TRA STORIA E LEGGENDA – Sette, come i peccati

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Un giovane di talento, nato in Irlanda del Sud, a Dublino, nel 1854, frequentò il locale Trinity College fra il 1871 ed il 1874. Si segnalò come il migliore studente del proprio corso, uno dei più brillanti dell’intera università. I premi e le borse di studio fioccarono, e fu grazie ad una di esse che il giovane irlandese frequentò il Magdalene College di Oxford. Anche ad Oxford arrivarono riconoscimenti al talento del ragazzo: fra tutti, il prestigioso Newdiate Prize, massimo premio per la poesia assegnato ad Oxford. Una stella si avviava a brillare nel cielo della cultura europea e mondiale, la stella abbagliante di Oscar Fingal O’Flahertie Wills Wilde.

«Credo di averti trovato un genio». Scrisse Bob Bishop all’allenatore del Man Utd Matt Busby dopo aver visto all’opera un ragazzino nato quindici anni prima, nel 1946, a Belfast, in quartiere difficile di una città povera. Il ragazzino esordirà con i diavoli rossi a diciassette anni, nel 1963, vincendo nel giro di cinque anni due campionati inglesi, la Coppa dei Campioni (da protagonista assoluto, capace di annichilire il «grande Real» in semifinale ed il Barcellona di Eusebio nella finale di Wembley), il pallone d’oro. Sia la Coppa che il Pallone d’oro arrivarono nel fatale anno 1968. In quel periodo, e soprattutto nel ’68, il talento nato in Irlanda, nell’altra Irlanda, fu semplicemente il migliore di tutti, fu the best. Fu Best, George, Georgie Best.

Fu il migliore, Best, perché capace di giocare producendosi in accelerazioni brucianti con eleganza ed equilibrio. Il tutto prodotto in un calcio di picchiatori, su campi dal fondo irregolare che rendevano difficile il più elementare dei controlli, figurarsi accelerazioni, controlli orientati e conduzione di palla con alternanza esterno-interno piede. Il “quinto Beatle”, come fu definito, non aveva il fisico adatto per reggere nel calcio inglese di fine anni ’60, ma era dotato di una velocità di pensiero, e di una rapidità nel trasferire l’input dal pensiero al corpo, che erano qualcosa di unico. Best rubava il tempo, Best era astuto, Best era un pugno in pieno viso ai difensori che cercavano di anticiparlo.

Un pugno in faccia alla morale vittoriana fu Oscar Wilde, sia come uomo che come scrittore. Nella sua opera più nota al grande pubblico, Il ritratto di  Dorian Gray, c’è tutto lo scrittore irlandese: eleganza nello stile, apparentemente semplice ma in realtà ricercato, raffinato come pochi altri, sferzante, paradossale, aforistico; una penna capace di mietere successi impressionando, colpendo, sconvolgendo. Più che la sua penna, però, sconvolgente fu per la società vittoriana la sua omosessualità. Nel 1885 arrivò il processo per sodomia, poi la condanna a due anni di lavori forzati, il tutto accompagnato dalla bancarotta.

235000 euro. Questo fu il valore al quale fu battuto, in un’asta, il Pallone d’Oro conquistato da Best nel 1968: insieme ad altri cimeli, l’ex calciatore vendette il trofeo per provare a puntellare le proprie disastrate finanze. Arrivato all’apice del successo calcistico, infatti, il fenomeno di Belfast si era dato ad una vita di lussi, stravizi, stravaganze, eccessi, arresti, violenze; una vita costellata da auto sempre più costose, donne sempre più belle, momenti di calcio sempre più irrilevanti per un campione assoluto che a ventotto anni era già fuori dal giro del grande calcio, e che negli anni a venire avrebbe speso una fortuna fra riabilitazioni, terapie, tentativi di disintossicazione.

Nel 2005 Best morì ed ai funerali, tenutisi nel castello di Stormont, sede del parlamento nordirlandese, intervennero ex campioni dello sport, personalità della politica ma, soprattutto, tanti, tantissimi tifosi, una folla colpita e sgomenta riunitasi nel ricordo del migliore, di Best.

Il 30 novembre di 105 anni prima, Wilde era morto a Parigi. Città in cui si era rifugiato dopo che gli anni di carcere ne avevano prosciugato le ultime forze. L’artista geniale, acclamato, un tempo ricco e ossequiato da tutti, era ormai un uomo sfinito e svuotato, ridotto in miseria, tremendamente solo. Tanto solo che al suo funerale non ci fu nessuna folla: pochi fiori, poche corone accompagnarono la bara. Meno numerose furono le persone che decisero di seguire il corteo funebre. Per l’esattezza, furono sette. Sette, proprio come il numero di maglia che aveva reso immortale Georgie Best.

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