I nostri Social

Avellino

ANCHE MENO: Le pagelle di Catanzaro – Avellino 3 – 0

Pubblicato

il

Ballardini
Tempo di lettura: 5 minuti

Catanzaro – Avellino: 3 – 0

Che strana la Calabria. Terra di montagne che finiscono in mare, di aquile giallorosse e lupi rossoblù (ossimori calcistici), di curve che sembrano non finire mai e trasferte che ti fanno rivalutare il concetto di comodità. Calcisticamente, poi, Catanzaro non ci ha quasi mai regalato grandi gioie.

Eppure ci arriviamo stavolta con uno spirito diverso. Leggeri. Quasi sereni. In un martedì sera lavorativo, a cinquecento chilometri da casa, ci ritroviamo in 750 a cantare comunque. E già questo racconta tanto della stagione dell’Avellino.

Pubblicità

Una squadra che, partita con l’obiettivo semplice e umilissimo di non complicarsi la vita, si è ritrovata invece a costruire qualcosa di molto più grande. Merito di tutti.

Di Ballardini, arrivato in un momento delicato e capace di portare idee, equilibrio e soprattutto credibilità.

Merito della squadra, che si è sporcata le mani e ha iniziato a fare punti con la continuità delle squadre vere. Merito della società, che stavolta ha avuto il coraggio di cambiare prima che fosse troppo tardi. E merito anche di una tifoseria che, pur tra mille mugugni, non ha mai mollato.

Pubblicità

Il 3-0 finale è severo. Forse persino bugiardo. Perché il Catanzaro ha più qualità, più profondità di rosa, più abitudine a stare in questa categoria, ma un divario così netto, in campo, non si è percepito.

La differenza vera l’hanno fatta gli episodi, la gestione dei momenti e quella maturità che certe squadre costruiscono solo vivendo campionati come questi per anni. Noi, invece, dobbiamo ancora imparare a stare a questi tavoli senza guardare il prezzo del vino sul menù. Ma il campo, per lunghi tratti, non ha raccontato una distanza così enorme. Ed è proprio questa la notizia migliore.

La missione era salvarsi e strutturarsi. Missione compiuta. Adesso inizia il campionato più difficile: quello fatto di procuratori che chiamano a cena, direttori sportivi che parlano sottovoce, agenti che “ci sono offerte dalla Turchia”, intuizioni e relazioni pesanti.E al di là di chi guiderà la squadra il prossimo anno, le parole di Ballardini andrebbero conservate come le reliquie: sotto vetro, illuminate bene e possibilmente ascoltate.

Pubblicità

Perché il salto di qualità non si improvvisa, si programma. Con strutture sportive adeguate, una società organizzata in ogni ruolo e calciatori scelti non solo per il nome, ma perché funzionali a un’idea precisa di squadra.

Ma adesso, però, concedeteci il tempo degli abbracci e strette di mano. Di selfie in giro per la provincia, di braci accese, caciocavalli impiccati, feste, festini e tanti sorrisi. Qualcuno dopo due bicchieri dirà: “L’anno prossimo ce magnamm’ i playoff”.

E, chissà, avrà pure ragione.

Pubblicità

El pueblo unido jamás será vencido.

Le pagelle dell’Avellino

Iannarilli: 6,5

Tre gol subiti e un tabellino che, per un portiere, sembra una cartella esattoriale. Ma chi ha visto la partita sa che senza le sue parate la serata poteva prendere pieghe ancora più folkloristiche. Grida, richiami, occhi spiritati e almeno tre interventi veri. Sembra uno di quei marescialli di caserma che riescono a mettere sull’attenti pure le sedie. Le parole della settimana fanno pensare che il gol segnato proprio al Catanzaro possa essere stato il suo ultimo grande gesto romantico in biancoverde. Se davvero sarà addio: rispetto assoluto, marescià.

Cancellotti: 6

Parte come un guerriero medievale dopo tre litri di idromele e quella gomitata iniziale gli complica subito la serata. A volte il suo agonismo sembra scritto da Tolkien. Però a Cancellotti quest’anno si perdona praticamente tutto. È uno di quelli che ha difeso questa maglia come se dentro ci fossero le chiavi di casa. Nello spogliatoio, si dice, abbia infilato uno scarpino nella roccia: soltanto il prossimo lupo degno potrà estrarlo. “La Scarpa nella Doccia”.

Pubblicità

Enrici: 6

“Sarà”, “diventerà”, “arriverà”. Il futuro, nel calcio, è il tempo verbale riservato ai talenti. E in Patrick il talento si era intravisto già dalla prima partita con questa maglia. Eziolino Capuano lo diceva ai tempi di Taranto, quando aveva appena vent’anni: certi difensori li riconosci subito. Il talento, però, ti apre la porta, ma è il lavoro che decide se puoi restare dentro. Il salto di qualità vive nei dettagli, nella continuità. Nelle letture difensive da perfezionare, nelle marcature che ogni tanto ancora sfuggono, nelle uscite palla al piede che a volte sembrano più coraggiose che necessarie. Anche sul gol di stasera c’è qualcosa che andrà rivisto. Ma il materiale c’è, eccome se c’è. E il bello del futuro è che dipende sempre da quello che fai nel presente. Capitan Futuro.

Izzo: 7 (MVP)

Armandino arriva da quella periferia napoletana ruvida e complicata raccontata tante volte da Roberto Saviano nei sui libri. Proprio negli anni in cui lui provava a salvarsi col pallone tra i piedi, usando il calcio come via di fuga da certe strade che spesso non lasciano scelta. E forse è proprio da lì che si porta dietro quell’irriverenza, quella durezza, quel modo di stare al mondo sempre un po’ oltre il limite. Scomposto, provocatorio, a tratti persino maleducato. Sul campo però, cambia tutto. Perché Izzo, in questa categoria, è roba che appartiene a pochissimi. Sempre dentro l’azione, sempre in anticipo mentale oltre che fisico, duro quando serve e quasi mai fuori posizione. Uno che dà la sensazione di conoscere il mestiere in ogni sua sfumatura, comprese quelle sporche che nei corsi per allenatori non insegnano. Io lo so che prima o poi litigheremo pure noi con lui. È inevitabile con uno così. Però come calciatore, si’ gruoss’ o’ frat.

Missori: 6,5

Terzino, quinto di centrocampo, ala, mezzala emotiva. In pratica quest’anno ha fatto più ruoli lui che Favino in carriera. Tiene botta contro i ragazzi terribili del Catanzaro, spinge quando ne ha e resiste quando non ne ha più. Ballardini, evidentemente, gli ha visto qualcosa: in estate gli regalerà una scatola degli scacchi. Perché il prossimo step è imparare quando accelerare e quando mangiarsi il tempo. Kasparov biancoverde.

Pubblicità

Palmiero: 5,5

La manovra gira lenta, lentissima. Più che un centrocampo, a tratti sembra una pratica burocratica in un ufficio pubblico il venerdì pomeriggio. Tocca tanti palloni ma raramente cambia il ritmo della partita. E quando lui rallenta, rallentano tutti.

Besaggio: 6,5

Piede educato da scuole importanti, e si vede. È uno dei pochi a dare imprevedibilità e strappi a una squadra che spesso si appoggia troppo sul compitino. Prova a inventare, ad accelerare, a trovare linee diverse. Il problema è che il telecomando della sua intensità ogni tanto va in standby nel secondo tempo.

Sounas: 6

Non una delle sue serate migliori, ma dopo un anno passato a tirare la carretta pure il motore più affidabile ogni tanto fuma. In questo finale di stagione sembra pagare tutti i chilometri corsi. E sinceramente ci sta pure.

Pubblicità

Palumbo: 5,5

Il suo calcio largo, aperto, pensato per accendere il campo intero, quest’anno non sempre ha trovato brillantezza. Poche invenzioni davvero decisive, pochi lampi continui. Però dentro una partita opaca riesce comunque a infilarti una giocata che ti fa dire: “Aspetta però…”. La sensazione è che stia ancora cercando la versione definitiva di sé stesso.

Russo: 6,5

Croce e delizia. Per i tifosi, per i difensori avversari e probabilmente anche per i compagni che non sanno mai cosa farà col prossimo pallone. Però il suo ingresso mentale nella partita c’è sempre: aggressivo, vivo, fastidioso. Gli manca la giocata finale, quella che cambia davvero la storia della serata. Ma almeno ci prova sempre.

Patierno: 5,5

Se tutta l’energia che mette nel pressare, lottare, ringhiare e motivare pure il massaggiatore si trasformasse automaticamente in gol pesanti, parleremmo di una statua già pronta in Piazza Libertà. In Serie B però certe battaglie diventano più dure e lui arranca. Generoso fino allo sfinimento, ma poco lucido sotto porta.

Pubblicità

I subentrati dell’Avellino

Pandolfi: 4

Entra e sembra uno che ha parcheggiato male fuori dallo stadio e sta pensando soltanto alla multa. Spreca occasioni, controlli, palloni e pure la pazienza collettiva. Dopo le prime tre giocate si capisce immediatamente perché il posto da titolare quest’anno l’abbia visto più col binocolo che dal campo. Annata da cancellare con l’alcool etilico.

Biasci: 5,5

La sensazione è che abbia mentalmente iniziato le vacanze già da qualche settimana. Appagato, coccolato, celebrato dalla nuova piazza. Tutto bellissimo. Però oggi incide pochissimo e sembra viaggiare a risparmio energetico.

Insigne: 5

Parte in progressione come se dovesse salvare da solo la patria, poi però finisce quasi sempre per lanciarsi il pallone dove non può arrivare nessuno, compreso sé stesso. Talento evidente, ma il calcio resta uno sport collettivo. Andrebbe scritto a caratteri cubitali nello spogliatoio. O tatuato nell’unico spazio di pelle che gli è rimasto libero.

Pubblicità

D’Andrea: 4

Pochi minuti, abbastanza per contribuire al terzo gol del Catanzaro e sbagliare praticamente ogni pallone toccato. Una sintesi perfetta della sua stagione: breve, confusa e dolorosamente storta.

Le Borgne: 5

Il ragazzo ha mezzi veri. Fisico, tecnica, preparazione. Però a volte sembra uno che entra in campo già infastidito dall’esistenza umana. Ed è lì che bisogna lavorare. Perché il carattere può diventare leadership oppure zavorra. Dipende tutto da come impari a gestirlo.

(Foto: Depositphotos)

Pubblicità

in evidenza