Atleti ucraini accolti o arruolati, notizie di morte e di vita in fuga dall’orrore

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Spaventate, confuse, atterrite dall’intera situazione. Dal dover scappare, causa pioggia di bombe e di missili, dalla sera alla mattina. Dal dover fuggire dalla loro amata terra dai tratti gialli e blu perché un’apocalisse colorata di rosso sangue e armata fino ai denti ha invaso le loro città, i loro villaggi, le loro case. La guerra non risparmia nessuno nello sconvolgimento delle vite personali, delle proprie storie, di quelle di coloro che amiamo e di quelle dei luoghi colpiti. Neanche il mondo dello sport. La guerra è sempre una sconfitta per tutti e sono sconfitte annunciate che partono quasi sempre da lontano. E se gli atleti ucraini uomini maggiorenni, fin dall’inizio di questo conflitto non hanno potuto (anche volendo) lasciare l’Ucraina perché non gli era data in mano una scelta ma un’arma e una divisa, ai minorenni e alle donne era consentito di lasciare la propria patria. Proprio grazie a questo spiraglio che, dopo un estenuante viaggio, iniziato a Budapest, le prime 10 atlete delle nazionale ucraina di nuoto sincronizzato sono state accolte, insieme ad alcuni tecnici federali, ad Ostia nel Centro Federnuoto (a loro si aggiungeranno tutte le altre compagne e 3 nuotatori minorenni di sincro). Ma l’accoglienza nel mondo sportivo non si è limitato a questo. A Parma, per esempio, sono arrivati i familiari della squadra di rugby di Kiev con il bus della squadra di rugby parmigiana, per un totale di 49 persone. La guerra è ingiusta persino nell’accoglienza. C’è chi ha potuto avere un insperato aiuto diretto e chi, invece, deve ancora capire in quale Paese europeo sarà destinato (se sarà destinato) e in quale città o paese o organismo o famiglia. Notizie di morte, e non soltanto per i caduti e per la sofferenza dei familiari.

STORIE DOLOROSE DI LACRIME E SEPARAZIONI. Notizie di morte per tutte le vittime di questa guerra, per chi ha perso una casa, per chi è dovuto scappare, per chi s’è dovuto (per volontà o per obbligo) arruolare, per chi s’è dovuto forzatamente separare dai suoi figli o da sua moglie/marito o dai suoi genitori. In questi drammatici giorni di guerra, tra gesti forti e simbolici per la pace e appelli, tutte le storie che ascoltiamo sono accomunate da una morte interiore, da un distacco non voluto, da un pezzo di cuore che i protagonisti di quelle storie hanno dovuto lasciare per strada. Nel caso dello sport, di atleti sia ucraini che russi. Il dramma, per esempio, dei tanti sportivi ucraini che sono stati o si sono reclutati nell’esercito, dal tennista Stakhovksy al nuotatore Romanchuk, passando per il giovanissimo ex nazionale juniores di biathlon Malyshev, caduto sul campo da soldato perché a 20 anni stava prestando il servizio di leva. Ma non c’è solo chi ha scelto d’imbracciare un’arma per difendere la propria terra. C’è chi vorrebbe andarsene e non combattere e non può o non se la sente oppure non vuole. Ben consapevole che, scegliendolo di farlo, sarebbe considerato un disertore. Chi non vorrebbe proprio avere a che fare con quelle 6 lettere in fila che formano la parola più brutta in assoluto della storia dell’umanità. Quella parola “guerra” che nessuno vorrebbe mai pronunciare. C’è anche chi questo dramma lo sta pagando interiormente, consumandosi per il dolore che prova. E’ il caso di due giocatori della nazionale: il centrocampista del West Ham Yarmolenko e l’attaccante del Benfica Jaremčuk. Yarmolenko, che ha anche tentato un disperato appello a ribellarsi ai suoi colleghi russi nel tentativo di smuovere qualcosa, ha raccontato del terrore vissuto nei primi giorni per la presenza di moglie e figlio a Kiev, avvenuto il giorno prima dell’invasione russa per una visita medica. Un commosso Jaremčuk, all’ingresso in campo durante Benfica-Guimaraes, s’è visto tributare dallo stadio una standing ovation e dai compagni la consegna della fascia di capitano. E’ il caso delle lacrime della tennista bielorussa Azarenka, durante un match agli Indian Wells Masters. Si sta pagando un prezzo altissimo, e, come detto, non solo in vite umane (che è già un costo alto, di per sé). E’ già troppo tutto questo, lo era fin dal primo giorno di quest’assurda ostilità. Da questa nebbia spessa e pesante, da sinistra a destra si delinea lo schizzo di un abbraccio e di un sorriso. L’abbraccio che unisce, durante un allenamento, ha i volti di Malinovskyi e Miranchuk dell’Atalanta. Il sorriso è quello semplice ma ricco di bontà e determinazione di Yaroslava Mahuchikh, laureatasi campionessa del mondo indoor nel salto in alto ai Mondiali 2022 di Belgrado. Tre giorni di viaggio, dopo essere sfuggita ad esplosioni ed incendi. Un balzo di 2,02 metri che le è valsa l’impresa. Lacrime anche per lei. Ma di gioia. Fuga sì, ma per una vittoria. Che forse farà poco sul piano pratico, ma dà la giusta speranza. Per dare un pacco di calci alla guerra. Per portare primavera.

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