Napoli
Se basta Allegri per tradire Napoli, il vostro tifo vale zero
Se basta Allegri per tradire Napoli, il vostro tifo vale zero.
Che spettacolo imbarazzante…
La verità è che una parte della piazza napoletana sta offrendo uno spettacolo imbarazzante. E forse è arrivato il momento di dirlo senza paura, senza diplomazia e senza il solito terrore di disturbare il sentimentalismo da social.
Perché qui non siamo davanti a una semplice critica tecnica. Non siamo davanti a un dibattito calcistico tra chi preferisce un allenatore offensivo e chi uno pragmatico. Qui siamo davanti a una deriva isterica, infantile e profondamente tossica che racconta molto più dei tifosi che di Massimiliano Allegri.
Uno non ha ancora firmato un referto, non ha ancora fatto un allenamento, non ha ancora scelto un undici titolare, e viene trattato come se fosse il responsabile di una catastrofe nazionale. C’è gente che parla di “tradimento”, di “morte del calcio”, di “vergogna assoluta”. Gente che giura di non seguire più il Napoli. Gente che arriva addirittura a dire: “meglio la Serie B”.
La Serie B.
Pronunciata con la bocca sporca di chi evidentemente non ha idea di cosa significhi davvero cadere.
Perché chi ha vissuto il fallimento del Napoli, chi ha visto questa città umiliata, derisa, cancellata dal grande calcio, non userebbe mai certe parole con questa leggerezza oscena. Chi sa cosa significa ricostruire dalle macerie non scherza sulla Serie B per un allenatore che non piace.
E allora diciamolo chiaramente: chi oggi augura il fallimento del Napoli perché arriva Allegri non è un tifoso del Napoli. È un tifoso del proprio ego.
Perché il vero tifoso non mette condizioni.
Non ama la squadra soltanto quando rispecchia i suoi gusti estetici.
Non trasforma il tifo in un ricatto emotivo.
Non dice: “o fate il calcio che piace a me oppure spero che perdiate”.
Questa non è passione. È narcisismo calcistico. È la degenerazione di una tifoseria che in alcuni casi si è convinta che il Napoli debba esistere per soddisfare il proprio gusto personale, come un prodotto su misura.
E invece il Napoli non appartiene a nessuno.
Non appartiene agli allenatori.
Non appartiene ai presidenti.
Non appartiene agli influencer calcistici, ai fenomeni di Twitter, ai sacerdoti del “bel gioco” che vivono di clip e slogan.
Il Napoli appartiene alla sua storia. Alla sua gente vera. A chi c’era quando non c’erano scudetti, Champions League e notti europee glamour. A chi si faceva chilometri per vedere partite indecenti senza mai smettere di amare quella maglia.
Oggi invece basta il nome di Allegri per vedere gente impazzire come se fosse arrivato il distruttore finale del calcio.
Ed è incredibile il livello di arroganza che si respira.
Perché Allegri può piacere o non piacere, ma stiamo parlando di uno degli allenatori più vincenti della storia recente italiana. Uno che ha alzato trofei, gestito pressioni gigantesche, portato squadre in finale di Champions, dominato campionati. Eppure viene raccontato come un incompetente soltanto perché non risponde ai dogmi estetici della nuova religione calcistica: il possesso sterile, gli slogan tattici, la pornografia degli schemi.
Ormai il calcio è diventato una gara di estetica per pseudo-intellettuali del pallone che preferiscono perdere “bene” piuttosto che vincere sporco. E guai a mettere in discussione questa follia collettiva.
La cosa più ridicola è proprio questa: Napoli, città che ha sempre fatto della fame, della rabbia e della concretezza la propria identità, oggi rischia di diventare ostaggio di una minoranza rumorosa che vive il calcio come una sfilata ideologica.
Come se vincere non fosse più abbastanza.
Come se contasse soltanto “come” si vince.
Come se il Napoli dovesse avere l’obbligo morale di divertire i puristi del tiki-taka anche a costo di perdere.
E allora si arriva all’assurdo: contestare prima ancora di iniziare. Distruggere prima ancora di vedere. Odiare prima ancora di capire.
È il provincialismo emotivo elevato a sistema.
Perché le grandi piazze si vedono anche da questo: dalla capacità di sostenere la squadra nei momenti delicati, non soltanto quando tutto funziona. Invece una parte di Napoli sembra incapace di accettare qualsiasi strada che non coincida con la propria fantasia romantica del calcio.
E il messaggio che passa è devastante.
Perché se un allenatore deve entrare già sapendo di essere odiato a prescindere, allora non si vuole costruire nulla. Si vuole soltanto avere ragione. Si vuole il caos. Si vuole poter dire tra qualche mese: “ve l’avevo detto”.
È un atteggiamento miserabile.
Ed è ancora più miserabile chi usa il Napoli per mettere in scena il proprio ego frustrato.
Perché il tifoso vero soffre, critica, discute. Ma non gode all’idea del fallimento della propria squadra. Non arriva a sperare nella rovina pur di vincere una discussione al bar o sui social.
Chi oggi scrive “non guarderò più il Napoli” sta semplicemente confessando una cosa: non ha mai amato davvero il Napoli quanto pensava.
Perché l’amore vero non è selettivo.
L’amore vero resiste anche quando arrivano le scelte che non condividi.
L’amore vero non si spegne davanti a un allenatore.
E soprattutto non si trasforma in odio isterico prima ancora che inizi una stagione.
Napoli ha sempre avuto una tifoseria straordinaria, passionale, unica. Ma la passione senza equilibrio rischia di diventare autodistruzione. E in queste ore una parte della piazza sta mostrando il lato peggiore di sé: quello viziato, arrogante, isterico e ingrato.
Sì, ingrato.
Perché soltanto una piazza che ha perso il contatto con la propria storia può permettersi di sputare così su un progetto ancora prima di vederlo nascere.
Il Napoli viene prima di Allegri e verrà dopo Allegri.
Ma soprattutto viene prima dei capricci dei tifosi a tempo.
E forse è arrivato il momento che qualcuno lo dica forte: se bastano un allenatore e qualche pregiudizio per farti smettere di amare il Napoli, allora il problema non è Allegri.
Il problema sei tu.
