Approfondimenti
NUMERO 14 – La frase che costa una carriera
“Preferirei essere impiccato piuttosto che sposare quella ragazza”. Può un rifiuto ad una proposta di matrimonio, per quanto espresso con durezza, stroncare di colpo la promettente carriera di un giovane calciatore? Ebbene si, può succedere anche questo se hai la sfortuna di essere l’astro nascente del football sovietico alla fine degli anni ’50 e di godere di una notorietà che ti ha portato in dote anche invidie e sospetti, specie da parte di chi detiene le chiavi del potere e ti considera un nemico del popolo.
Il ragazzo della fabbrica
Eduard Streltsov, per gli amici Edik, è cresciuto inseguendo un pallone in mezzo alla strada, impegnato in mille partitelle con i coetanei, sin dalla più tenera età. Non poteva essere altrimenti: suo padre Anatoly, ufficiale dell’Armata Rossa, ha gettato la sua divisa alle ortiche al termine della Seconda Guerra Mondiale e non è più rientrato in patria. Sua madre, rimasta da sola, ha dovuto accettare un impiego in una fabbrica di coltelli per mantenere la famiglia, un impegno a tempo pieno che le impedisce di badare al figlio. Edik, pertanto, abbandona presto la scuola e divide il suo tempo tra le sfide di strada e gli incontri dello Spartak Mosca, squadra di cui è tifoso.
A 13 anni, in ossequio al fondamentale dogma sovietico “Sport & Lavoro”, inizia a giocare nella squadra della fabbrica dove lavora la madre. E’ bravo, ci sa fare e un incontro con una rappresentativa giovanile della Torpedo Mosca, la squadra della Fabbrica Automobilistica ZIS, segna il suo destino. Edik, a furia di dribbling e finte, incanta i dirigenti del club avversario a tal punto che, terminato l’incontro, il suo passaggio alla Torpedo viene definito praticamente da un accordo avvenuto nello spogliatoio subito dopo il fischio finale dell’arbitro.
Animo proletario e tentazioni capitaliste
La vecchia denominazione della Torpedo Mosca è Proletarskaja Kuznica e fa capo alle rappresentanze sindacali aziendali della ZIS. Non propriamente la squadra del popolo, dunque, (quella è il suo amato Spartak, il club del sindacato centrale), ma comunque espressione di un animo popolare in cui Edik, ragazzo di strada, si rispecchia in pieno.
Il suo debutto con la maglia della Torpedo è folgorante: si conquista subito una maglia da titolare a dispetto dei suoi 17 anni, diventa il punto di riferimento dell’attacco a suon di gol ed assist per il partner Ivanov e guida la sua squadra a un insperato quanto sorprendente quarto posto finale in classifica.
E’ la rivelazione del campionato: i giornali cantano le sue lodi e ne fanno un personaggio in vista, sempre assediato da tifosi entusiasti ed avvenenti ammiratrici.
Lui abbraccia in pieno il suo nuovo status: alto, biondo, elegante e sorriso da divo stampato in faccia si divide con disinvoltura tra il campo e i sempre più numerosi impegni mondani. Non c’è evento a cui disdegna di presenziare, con l’immancabile, splendida accompagnatrice di turno al braccio e una sequenza infinita di bicchieri di vodka a scandire i tempi della serata.
“Quello lì sta diventando troppo famoso” è la frase che si sussurra sempre alle sue spalle al termine di ogni festa. I vertici del partito ritengono che la fama abbia dato alla testa al ragazzo e che ormai, più che un eroe del socialismo, sia divenuto un emblema dei vizi del capitalismo, un pessimo esempio per tutta la gioventù sovietica.
Come se tutto ciò non bastasse c’è anche la vecchia accusa di diserzione che ancora pende sul capo di suo padre ad inquinarne l’immagine, al pari del suo netto rifiuto a trasferirsi in uno dei due club più influenti, il Cska Mosca, la squadra dell’Esercito, o la Dinamo Mosca, che dipende dal Ministero dell’Interno.
Colpo di genio
Le sue prodezze in campionato gli hanno fruttato l’attenzione del C. t. della nazionale sovietica, Kachalin, intenzionato a costruire su di lui la squadra che dovrà disputare il torneo olimpico di Melbourne, in Australia. La dirigenza del Partito ha fatto chiaramente capire all’allenatore che non sarà tollerato un altro fiasco come quello patito dalla squadra sovietica alle precedenti Olimpiadi, finite con una umiliante eliminazione al primo turno.
Il 19enne Streltsov, in definitiva, ha l’esplicita consegna di prendere per mano i compagni e condurli fino all’unico obiettivo preso in considerazione, la vittoria.
Il torneo olimpico si presenta difficile: dopo una sofferta vittoria di misura contro la Germania (gol decisivo di Edik a quattro minuti dalla fine) e il doppio match con la sorprendente Indonesia (è stata necessaria una ripetizione dell’incontro per ovviare al pareggio dopo i supplementari del primo) i sovietici si ritrovano a disputare la semifinale con la Bulgaria.
Partita dura, durissima, più calci che calcio e URSS sull’orlo del tracollo a pochi minuti dall’inizio del primo tempo supplementare con soli nove uomini validi in campo a causa degli infortuni del suo partner d’attacco Ivanov e del difensore Tishchencko e costretti a rimontare il gol del bulgaro Kolev.
Gli sguardi dei compagni si appuntano tutti su Edik, solo lui può salvarli in quella situazione, solo lui può evitare una sconfitta che costerebbe molto cara a tutti una volta rientrati in patria.
Streltsov sceglie il momento migliore per estrarre il suo coniglio dal cilindro: su un cross a mezza altezza si produce in uno spettacolare colpo di tacco che manda il pallone ad insaccarsi all’incrocio dei pali. E’ una giocata sensazionale che gli varrà l’immortalità, da quel giorno il colpo di tacco in Russia viene denominato con il suo nome, lo streltsov diventa sinonimo di classe ed eleganza applicata al calcio.
Dopo pochi minuti un suo assist consente al compagno Tatushin di siglare il gol della vittoria. Missione compiuta, Compagno Streltsov, la squadra è in finale.
Quella partita, tuttavia, non la disputerà a causa della ferrea regola che prevede la presenza in campo di un duo di attaccanti che siano anche compagni di squadra nel proprio club. L’infortunio di Ivanov determina anche l’esclusione dalla formazione dei titolari di Streltsov, costretto ad assistere alla vittoria dei compagni dalla panchina.
La premiazione dei vincitori comporta anche l’assegnazione della medaglia d’oro ai solo undici scesi in campo. Nikita Simonyan, l’attaccante che ha preso il suo posto, gli offre la sua medaglia, ben consapevole che nessuno la merita più di lui. Streltsov rifiuta con garbo, sicuro che il futuro gli riservi tanti altri trofei da vincere.
Un bicchiere di troppo
Il ritorno a casa è da trionfatori per i calciatori dell’URSS: articoli di giornali entusiasti, eventi e premiazioni a non finire per celebrarli e una convocazione al Cremlino per ricevere le meritate congratulazioni dalle massime autorità del Partito.
Al ricevimento Streltsov viene avvicinato da Ekaterina Furtseva, accompagnata dalla figlia sedicenne Svetlana. Lei una persona potente, la prima donna in Russia a far parte della Direzione generale del Partito mentre la figlia è una adorante ammiratrice del calciatore. Quello che vogliono è un matrimonio, Svetlana non sogna altro che di diventare sua moglie mentre la madre, dal canto suo, fa chiaramente capire che non avrebbe nulla in contrario a questa unione. Streltsov non si lascia intimidire dall’aura di potere dell’interlocutrice e declina l’offerta, affermando di aver già una fidanzata e che comunque la ragazza gli sembra troppo giovane per pensare di sposarsi.
In seguito, complice anche qualche bicchiere di troppo, si lascia sfuggire di bocca la frase incriminata, quella che, giunta agli orecchi della Furtseva, gli costerà la carriera.
La donna giura vendetta nei confronti di “quel ragazzino presuntuoso e maleducato” e non perde tempo nel mettere in atto il suo piano. Anche se Streltsov è ormai lo sportivo più popolare in Russia i suoi continui atteggiamenti sopra le righe lo hanno reso un personaggio assai scomodo agli occhi di molti. Più di uno pensa che sia arrivato il momento di dargli una salutare lezione in modo che impari finalmente a stare al mondo.
L’occasione è data dall’ennesimo ricevimento: Streltsov conclude la serata andando via dalla festa in compagnia di due compagni di nazionale e una ragazza, la ventenne Marina Lebedeva. Il mattino dopo è svegliato dalla polizia, l’accusa è di stupro.
Il giocatore non ricorda nulla di quanto è avvenuto, la testimonianza della ragazza è implacabile e le accuse a suo carico diventano man mano più incisive e pressanti.
Alla fine, ormai stremato, gli viene messo davanti un foglio con una confessione.
Gli viene detto che se firma verrà immediatamente rilasciato e potrà rispondere alla convocazione della nazionale per l’imminente Mondiale in Svezia mentre, se insiste a proclamarsi innocente, i tempi lunghi del processo a cui sarebbe sottoposto gli impedirebbero di partecipare alla manifestazione.
Streltsov crede a quanto gli viene detto. Firma. E segna la fine della sua carriera.
Viene condannato a 12 anni di lavori forzati in un gulag della Siberia. Verrà rilasciato dopo sette per buona condotta e tornerà anche a giocare, ma senza mai più essere il campione che era stato fino a quel momento.
