NUMERO 14 – Un calcio alla Grande Mela

Focus On Numero 14
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“Ma siamo sicuri che questo Pelè faccia davvero al caso nostro?”. Steve Ross, manager della Warner Communications, ha tutte le ragioni del mondo per essere preoccupato. La società per cui lavora ha preso da un paio d’anni il controllo azionario dei New York Cosmos, la squadra di calcio che avrebbe dovuto lanciare in grande stile il soccer negli U.S.A. e farlo entrare nel cuore degli spettatori a stelle e strisce.

Avrebbe dovuto, appunto. In realtà, invece, lo sport della pelota, amatissimo ad altre latitudini, negli States non ha sfondato per nulla e la neonata N.A.S.L. (North American Soccer League) langue nell’indifferenza del pubblico cosi come soffrono le casse societarie dei Cosmos, ancora in attesa dei ricavi pronosticati al momento della costituzione della squadra.

C’è bisogno di una svolta. C’è bisogno di un personaggio che sappia calamitare l’attenzione del pubblico e veicolarla sul team per trasformarlo nella macchina da soldi dei loro progetti. Un atleta che sia conosciuto a livello globale.

L’uomo adatto, hanno giurato a Ross, indossa la maglia numero 10 della squadra brasiliana del Santos e ha vinto tutto quello che c’è da vincere nel calcio.

Nel frattempo ha già dato il suo addio al mondo del pallone. E’ successo meno di un anno fa, al ventunesimo minuto del primo tempo dell’incontro tra la sua squadra e il Ponte Preta, partita valida per il Campionato del Brasile.

Edson Arantes Do Nascimento, universalmente conosciuto come Pelè, una carriera da leggenda (Milleduecento partite disputate con il  Santos con più di mille gol all’attivo, cento partite con la Nazionale del Brasile, novanta gol segnati e tre titoli di campione del mondo) ha deciso di dire basta. Ferma il gioco, si inginocchia al centro del campo e saluta per l’ultima volta il suo pubblico. Da tre anni ha lasciato la Nazionale Brasiliana, rifiutando anche la possibilità di disputare il Mondiale in Germania pochi mesi addietro, e ora vuole appendere definitivamente le scarpette al chiodo.

E’ il calciatore più famoso al mondo, ma non il più ricco: i contenuti proventi della sua attività ed alcuni investimenti sballati non hanno reso molto florida la sua situazione economica e gli impongono di pensare proficuamente al domani.

Sa di essere popolare e vuole far fruttare a dovere la fama conquistata sul terreno da gioco: si spende volentieri come testimonial di ogni tipo di prodotto, partecipa con entusiasmo ad ogni manifestazione e non rifiuta mai un incontro con la stampa.

Parla un inglese rudimentale, si adopera per migliorarlo in vista di un futuro da attore.

Non ha mai preso posizione contro il regime dittatoriale della sua terra, si è tenuto sulle sue, evitando di farsi nemici, in prospettiva di una carriera politica.

Decisamente, conclude Ross, un prospetto del genere è interessante: è conosciuto, ha carisma, vuole essere protagonista. Ma è ancora un atleta?

In fondo non vede un pallone da circa un anno e si dice che i postumi dell’attività abbiano lasciato dei segni tangibili sul suo fisico. Già una volta, dopo la brutale eliminazione del Brasile dai Mondiali inglesi del 1966, i medici gli avevano diagnosticato la fine della carriera, con le gambe martoriate dai rudi difensori europei.

Dopo una pausa di due anni era tornato nella Selecao in tempo per vincere i Mondiali messicani del 1970 ma ora troverà la forza di risorgere nuovamente?

I vertici della Warner sono sicuri di convincerlo. Hanno argomenti solidissimi: una proposta per tre anni a 4 milioni di dollari a stagione. Più di quanto abbia bisogno.

Sarà un contratto da  “Recording Artist” e non da “Soccer Player”: ai Cosmos serve un Pelè abbastanza in forma da sciorinare buoni numeri in campo ma soprattutto capace di intrattenere il pubblico anche senza la sua famosa maglia numero 10. L’inglese che ha studiato con tanta attenzione e la parlantina sciolta gli saranno utili tanto quanto le sue gambe. Con buona pace dei set cinematografici e delle tribune politiche.

La sua presentazione è degna di una star di Hollywood: il 10 Giugno 1975 al Club 21 di Manhattan, storico ristorante di New York, comincia ufficialmente la sua missione di ambasciatore del calcio negli Stati Uniti.

Sono serviti anche i buoni uffici in Brasile di Henry Kissinger, Segretario di Stato, per rendere possibile l’operazione, altrimenti quello che una volta era “patrimonio nazionale” non avrebbe mai lasciato la madrepatria.

Del resto ci avevano provato anche i compatrioti a trasformarlo in un’azienda, primo tra tutti Joao Havelange, neo presidente della Fifa, che non era riuscito nel’intento solo per la marcata antipatia provata dal diretto interessato nei suoi confronti.

Pelè  non vuole gestori di alcun tipo, né in campo né fuori. Sa benissimo da solo cosa fare: al suo debutto nei Cosmos subito un gol, un assist e numeri di alto livello.

Certo, è un calcio primitivo e sconcertante per alcuni aspetti (fuorigioco fischiato a 32 metri dalla porta, sei punti a vittoria, tre per il pareggio) ma il fuoriclasse brasiliano è un campione anche nell’adattamento: si adegua, sorride a tutti, diverte e si diverte.

Il suo avvento è una boccata d’aria fresca per l’intera N.A.S.L.: il pubblico si moltiplica, i media suonano la grancassa, gli introiti si impennano.

Nella sua scia approdano a New York altri famosi giocatori in cerca di dollari e gloria residua: il compatriota Carlos Alberto, il tedesco Franz Beckenbauer e l’italiano Giorgio Chinaglia.

I Cosmos hanno l’ambizione di diventare gli Harlem Globetrotters del pallone e allestiscono un dream team allo scopo, con il campione brasiliano incaricato di fare da guida in campo per i compagni e punto di riferimento fuori per renderli perfetti tedofori del nuovo sport nazionale.

Operazione che riesce solo parzialmente: alla scadenza del contratto, con un campionato vinto e il titolo di Miglior Giocatore della N.A.S.L. in tasca, Pelè si ritira per la seconda e ultima volta dal calcio il 1 Ottobre 1977 con una amichevole tra le due squadre della sua carriera.

Gioca il primo tempo con i Cosmos e il secondo con il Santos. A fine incontro, portato in trionfo sulle spalle dei compagni, una bandiera degli U.S.A. in una mano e quella del Brasile nell’altra, ripreso dalle telecamere di 38 paesi, compie l’ultimo atto del suo mandato di missionario milionario del football.

Dopo la sua partenza i Cosmos e l’intero movimento calcistico nordamericano conosceranno un precoce declino. Solo a lui era consentito  di provare a  dare un calcio alla Grande Mela.

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