Grazie Diego per avermi dato il privilegio di raccontarti

Editoriale Prima Pagina
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Sono nati a una settimana e vent’anni di distanza. Pelè e Maradona, i due più grandi di sempre. Dire chi sia stato il migliore è in fondo un esercizio sterile perché è sempre sbagliato paragonare, in qualsiasi sport, atleti di epoche diverse. Però possiamo dire una cosa: Pelè ha vinto tre Mondiali come nessun altro, è stato un simbolo, ma ha giocato solo nel Santos e nel Brasile in anni in cui la televisione non aveva ancora messo il naso dappertutto. E in nazionale aveva accanto giocatori di altissimo livello.

Maradona ha vinto in Argentina, ha incantato in Spagna finché non gli hanno spezzato una gamba, ha rivinto in Italia prima di tornare in Spagna e chiudere la sua carriera in patria. Diego ha avuto la capacità straordinaria di trasformare squadre normali come il Napoli e l’Argentina in squadre vincenti. Perché Maradona era un leader, uno che trascinava i compagni alle imprese impossibili. Diego non si risparmiava, era generoso con chi gli voleva bene. E gli volevano bene tutti, compagni e avversari.

Perchè in campo e nello spogliatoio non faceva pesare il fatto di essere Maradona. Non si lamentava mai quando subiva un fallo, anche pesante, non simulava. Si rialzava e ricominciava a giocare come solo lui sapeva fare. Non ha mai chiesto agli arbitri un trattamento di favore, una sorta di tutela. Per questo tutti lo rispettavano e neppure i tifosi più accaniti sono mai riusciti a odiarlo.

Inarrivabile in campo e dintorni, discutibile fuori. Una sorta di dottor Jekyll e mister Hide. In fondo anche lui assumeva strane sostanze per cambiare la sua personalità. Ma non sarebbe giusto giudicarlo. I geni non sono persone normali, ammesso che esista la normalità. Ammiriamo Leonardo da Vinci, Caravaggio, Van Gogh, Beethoven per i capolavori che ci hanno regalato, non li giudichiamo per la loro vita privata.

Lo scrittore Edoardo Galeano lo definì un “Dio sporco”. E non serve aggiungere altro.

Ho avuto la fortuna e il privilegio di veder giocare Maradona decine di volte, sono gli stati gli anni più belli della mia carriera. Ricordo una Napoli risorta grazie alle sue magie, una città frizzante, agile, persino moderna.

E’ il miracolo più grande di Diego, che si sentiva napoletano nell’animo e cercò in tutti i modi di riscattare un’intera città usando il calcio come grimaldello per scardinare le coscienze.

Ricordo la sua dichiarazione alle vigilia della semifinale Italia-Argentina ai Mondiali del ’90: “Gli italiani devono capire che il napoletano è anche italiano. Non voglio il tifo dei napoletani, voglio il rispetto”. In curva fu esposto uno striscione geniale che recitava “Diego nei cuori, Italia nei cori”. Ero presente quella infausta notte al San Paolo e posso testimoniare che è un falso storico che lo stadio tifasse in maggioranza per l’Argentina. Gran parte del pubblico sostenne (inutilmente) l’Italia di Vicini, solo una sparuta minoranza era dalla parte di Diego.

Per i napoletani Maradona non era una calciatore, ma un Dio in terra, lo ricordo bene. Dovunque andassi, al ristorante, in giro per la città, nei negozi, in taxi si parlava solo di Diego e tutti volevano sapere notizie inedite sul fuoriclasse argentino.

Ricordo la sua disponibilità a Soccavo, il piccolo centro sportivo dove si allenava il Napoli. Il rapporto con lui era diretto, al massimo c’era il filtro del capo ufficio stampa, l’indimenticabile Carlo Iuliano. Diego parlava con tutti, dal giornalista della Rai, all’inviato (io) di Tele Capodistria (allora di proprietà di Berlusconi), al ragazzino dell’ultima radio privata napoletana.

E se non gli andava di parlare, non parlava proprio con nessuno.

In quell’unico campo, che quando pioveva si riduceva a una poltiglia fangosa in cui il pallone scompariva, Maradona regalava, a noi che stavano sulle tribunette a seguire l’allenamento, della magie indimenticabili. Ricordo un giorno in cui Diego, ripreso dalle telecamere, palleggiò per un quarto d’ora con un arancia e poi si mise a calciare dalla bandierina del corner infilando il pallone immancabilmente in porta. Cosa c’è di strano, vi chiederete, per un fenomeno come lui? C’è che calciava di esterno sinistro: provateci voi.

E quando durante la partitella segnava un gol dei suoi mettendo a sedere quattro o cinque compagni si rivolgeva verso di noi, spesso chiamandoci per nome e urlando: “Ti è piaciuto questo?”.

Altri tempi, oggi Cristiano Ronaldo e Messi sono inavvicinabili, blindati dagli uffici stampa che li concedono col contagocce. Un tempo gli Dei scendevano tra noi comuni mortali. E aver conosciuto il più grande di tutti è un privilegio di cui ancora oggi sono grato a Diego.

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