EDITORIALE #LBDV – Napoli, ripartire da Sarri come nel 2015

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“Certi amori non finiscono fanno dei giri immensi e poi ritornano”, cantava Antonello Venditti. E se volessimo abbinare questa frase al calcio? E più precisamente al Napoli ed all’amore immenso che per ben tre anni ha accompagnato ed unito sotto un unico velo squadra e tifosi? Avrete capito che stiamo parlando dei magnifici anni di Maurizio Sarri sulla panchina della città di Partenope conclusisi con uno scudetto quasi toccato con mano, sfiorato, scippato, ma anche con un addio che sapeva più di arrivederci.

E SE CI FOSSE UN RITORNO?

Un arrivederci che per i più romantici potrebbe concretizzarsi fra pochi mesi, quando il sole cocente di Napoli si sarà levato alto nel cielo azzurro. L’allenatore della Juventus e la squadra ora allenata da Gattuso hanno vissuto questi ultimi due anni quasi in simbiosi, legati, in un certo qual modo, da un filo che ha reso il loro un legame indissolubile (o almeno così ci piace pensare). Entrambi hanno vissuto un anno di transizione, uno al Chelsea l’altro con Ancelotti; entrambi vivono ora un momento difficile della loro storia sportiva. Il primo non è amato in quel di Torino, non è mai scattata la scintilla forse anche e soprattutto a causa di storie di palazzi e rivoluzioni di qualche anno prima, tanto da richiedere a gran voce il ritorno di Allegri; l’altro mai stato così in basso a questo punto del campionato. Molto (tutto) dipenderà dal finale di questa stagione: se l’allenatore nato a Napoli non dovesse raggiungere lo scudetto e magari andare in fondo alla Champions League, con ogni probabilità sarà addio; lo stesso destino potrebbe toccare a Rino se gli azzurri non dovessero qualificarsi alla prossima Champions. E allora a quel punto le loro strade potrebbero scontrarsi, convergere, riunirsi (o almeno e ciò che si augurano i più nostalgici). Quanti di noi in pausa pranzo, in bagno, a letto prima di andare a dormire hanno visto e rivisto i video della cavalcata dell’ultima stagione di sarriana memoria emozionandosi come bambini? Quanti di noi si sono fermati per un momento a pensare quanto era bello quel Napoli, quanto ci ha fatto sognare, quanto ci ha fatto sperare che il potere forte si può combattere? Certo, tutti questi ricordi possono nuocere gravemente alla salute, soprattutto se paragonati alla situazione attuale. Ma noi siamo napoletani, viviamo di amore, viviamo di sogni, viviamo di ricordi, siamo degli inguaribili romantici.

I PRO E I CONTRO

Di pro ce ne sono tantissimi, la scintilla di una tifoseria stanca, “morta” che si riaccenderebbe, il gioco che ritornerebbe, l’entusiasmo che riscalderebbe nuovamente un San Paolo freddo (e non per l’inverno). Qualcuno, però, potrebbe storcere il naso, potrebbe dire che un “ingrato traditore macchiatosi dei colori bianco e nero” non può tornare a Napoli, che al presidente De Laurentiis le minestre riscaldate non sono mai piaciute, che Sarri ormai non è più garanzia di bel gioco (vedasi la Juventus) e che con gli attuali interpreti non andrebbe oltre il sesto posto. Tutto (potenzialmente) vero, o in parte.

Il rischio che possa non essere ben voluto da qualcuno è alto, ma basterebbe qualche vittoria per spazzare via, come con una spugna il bianco dalla lavagna nera, il recente passato.

Gli interpreti? Sarri, Higuain a parte, non ha mai avuto campionissimi affermati, anzi ha contribuito egli stesso a trasformare dei buoni giocatori di talento, in calciatori invidiati e cercati da mezza Europa. Nel suo primo anno al Napoli, Allan arrivato dall’Udinese e Hysaj portatosi appresso da Empoli erano dei signor nessuno, salvo diventare poi perni importanti dello scacchiere sarriano. Lo stesso dicasi per Jorginho che Benitez stava letteralmente per buttare e con il quale era il lontano parente di quel regista ammirato con Sarri. Hamsik spaesato e confuso sotto la guida spagnola divenne il fulcro del gioco azzurro con il toscano. Insigne da acerbo equilibrista ad ala migliore del nostro campionato. Senza dimenticare un certo Kalidou Koulibaly diventato uno dei migliori centrali d’Europa con l’ex Chelsea in panchina. E potremmo continuare per ore. Certo, la verità sta sempre nel mezzo, una base deve pur esserci, un allenatore può forgiarti a sua immagine e somiglianza quanto vuole, ma se non c’è una minima base ci si ritrova a cercare di muovere un oggetto con la sola forza del pensiero. Ma le basi sembrano esserci e come: si potrebbe fare con Rrahmani il lavoro svolto con Koulibaly, o con Di Lorenzo quello fatto con Hysaj e magari con Demme (o chi per esso) quello fatto con Jorginho. In ogni caso a giugno l’ombra della rivoluzione sembra essere sempre più vicina, tanti dovrebbero essere le cessioni, tanti i gruzzoletti incamerati e si dovrà, quindi, intervenire con oculatezza sul mercato. E allora bisognerà scegliere con altrettanta oculatezza chi quei calciatori dovrà allenarli, per non rendere vana la possibilità (unica e forse irripetibile) di “rifondare”. E chi meglio di un allenatore che ha dimostrato di saper valorizzare (quasi) chiunque? Se bisogna, usando un troisiano eufemismo, ricominciare da tre perché non farlo con chi ha saputo trasformare (si fa per dire) l’acqua in vino?

Il prossimo, forse, è il problema (l’unico) più grande: De Laurentiis. Il presidente ha dimostrato, negli anni, che una volta chiusa la porta difficilmente ha aperto il portone. Non l’ha fatto con Pierpaolo Marino, non l’ha fatto con Mazzarri e Benitez e non l’ha fatto neanche con Lavezzi, Cavani e Hamsik richiesti a gran voce dalla tifoseria che con la quale, a causa anche di questi motivi, si è scontrato più volte. Gli unici due che (a memoria) si sono salvati sono stati Reja (rientrato dalla porta di servizio piuttosto che dal portone) e Reina salvo poi essere malamente defenestrato.

Dando per scontati i fallimenti di Gattuso e soprattutto di Sarri alla Juventus (senza i quali il sogno rimarrebbe nel cassetto), il presidente tutto d’un pezzo, che ha dimostrato a più riprese di voltarsi quasi mai indietro, resta l’ostacolo principale, quasi insormontabile. Basterebbe poco, però, per organizzare questo matrimonio: un mea culpa da parte di tutti, una stretta di mano da vecchi tempi e ripartire, voltare pagina, o meglio chiudere il triste libro scritto in questi ultimi due anni e riprendere la bibbia di quei tre anni fantastici, riaccendendo le luci del San Paolo, riscaldando l’atmosfera anche nei giorni di minime da record, ma soprattutto facendo ritornare a sognare noi tifosi, noi incurabili romantici.