ROSSETTO E CAMPIONATO – Non fa ridere

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Sfottere è un’arte. Farlo nell’ambito del pallone, è un dovere morale. Un buon 30% dell’outcome positivo o negativo di una partita è rappresentato unicamente dalla capacità con cui i tifosi della squadra avversaria sanno utilizzare l’arma dell’ironia per dare ancora più sapore a quel risultato. Amaro per chi si ritrova ad essere schernito, dolce come miele per chi può in ogni caso abbozzare un sorriso, una battuta.

Le coreografie al Derby di Milano, gli sfottò sul celeberrimo scudetto perso dal Napoli nell’albergo di Firenze, il “fino al confine” ancora mai smentito dalla compagine juventina, almeno negli ultimi vent’anni. E che dire della Lazio? “La prima squadra della Capitale”. Che se fossi romanista sentirei il sangue ribollirmi nelle vene ogni volta che mi capita di leggere questa frase, peraltro veritiera.

I “con Pjanic espulso”, le foto di Orsato in maglia bianconera, i milanisti che ancora oggi, a più di un decennio di distanza hanno ancora gli occhi lucidi al pensiero della notte di Old Trafford, i “Se c’era Nedved”. E allora che si fa, si abbozza, si prende e si porta a casa, nonostante i vani tentativi di mettersi al di sopra, ma serve a poco. È uno dei pochi casi in cui l’atteggiamento da olio sempre a galla non può mai dare la stessa soddisfazione di chi lo sfottò l’ha costruito su un risultato fresco di campo.

E allora dove sarebbe il problema. Non c’è problema alcuno, se non quello per cui troppo spesso lo sfottò si trasforma nell’occasione utile per sputare un veleno che si nutre da radici ben più profonde di quelle che prendono linfa unicamente nell’ambiente calcio. Voi ci scherzate, ma io vi parlo di rapporti rovinati, amici che non possono più dirsi tali, anni di fondamenta faticosamente costruite, irrimediabilmente distrutte dall’insana incompatibilità del tifo.

No, non è sana. Non c’è nulla di sano nel dover spiegare perché si tifa una squadra e non l’altra, e non c’è altrettanto nulla di sano nello sfociare in ambiti che con il calcio non hanno nulla da spartire.

Sapete i cori, quelli che inneggiano ai morti o ai disastri naturali. Non ha senso nemmeno definirli cori, perché l’assonanza con cuore è troppo forte e nulla di tutto ciò può mai essere anche solo affiancato a ciò che proviene dalle profondità dell’animo umano, né a un senso di collettività.

Anche questa è un’altra bella parola. Collettività. Il rischio sempre altissimo di categorizzare ed etichettare un essere umano in base al tifo calcistico. Come se ci selezionassimo a vicenda in base ai gusti in fatto di pizza o di serie TV. Tutti quelli che mangiano la pizza con le patatine sono indegni, altrettanto lo sono gli spettatori del Grande Fratello.

Per parlare di fatti recenti: le proteste di piazza andate in scena a Napoli nelle ultime ore, in cui non mi addentrerò perché non è questa la sede. Un tifo da stadio da divano del resto d’Italia che non ha senso di esistere. Un momento in cui ci sarebbe unicamente da essere atterriti, da praticare la complessa arte del silenzio, distrutto da chi nel 2020 non ha ben chiara la distinzione vita e pallone, una frangia fortunatamente limitata di odiatori di mestiere che attendeva con ansia un momento come questo per ribadire con una fermezza ancor più feroce la propria tesi, quella secondo cui “so tutti uguali, dentro e fuori lo stadio”.

Non c’è terminologia adatta a definire la forma di ribrezzo che certe frasi provocano nelle vene di chi in certi territori è nato. Chi sarebbe uguale? Decidetevi una volta per tutte a lasciare lo stadio allo stadio. Quello che succede sul rettangolo verde, resta sul rettangolo verde. E non ha senso tirar fuori in ogni benedetta occasione la maglietta della propria squadra. Non ha senso ragionare in termini di frittata di cipolle e rutto libero quando si dibatte sulle persone. Perché di persone si tratta, non di bandiere colorate. Di vite slegate da un contesto che per alcuni costituisce il totem della propria esistenza. Non è così. Siate liberi, siate pensanti, sappiate innamorarvi della vostra squadra con il distacco necessario a vivere la vita, che per il 99% è al di fuori dello stadio.

Juventino ladro, Napoletano piagnone, Interista truffatore. Accettate, quando si tratta di palloni che rotolano. Ribattete, se necessario e se ne siete in grado. Ma cerchiamo di evolverci. Lasciamo tassativamente fuori ogni epiteto e ogni luogo comune quando si tratta di vita vissuta. Che sfortunatamente per noi, con il pallone spesso non ha assolutamente nulla a che vedere. Altrimenti sapremmo già come risolvere la cosa.