è dimostrato un pendolino affidabile sulla corsia di destra, sia a centrocampo, che in difesa, una torre da scacchi da utilizzare quando gli spazi si aprono e poter sprigionare la sua rapidità. Trova una buona intesa con Palumbo con cui da vita a bei duetti sull’out di destra. Purtroppo col passare delle partite lo spartito tende a replicarsi senza particolari variazioni, e gli avversari cominciano a prendergli un pò le misure. Se i binari sono sbarrati il treno rallenta, non ci sono sentieri alternativi, e complici anche i tanti minuti giocati e la stanchezza, cala di rendimento ma in qualche modo regge senza mai naufragare (fatta eccezione per la partita con la Juve Stavia dove rimane tramortito dal ciclone Cacciamani, oggi sulla bocca di tutti). Con l’arrivo di Ballardini e il cambio di assetto e di modulo retrocede nelle gerarchie, salvo poi essere riproposto fresco e riposato in altre zone di campo. Gli si spiega che negli scacchi oltre alla torre esiste anche il cavallo. E magicamente Filippo da San Giovanni in laterano scopre che si può andare anche verso il centro, e con il piede invertito segna 2 gol in poche partite, rispondendo a chi gli imputava scarsa freddezza sotto porta. Ora il prossimo step è imparare a fare anche l’alfiere (entrare nel campo e creare gioco e superiorità numerica anche da li). Arrivato in prestito secco, se restasse un altro anno ad Avellino siamo sicuri che crescerà ancora e sarà pronto per la seria A….
Enrici – 7
Patrick è un ponte tattico tra il libero anni ’80 e il centrale difensivo del calcio fluido contemporaneo. Un po’ Franco Baresi, un po’ Alessandro Nesta, un po’ Riccardo Calafiori. Già immagino le risatine di chi legge questi paragoni. Ne riparleremo davanti a un bancone tra qualche anno. Ha piede educato e intraprendenza, ma sa anche trasformarsi in un difensore coriaceo, ruvido, tignoso: uno di quelli che non arretrano di un centimetro. E pensare che qualcuno, nelle prime giornate, nutriva dubbi sul suo valore. Patrick, invece, la maglia da titolare se l’è presa con la forza delle prestazioni, impreziosite da due gol e un assist: tanta roba per uno che, teoricamente, dovrebbe limitarsi a eseguire gli ordini del portiere. Prossimo step: migliorare nella marcatura diretta e nei duelli aerei.
Besaggio – 7
Michelangelo e Pinturicchio si calavano di notte, torcia alla mano, nei cunicoli della Domus Aurea per studiare quelle decorazioni che il mondo avrebbe poi chiamato “grottesche”. Ecco, io me lo immagino così Besaggio: ragazzino a Vinovo, intento a spiare movimenti e giocate dei grandi campioni della Juventus. Quel piede raffinato nasce sì dal talento naturale, ma anche da una lunga educazione dello sguardo. Per larghi tratti della stagione gioca distribuendo imprevedibilità e fantasia. È una mezz’ala moderna, di strappo, capace di tagliare il campo e spezzare gli equilibri. Ha dribbling, accelerazione, rapidità di pensiero. Gli manca ancora la piena gestione dei novanta minuti per consacrarsi definitivamente al salto di categoria. Ma la sensazione è che manchi davvero poco.
Izzo – 7
Armandino è tornato a Gennaio in città in modalità “c’arripigliamm chell ch’è o nuost !” Tamarro, abbronzato oltre l’umana decenza e incazzato al punto giusto. E’ vero che nella prima avventura in biancoverde era giovanissimo, o bambino come dice lui, ma ora è omm e ci si aspetta comportamenti e atteggiamenti maturi, dentro e fuori dal campo. Dal suo arrivo è indubbio che tutto il reparto arretrato abbia fatto un salto di qualità in termini di posizionamento e decisioni, le reti subite sono diminuite esponenzialmente e a tratti Izzo ha fatto il vice di Ballardini in campo dettando tempi e ritmi ai vari Enrici, Fontanarosa etc. Fuori dal campo il discorso cambia completamente. Risse social, sassolini tolti ripetutamente dalle scarpe e astio da “ragazzo di Scampia” sono sintomi che l’età non crea saggezza. Armà, contiamo su di te e sappiamo che in cadetteria sei un lusso, ma meno sogni e magie e più fame e concentrazione. Così diventerai davvero uno di noi.
Palumbo – 6,5
Le aspettative sono la morte del romanticismo calcistico. Troppa pressione, troppa voglia di dimostrare, troppa fretta di diventare quello che tutti volevano vedere subito. E quando hai qualità la gente non aspetta. Pretende. Quest’anno Palumbo si è strutturato. Ha smesso di essere soltanto “quello interessante”. Corre, combatte, cuce e copre più ruoli lui che certi assessori nelle giunte comunali. Adesso è diventato un pezzo stabile del centrocampo. Titolare. Intoccabile. Necessario. L’anno prossimo però arriva la prova vera: prendersi la squadra sulle spalle. Salire sul palco. Diventare protagonista. Ci riuscirà? Oppure resterà sospeso in quella terra di mezzo dove vivono i calciatori “interessanti”, quelli che tutti apprezzano ma che nessuno sente davvero indispensabili? Perché adesso arriva la parte più difficile: smettere di essere una promessa e prendersi il peso della squadra. I palloni che scottano, i silenzi del Partenio quando la partita si sporca. Il talento ormai lo abbiamo visto tutti. Adesso bisogna capire se dentro quel talento vive davvero un padrone del centrocampo… o soltanto un ragazzo molto bravo a sembrarlo.
Fontanarosa – 6,5
Originario di Tufino, zona di confine tra la conca di Nola e l’inizio della vegetazione di arbusti di Corylus avellana, (nome originale della nocciola), il giovane difensore scuola Inter ha rappresentato un giusto mix tra l’esuberanza partenopea ed il senso di appartenenza tipico dell’hirpinitas. Ha trovato subito il feeling con Mister Biancolino che gli affida una maglia da titolare nella difesa a 3. Con Ballardini diventa il vice Sala sulla fascia sinistra. Nel complesso dimostra tanta generosità, buone doti di marcatura e quel pizzico di follia che lo fanno diventare il nostro “cavallo pazzo”. Deve lavorare sul posizionamento e sulla gestione dei cartellini. Alterna errori da disattenzione a grandi recuperi e belle iniziative, quasi ad essere una sorta di Frascatore 2.0. Ha lacune da colmare, ma il ragazzo si farà.
Sala – 6,5
Il termine terzino nasce agli albori del calcio ed è legato alla disposizione tattica delle prime formazioni. Il nome deriva dal fatto che questi giocatori occupavano la terza linea della squadra partendo da dietro: gli attaccanti costituivano la prima linea, i centrocampisti la seconda e i difensori (appunto i terzini), la terza. Una ripartizione storica dei reparti che oggi profuma di calcio d’altri tempi. Ed è proprio questo gusto vintage che Sala porta nell’interpretazione del ruolo. Non è un running man, né un incursore capace di spaccare le partite o tagliare in due le difese avversarie. È stato preso per garantire equilibrio, ordine e solidità alla retroguardia. Nulla di travolgente, niente che accenda gli entusiasmi. Ma, onestamente, si può davvero dire che non abbia svolto il suo compito? Obiettivi minimi.
Palmiero – 6
Palmiedro, Palmipede, Passarreto ecc. si potrebbe fare sera ad elencare gli epiteti affibbiati al regista di Mugnano di Napoli. E’ strano il ruolo del regista così come l’interpreta Luca. Soggetto alle mode calcistiche dei tempi, al contesto tecnico tattico dei campionati, il regista puro viene ciclicamente messo alla gogna in nome della velocità d’azione, del dinamismo e del pressing di squadra salvo poi essere rispolverato quando non ci sono idee e si capisce che il calcio è prima di tutto tecnica. Lasciamo perdere gli artisti tipo Pirlo, Modric, Xavi, loro sono i grandi poeti del calcio. Eppure c’è un posto anche per piccoli scrivani di provincia che nel loro piccolo raccontano le “Emozioni” anche senza finire nei libri di testo. Luca è il calciatore a cui affidare il gioco della squadra e il pallone quando scotta ed ai compagni tremano le gambe. Andamento lento, calma olimpica apparente, inframmezzata qualche rara volta da colpi di testa fuori luogo e scomposti, come con lo Spezia. Nella prima parte il nostro gioco, con effetti funesti sulla relativa velocità, è passato esclusivamente da suoi piedi alla ricerca di una costruzione dal basso quale nuovo esperimento made in Coverciano voluto da Biancolino. Alleggerito nel carico da Ballardini, che gli ha fornito una sponda in più con cui dialogare (la scelta è stata un difensore in meno, con un centrocampista in più, e la presenza inoltre di almeno un difensore dai piedi educati in campo), ha alzato il rendimento nel finale di stagione, offrendo anche una miglior copertura ai famosi “buchi”che si creavano davanti la difesa, vero tallone d’achille negli ultimi 2 anni della compagine biancoverde. Tra un anno diventerebbe giocatore bandiera.
Crespi – 6
Valerio Crespi, 21 anni cresciuto a Cisterna di Latina si forma calcisticamente prima a Centocelle e poi a Formello e dopo un lungo girovagare giunge ad Avellino. Gioca titolare nella prima parte di campionato, scalando le gerarchie con buone prestazioni e tanto impegno. 1 gol, 2 assist, un rigore procurato e qualche legno, ma soprattutto tanto lavoro sporco per la squadra. E’ un ragazzo ancora da rifinire, in alcuni movimenti ancora macchinoso, ma corre tanto, fa a sportellate, fa salire la squadra, vede la porta ed ha anche una bella castagna dal limite dell’area. Ha tanta voglia di lavorare e di arrivare. Allora perché poi non ha giocato più? La risposta ha un nome ed un cognome, Gennaro Tutino. Il curriculum di quello che doveva essere l’acquisto più importante dell’Avellino ha pesato non poco nelle scelte di Biancolino, con buona pace della meritocrazia. La prospettiva del rientro di Patierno e Favilli ai box nel girone d’andata e le difficoltà a cedere Lescano, lo convincono a forzare la mano per andare via e cercare una squadra disposta a puntare su di lui e a dargli tanti minuti. A Brescia sta andando molto bene, le Rondinelle ( se così si possono ancora chiamare ) hanno un diritto di riscatto sul calciatore. Speriamo di non doverci mangiare le mani in futuro perché la stoffa del bomber c’è.
Ballardini – 8
Agli avellinesi i professori sono sempre piaciuti. Piacciono gli uomini che parlano chiaro, con lo sguardo di chi sa quello che dice. Di chi ha esperienza, competenza, cognizione di causa. E Ballardini, dal giorno del suo arrivo, più che una semplice linea calcistica ha tracciato una rotta: qualcosa capace di navigare mari agitati e oceani interi. Ha cambiato il metodo di allenamento, il sistema di gioco (passando al 4-3-1-2), la gestione delle rotazioni e perfino il modo di stare davanti ai microfoni. Meno alibi, più sostanza. Un lavoro profondo, concreto. Solo applausi. Ad Avellino si piange due volte: quando arrivi e quando te ne vai. E il “mister salvezza” da Avellino se n’è andato visibilmente emozionato, ringraziando una città che si è stretta attorno a lui e alla squadra nei momenti più delicati. Un gran signore, prima ancora che un allenatore. Insegnare significa lasciare un segno in chi ti ascolta. E anche se il suo passaggio in Irpinia è stato breve, da queste parti il nome di Ballardini resterà inciso nella memoria collettiva. In compenso, questa provincia qualcosa deve sempre lasciartelo addosso, oltre all’affetto della sua gente: quei chiletti in più che si intravedono sotto la tuta raccontano bene la generosità delle tavole irpine.
A. D’Agostino – 8
Finalmente anche Angelo Antonio è maturato. Non come uomo, sia ben chiaro, ma come presidente di una squadra di calcio professionistica. Fino allo scorso campionato era palese che l’investimento fatto fosse “lavoro”, ma poi, dalla promozione, o meglio dalla cacciata di Perinetti, cè stato un click. Da quel “se tutti vengono a fare i professori e poi non sanno darmi motivazioni valide, a sto punto lo faccio io il professore” a due mosse estremamente tattiche e lucide volute fortemente proprio da lui; l’acquisto di Izzo a Gennaio e il blitz notturno per Ballardini. Scelte capaci di invertire la rotta e cambiare la prospettiva. Oltre alla solidità economica, la provincia irpina ha scoperto che dietro i modi miti e semplici, c’è un imprenditore con visione e sogni importanti: Pater Familiae .
Aiello – 7
Giovannino – 6,5
Da Amarsi Ancora al branco di lupi, dai tatuaggi identitari alla nazionale d’Irpinia. Certo è che Giovannino non passa inosservato. I concetti espressi a volte sono forti o naive, e qualcuno si sarà accorto che Montefalcione non è Hollywood, ma la passione e il senso di comunità e amore, traspaiono quotidianamente dai suoi contenuti. Giovanni in questi anni ci ha insegnato che anche un ragazzo di provincia può avere sogni e ambizioni grandi. E questa terra ne ha un gran bisogno Hirpos vero.
Biancolino – 5,5
Per Biancolino il 2025 è stato anno memorabile e fortunato, ma il 2026 ha presentato il conto con fragoroso anticipo facendogli chiudere l’avventura da allenatore dell’Avellino e facendolo apparire più come un domatore di leoni che ha dimenticato la gabbia aperta che come un tecnico inesperto che ha bisogno di tempo e studio. I due aspetti più palesi della debacle sono la pochezza comunicativa e le indecisioni tattiche mostrate già dalle prime uscite stagionali. Il gioco di Biancolino ha avuto costanti limiti di equilibrio e molte scelte sembravano fatte coi paraocchi o con una miopia tattica preoccupante. Nel girone d’andata siamo saliti e scesi dalle montagne russe più volte, e la squadra viveva di sussulti e strigliate che a volte riuscivano nell’intento, altre creavano il disastro. Quando poi i nodi sono venuti al pettine (vedi le dichiarazioni dopo la sconfitta a Monza), abbiamo conosciuto un Biancolino visionario che non riuscendo a dare motivazioni adatte, è arrivato a giravolte che lo hanno portato al buio delle porte di Tannhauser. “Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi…”
I BOCCIATI
Premio “Pezzotto” – Peggior calciatore dell’anno
Gennaro Tutino – 3
Quest’estate arrivavano prima le aspettative di lui. Sembrava dovesse presentarsi Maradona coi parastinchi abbassati, la sigaretta in bocca e le chiavi della promozione appese al collo. Gol. Fantasia. Leadership. Qualità. Alla fine invece abbiamo ricevuto solo il buffering del calciatore visto in altre piazze. Un corpo trascinato dentro un buco nero tattico e mentale da cui non è mai uscito. Ogni partita dava la sensazione che stesse per accendersi. Come quei motorini rumorosi con la marmitta Leovinci che fanno “VRUMMMMM” al semaforo e poi ti muoiono sotto. Affogato. Alla fine è rimasto solo il fastidio. E quella sensazione terribile di soldi, tempo e speranze buttate dentro un tombino.
Premio “Redan” – Pacco dell’anno
Andrea Pandolfi – 4
A gennaio uscivano più nomi per l’attacco dell’Avellino che concorrenti al Festival di Sanremo. Ogni giorno: bomber argentino, ex Serie A, attaccante croato, centravanti sloveno di due metri che “fa reparto da solo”. Alla fine arriva lui. La società ci guarda negli occhi e praticamente dice: “Fidatevi.” E noi, da popolo eternamente diffidente e traumatizzato da anni di bidoni calcistici, per una volta abbiamo deciso di fidarci lo stesso. Poi lo vediamo giocare. Movimenti meccanici. Rigidità da PlayStation 2. Fiuto del gol pari a quello di un tostapane. Robocop dopo un intervento riuscito male.
Cagnano – 5,5
Del Dr Cagnano portiamo ancora forte il ricordo di quel polpaccio arrapante che l’anno scorso ha spinto forte sulla fascia e contribuito alla promozione con grinta e determinazione. Purtroppo quest’anno lo abbiamo visto in questa veste solo a Pescara, dopo il prestito di Gennaio, e il rimpianto è forte. La sensazione è che la sua storia in biancoverde non sia finita.
Favilli – 5
Quando da noi arriva un ragazzo di talento in cerca di rilancio, sembra che le regole del teorema di murphy si addensino in un’unica massima: “Se qualcosa può andare male, andrà peggio !”. E noi, con ancora fresche nella memoria le gesta dei vari Murano, Redan e Marconi, qualche dubbio e qualche preghierina a mamma Schiavona l’abbiamo fatta. Il ragazzo a livello fisico ne ha passate davvero tante, forse troppe, ma la tecnica, la classe e la voglia di riscatto non sono mai mancate nelle poche uscite stagionali in cui è riuscito a stare in campo. Su di lui il giudizio è sospeso in attesa di tempi migliori, ma per ora abbiamo capito che è da dosare con moderazione.
Patierno – 5
Strana la vita del Dr Cosimo e di Mr Francesco. Qualcuno potrebbe dire che il Dr Cosimo è curato di periferia calcistica, adatto alle anime dei poverelli che orbitano in quel girone dell’inferno dantesco che è la Lega Pro, sicuramente inadatto al candore porporato della Serie B. E forse ci aveva anche azzeccato. Ma quando in una notte di luna piena diventa Mr Francesco, emerge lo spirito di chi è abituato a sudare, a fare la guerra in mezzo al campo e a non mollare di un centimetro. L’apporto in termini di goal e di mezzi tecnici non arriva alla sufficienza, ma in termini di impegno e dedizione, non c’è Cosimo o Francesco che tenga. Per tutti noi è semplicemente Kikko.
Kumi – 5
Una lastra di marmo grezzo direttamente da Carrara (via Sassuolo) è stata recapitata quest’estate in ritiro. Non ne è uscito alcun capolavoro, e neanche una statua ben fatta, la lavorazione richiede impegno e dedizione e quest’anno noi non potevamo permettercelo. Justin ha un fisico molto vicino a quello di un pugile, ben strutturato, potente, dotato di una ottima progressione e dal gran fondo, è il classico giocatore box to box che va per la maggiore nel calcio inglese. Tecnicamente pur non avendo proprio un piedino educato, non si può dire che sia scarso. E’ allora il problema qual’è? Le scelte, ovvio ! Kumi riesce a sbagliarne un numero impressionante, quando deve passare, dribla, quando deve coprire, si lancia in avanti, quando deve spazzare tiene palla. Tatticamente è un giocatore indisciplinato e ancora da formare . Tuttavia nel corso della gara quando gli altri scendono di livello, lui è come se si connettesse con la partita facendo salire le sue prestazioni. Ha bisogno di una squadra che lo faccia giocare regolarmente per permetterli di colmare pian piano le evidenti lacune mostrate finora. Una neopromossa in B potrebbe puntarci e magari farà l’affare non riuscito all’Avellino. Nel momento in cui stava mostrando dei miglioramenti si infortuna. Torna dopo 3 mesi appesantito e fuori forma. Non più utile alla causa. 20 partite che hanno fatto solo intravedere ciò che potrebbe diventare. Deve trovare un allenatore michelangiolesco che lo educhi e lo plasmi.
Le Borgne – 5
Le Petit Rabiot, sembra uscito da un film in costume dove il giovane rampollo dell’aristocrazia fiero e dotato, dopo aver studiato alle migliori accademie di Francia è frenato dal suo carattere irascibile e un po’ spocchioso. Viene mandato a farsi le osse e a maturare nella legione straniera comandata da temuto sergente Biancolino, uno che se non dai l’anima in campo non ti vede proprio, soprattutto se vieni da oltre il Volturno. L’inizio a Monza è abbagliante, sembrava di aver trovato il perno attorno cui costruire il centrocampo, poi la metaforfosi, con la media di un cartellino ogni 85 minuti, la presenza in ogni accenno di rissa possibile ed immaginabile,e così il giovane rampollo dell’alta nobiltà si trasforma in un biscazziere corso rissaiolo. Il ragazzo ha grandi qualità, eleganza nei movimenti ed un bagaglio tecnico completo. Avrebbe bisogno di un ambiente calmo ed ovattato dove maturare e far sfiatare i bollenti spiriti adolescenziali ancora presenti. E questo posto non è Avellino. Lacio Drom.
Reale – 5
Il giovane criptense (ndr abitante di Gorttaferrata) arriva in sordina nel mercato di gennaio. Difensore molto apprezzato a livello giovanile (lo stesso Ballardini dice di averlo notato in passato), non si conferma al primo anno tra i professionisti. Dopo aver scaldato la panchina a Castellammare nel girone d’andata, si ripete anche all’ombra del Partenio con la differenza che negli ultimi 2 mesi si sposta dalla panchina all’infermeria. Gioca 2 partite, in una sbaglia un’uscita che poi sarà decisiva per il gol subito, nell’altra la squadra prende un’imbarcata a Venezia, ma non certo per colpa sua. Preso come vice Fontanarosa, diventa superfuo nel momento in cui il giocatore di cui dovrebbe essere il cambio diventa lui a sua volta panchinaro. Forse giocare un anno in serie c gli avrebbe fatto meglio. Il ragazzo comunque ha fatto intravedere qualità che potrebbero farlo emergere, ma questo non avverrà qui. Il tempo gioca a suo favore…
Gyabuaa – 5
Poco spazio e neanche ben sfruttato. Nel silenzio più totale attraversa i Monti Picentini e indossa la maglia della Salernitana. Lo rivedremo?
Milani – 4,5
Il giovane oriundo pontino arriva dalla Lazio, con tante buone referenze a livello giovanile. Si dimostrerà ancora acerbo per il calcio ruvido e fisico della serie b. Complici i guai prima fisici e poi gestionali di Cagnano, gioca abbastanza nella prima parte di stagione ma non colpisce l’occhio, poi viene messo da parte quasi definitivamente. Verrà ricordato più per il fatto che ha indossato la maglia del Venezuela contro l’Argentina, che per le prestazioni con la maglia biancoverde. Eppure è un crossatore eccellente, capace di mettere bei palloni in mezzo anche con l’uomo addosso. E’ tutto il resto quello su cui lavorare. Tornerà a Formello e verrà rigirato di nuovo in prestito. In una squadra dove il gioco converge verso la torre d’area di rigore forte nel gioco aereo potrebbe avere il suo perché.
Manzi – 4,5
Il taglio di capelli che andava di moda nei teenagers avellinesi nell’estate 2025 era quello alla “Manzi”. Questo sarà il principale lascito della sua esperienza avellinese. Arrivato a gennaio 2025 per fare il cambio ha visto pochissimo il campo nella stagione della promozione. Nel ritiro estivo si scopre capoanimatore e fulcro goliardico del gruppo soprattutto nei confronti della nutrita truppa di giocatori d’origine napoletana. Gioca in 3 delle prime 4 partite di campionato, dove mostra i suoi limiti, anche per sfortuna bisogna dirlo. Buon difensore di serie c, di medio alti livelli, si dimostra poco adatto al calcio di b, dove un minimo di piede educato è richiesto anche ai “macellai”. Il difensore ischitano finì in passato al centro delle cronache quando da capitano della primavera del Napoli fu valutato 4 milioni dal Lille nell’affare Oshimen. Viene il dubbio che non abbia mai messo piede in Francia. Finisce ad ottobre nel registro degli epurati di Biancolino, da gennaio si è ben comportato a Monopoli. Difensore coriaceo che dà sempre tutto in campo, tornerà per poi essere spedito chissà dove. Se dovessi fare un film o scrivere una biografia per raccontare l’emozionante vita di un calciatore che è rimasto a metà tra il successo e l’anonimato sceglierei lui. Si può dare di più, senza essere eroi.
Lescano – 4,5
Dalle parti mie si dice che chi nasce tondo non diventa quadrato. E Facundo da Mercedes, arrivato in Irpinia come una Ferrari, dopo la promozione e un’estate da protagonista sui social, alla prima vera occasione in cadetteria, stecca clamorosamente e se ne torna nel suo habitat naturale, quella lega Pro dove ritrova subito goal e sorriso. Al contrario di Patierno, quando viene chiamato in causa è irritante o impalpabile. E il problema vero è che ha dato l’impressione di non volerci provare nemmeno a incidere in una categoria superiore. Alla fine sei un Pandino fire Facù, prendine atto !
Sgarbi – 4,5
Da “C’eravamo tanto amati” a “pensavo fosse amore invece era un calesse”. La parabola di Lollo ad Avellino è tutta qui. “Vorrei incontrarti tra cent’anni !!!”
Insigne – 4
Vedendo l’impegno e la dedizione del fratello Lorenzo a Pescara, molti di noi nel corso della stagione hanno pensato “abbiamo preso il fratello sbagliato”. Non ci girerò troppo attorno, da un profilo come il suo ci aspettavamo giocate e idee che aiutassero la squadra a fare il salto di qualità. Abbiamo ricevuto solo sprazzi di talento e cocci di un giocatore che fu. Robertì, per tutta la stagione ti abbiamo consigliato di “uscire e andare a toccare le femmine” ma tu hai dato retta a mammà…
Rigione – 4
Tu sai chi è, Tu sai cos’è, tu sai perché. Tanto gossip, tante cose non dette. Quest’anno nel calcio giocato il nulla mischiato col niente.
D’Andrea – 3
Il giovane originario di Ponticelli arriva con una valigia carica di promesse, ma non ne mantinene una. Ex giovane dal grande avvenire si sta avviando verso un futuro di talento sprecato. Al terzo anno di professionismo sta facendo ogni anno peggio. Prodotto della immensa scuola napoletana della strada è il prototipo del giocatore brevilineo, con un bel dribbling “sporco”, spesso condizionato dagli infortuni e da una forma poco “performante”. Avrebbe bisogno di giocare tanto e ritrovare il guizzo e la fiducia. L’inferno della c potrebbe essere un buon esame dal quale potrebbe ritornare forgiato o perdersi definitivamente. Ora è il momento di rimettersi in gioco. Luca, un consiglio se vuoi tornare a essere quello che si pensava saresti diventato 3 o 4 anni fa, esci dalla comfort zone, sporcati nei campi di periferia e soprattutto “Non ti disunire”.
a cura di Collettivo Autonomo Totò Fresta
(foto: DepositPhotos)
