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NUMERO 14 – Per la patria, non per il regime
“Ma vi pare che possiamo dedicare il nuovo stadio ad un fascista?”. Il rifiuto del Sindaco di Torino è categorico di fronte alla proposta di intitolare il rinnovato impianto sportivo a Vittorio Pozzo. Certo, l’interessato è sicuramente una vecchia gloria dell’ambiente cittadino: ha giocato nel Torino, diventandone poi l’allenatore per molti anni. Inoltre, è l’unico commissario tecnico che possa vantare due vittorie nei Mondiali. Il problema è che i due trionfi sono stati conseguiti da una squadra che faceva il saluto romano prima dell’inizio di ogni partita. E Pozzo, pur non avendo sottoscritto la tessera del partito, non aveva mai preso posizione contro i gerarchi. Un tiepido simpatizzante? Uno che amava, in realtà, solo il quieto vivere? Le cronache dell’epoca non consentono una risposta certa, inframmezzate come sono di retorica propagandistica. Solo la sua storia può rivelare chi fosse davvero questo piemontese tutto di un pezzo, uno che aveva fatto la Grande Guerra come tenente degli alpini. E aveva appreso dall’inferno delle trincee una fondamentale lezione di vita: un uomo vero deve lealtà solo a quello in cui crede. Pozzo credeva nel suo paese, a prescindere dagli uomini che lo governavano. Per l’Italia avrebbe fatto di tutto, e lo fece. In totale indipendenza dalle alte sfere. Per la patria, non per il regime.
Il Cavour del football
Era nato a Torino il 2 Marzo 1886 e si era formato professionalmente con lunghi soggiorni all’estero (specie in Inghilterra, Francia e Svizzera). I suoi appartengono alla medio-piccola borghesia, lo fanno studiare affinché provveda meglio agli interessi dell’azienda di famiglia. Ma la sua vera passione è il football: sul suolo britannico ha avuto modo di osservare da vicino le metodologie tattiche degli inventori del gioco. E ne ha tratto proficuo insegnamento, al punto che, appena venticinquenne, diventa direttore tecnico del Torino, mantenendo la carica per un decennio, in alternanza con il lavoro di dirigente alla Pirelli. Nel 1912 il primo approccio con la Nazionale: viene nominato c. t. in occasione delle Olimpiadi di Stoccolma. Una avventura conclusa in modo sfortunato con l’eliminazione al primo turno e le dimissioni ma è l’inizio di un intenso rapporto con la maglia azzurra. Il primo conflitto mondiale lo vede interrompere tutte le attività per partecipare in prima persona alle operazioni belliche. E’ presente alla disfatta di Caporetto, partecipa alla resistenza sul Piave, condivide la rivincita di Vittorio Veneto. Le sue esperienze al fronte, sommate alla sua cultura cosmopolita e al suo poliglottismo, hanno plasmato la sua complessa personalità. Ama in modo viscerale il suo paese ma è totalmente privo di provincialismo. Ammira lo stile degli inglesi ma non vuole essere un pedestre imitatore. Ha una visione a 360 gradi dell’intero movimento calcistico ma è proiettato ancora più avanti. E’ il Cavour del football in Italia: vuole portarlo ai massimi livelli puntando tutto sul forte senso di aggregazione che il pallone esercita sulla gente. E in totale indipendenza dalle manovre dei politici. Per la patria, non per il regime.
Commissario Unico
Il regime lo conosce bene, ne apprezza la sapienza tattica ma non digerisce per nulla il suo carattere indipendente e testardo. Viene, tuttavia. nuovamente nominato c. t. della Nazionale in occasione delle Olimpiadi di Parigi nel 1924. Stavolta l’eliminazione è ai quarti di finale ma l’esito è lo stesso. Pozzo si dimette e torna al suo lavoro alla Pirelli, facendo contemporaneamente anche il giornalista a “La Stampa” di Torino. Ma i discreti risultati conseguiti nella successiva Olimpiade di Amsterdam nel 1928 (terza posizione del podio) fanno intuire ai gerarchi le potenzialità della squadra di calcio come biglietto da visita dell’efficienza del regime fascista. Manca solo una vittoria in campo internazionale per farne un eccellente veicolo di propaganda. Il sottosegretario agli Interni, nonché Presidente della Federcalcio, Leandro Arpinati sa perfettamente chi sia l’uomo giusto per questo compito. Convoca Pozzo nel suo ufficio e gli offre la carica di Commissario Unico della Nazionale. L’ex tenente degli alpini accetta, ma alle sue condizioni: totale autonomia nella scelta degli uomini e dei metodi di preparazione e nessun compenso per le sue prestazioni da allenatore. Per la patria, non per il regime.
La Coppa Internazionale 1930
La Nazionale, in quel periodo, è impegnata negli ultimi incontri per l’assegnazione della prestigiosa Coppa Internazionale. Gli avversari più accreditati sono gli austriaci del Wunderteam guidati dal tecnico Hugo Meisl, il maggior rivale di Pozzo sul piano tattico. L’incontro di Budapest contro l’Ungheria sarà fondamentale, gli uomini di Meisl hanno già battuto l’Italia due volte e sono in vantaggio nella differenza reti. Il c. t. sa perfettamente cosa fare per risvegliare l’orgoglio patriottico dei suoi. Durante il lungo viaggio in treno per raggiungere Budapest fa fare una tappa a Gorizia per visitare il sacrario di Oslavia, il monumentale cimitero di guerra dove riposano i soldati caduti durante il primo conflitto mondiale. I giocatori sono intimiditi, perplessi mentre lui, pur profondamente commosso, non perde lucidità. In quel momento è il tenente degli alpini che parla ai suoi uomini, ricorda quante persone care ognuno di loro ha perso nell’ultima guerra. Molti di loro ora giacciono in quel posto e l’avversario di adesso è ancora quello dell’altra volta. Non c’è differenza tra una trincea ed un campo di calcio, bisogna vincere per onorare la memoria di chi non c’è più. Il suo accorato discorso ha un effetto galvanizzante: l’Italia vince per 5 a 0 l’incontro, aggiudicandosi la Coppa. Protagonista assoluto della partita con una tripletta messa a segno è il ventenne centravanti dell’Ambrosiana Giuseppe Meazza. La guerra del 15-18 si è portata via suo padre, le parole del c. t. gli hanno toccato le corde giuste. Sarà un elemento chiave di un gruppo che Pozzo sta preparando per la sfida più grande, il Mondiale da giocare in casa. E da vincere. Per la patria, non per il regime.
Verso il Mondiale
Il nuovo Presidente della Federcalcio, il Generale Giorgio Vaccaro, ha ricevuto ordini precisi dall’alto. Il Mondiale del 1934 è stato assegnato all’Italia e l’assegnazione del torneo è una occasione irripetibile per mostrare al mondo intero le virtù dell’Italia amministrata dai fascisti. Per questo il Duce non accetterebbe un piazzamento nella manifestazione che sia inferiore al primo posto. Pozzo ha ben presente le esigenze del regime ma non intende rinunciare alla sua integrità. Né alla sua indipendenza. Guiderà la squadra secondo i suoi metodi, darà il massimo cosi come ognuno dei suoi uomini ma non si sente di dare certezze sull’esito finale. Inizia la selezione dei prescelti convocandone una settantina per una prima scrematura. Scarta per primi molti dei campioni uscenti della Juventus: hanno già vinto tutto, sono già troppo appagati, non gli servono. Inserisce invece degli oriundi, come il centromediano argentino Luis Monti: sarà un baluardo invalicabile per gli avversari. Recupera alla causa persino un elemento che sembrava perduto per sempre tra alcool e donne, il trentenne mediano della Roma Attilio Ferraris. Il gruppo dei prescelti, adesso in 38, si ritrova in un albergo sul Lago Maggiore, sede designata del ritiro premondiale. E’ una delle novità introdotte dal c. t., un lungo periodo di isolamento e preparazione atletica per forgiare gli uomini che andranno all’assalto della Coppa del Mondo, guidati dall’ex tenente degli alpini al perenne servizio del paese. Per la patria, non per il regime.
