Approfondimenti
NUMERO 14 – La prima star della panchina
“Quel mona di un Mago, ne racconta di monate e voi a beverle tutte, ma noi allenatori dovremmo fargli un monumento, perché da quando è arrivato lui ci pagano il doppio”. La schietta opinione di Nereo Rocco, allenatore del Milan e suo rivale storico per la supremazia cittadina, è il miglior ritratto possibile di Helenio Herrera.
Era arrivato a Milano pochi anni prima, nell’estate del 1960, preceduto dalla sua fama di vincente: i suoi successi in terra spagnola, con il picco delle due vittorie in Coppa delle Fiere con il Barcellona, lo legittimavano già a chiedere ingaggi faraonici.
Angelo Moratti, un ricco petroliere che aveva rilevato l’Inter, era stufo di cambiare la guida tecnica della squadra ogni sei mesi per poi ritrovarsi, a fine stagione, con la bacheca vuota e gli aveva staccato un assegno di 45 milioni annui pur di garantirsi un allenatore in grado di assicurare risultati.
Herrera, dopo aver promesso di arrivare allo scudetto entro tre anni, si era messo subito al lavoro. E a modo suo: alla prima visita al centro sportivo nerazzurro aveva trovato un ambiente che viveva di ricordi, con le foto dei campioni del passato in bella mostra alle pareti. Troppa nostalgia dei tempi che furono, per i suoi gusti. Era necessario azzerare tutto e poi ricostruire, partendo dalle fondamenta. Anche dal punto di vista psicologico. Una passata di bianco in termini di mentalità, più che alle pareti: per vincere aveva bisogno di creare un suo gruppo, di avere i suoi uomini. A questo scopo non si accontentava di avere il pieno controllo sull’attività della prima squadra, voleva rendersi conto anche del potenziale dei ragazzi delle giovanili. Prima di una partita della squadra primavera gli presentarono il giovane Sandro Mazzola come il “figlio del grande Valentino”, lui non battè ciglio a sentire il celebre nome ma poi, durante l’incontro, non perse di vista la promettente mezz’ala. E, al fischio finale, si concesse un sorriso: gli sarebbe tornato utile molto presto, a dispetto della giovane età. Cosi come quell’atletico centravanti, Facchetti, era già pronto per passare tra i grandi, ma con un diverso ruolo: nella sua mente già lo aveva valutato come un formidabile terzino d’assalto, ideale grimaldello per aprire le difese avversarie.
Nella suo periodo all’Inter non mancano ovviamente le vittime illustri: si comincia con Angelillo, bomber tanto implacabile in area di rigore quanto indisciplinato nella vita privata, messo alla porta senza tanti complimenti per proseguire con il fantasista Corso, talento indolente sempre ostracizzato dal Mago e finendo, persino, con il capitano Armando Picchi, al quale uno scontro con l’allenatore procurò un perpetuo esilio a Varese, dopo tanti anni di successi.
Pezzo dopo pezzo la sua squadra stava prendendo forma, cosi come i giocatori scelti cominciavano ad adattarsi ai suoi sistemi: allenamenti più intensi, cura meticolosa dell’alimentazione e lunghi periodi di ritiro prima di una partita.
Per quest’ultima innovazione, rivoluzionaria per il campionato italiano, Herrera si era ispirato a un periodo passato in un convento. A suo parere isolarsi per pensare unicamente alla prossima partita era il miglior metodo per vincerla.
La squadra, dopo i primi mugugni, si era adeguata di malavoglia ai suoi sistemi mentre l’ambiente attorno ai giocatori, pur in assenza di immediati successi, era pieno di ottimismo e di fiducia per il futuro. Tutto merito dell’allenatore: se per i calciatori, prima del suo avvento, il mister era solo quello che arbitrava le partitelle d’allenamento e li sorvegliava distrattamente durante i giri campo, ai giornalisti i tecnici pre-Herrera sembravano fatti con lo stampino, con le solite dichiarazioni preconfezionate al termine delle partite, e anche qualcosa in meno in caso di sconfitta.
Adesso le cose erano mutate: i giocatori trovavano dei cartelli motivazionali negli spogliatoi con slogan per stimolare l’autostima, venivano seguiti costantemente in ogni cosa tramite le confidenze dei massaggiatori e magazzinieri e, prima di ogni partita, venivano abbracciati e incoraggiati uno ad uno dal tecnico, sempre abile a trovare le parole giuste per ogni componente della squadra.
Del resto il soprannome datogli sfruttando le sue iniziali, “Habla Habla”, in spagnolo “Parla, parla”, sottolineava con ironia la sua qualità migliore, la parlantina, sfruttata senza ritegno sin dai tempi in cui si guadagnava da vivere come venditore porta a porta e che ora era il motivo principale per cui era tampinato dalla stampa.
Un giornalista andava sempre sul sicuro con il Mago: disponibile, cortese, sempre pronto alla battuta sagace e generoso dispensatore di dettagli tattici. Dopo un incontro con lui il problema per il cronista era scegliere cosa tagliare dal pezzo per non andare al di là delle righe assegnate, data la quantità di materiale gentilmente fornito dal vanitoso Herrera.
Sempre disposto a parlare dei suoi successi e ancor più di sé stesso: la sua autobiografia, corretta ed ampliata varie volte a seconda delle esigenze del caso, parlava di una nascita in Argentina nel 1916 (in realtà la data esatta era il 1910) da una coppia di profughi andalusi seguita da un repentino trasferimento in Marocco dove il giovanissimo Herrera, otto anni appena, già si guadagnava la vita come pugile-bambino, opposto a dei coetanei, per il divertimento dell’eterogeneo pubblico di un circo, avvezzo a qualsiasi tipo di spettacolo tranne che quello da lui offerto.
Eppure, il tipo di popolarità che queste esibizioni gli garantivano, divenne per il futuro allenatore una droga di cui non seppe più fare a meno: non appena giunto all’età giusta fece di modo di farsi ingaggiare come terzino in varie squadre del posto in modo da sbarcare il lunario giocando a calcio e, nel contempo, appagare la sua voglia di affermazione sentendo il boato del pubblico degli stadi.
In alternanza all’attività agonistica esercitava vari mestieri, almeno finché la generosità di un amico non gli garantì un posto su un traghetto diretto verso la Francia, per tentare l’avventura nel mondo del professionismo.
Una volta giunto a destinazione si scoprì che il nuovo ambiente offriva varie possibilità all’intraprendente Herrera: oltre che calciatore, si scopriva in grado di ricoprire varie altre mansioni (allenatore, dirigente, persino massaggiatore) nei club dove transitava e, nel caso gli venissero chieste delle referenze, la sua parlantina sciolta era in grado di sciorinare, all’istante, un curriculum talmente solido da convincere il più scettico degli interlocutori di aver messo l’uomo giusto al posto giusto.
In ogni caso, a far da base alle sue vanterie, c’era anche una comunque ottima competenza tecnico-tattica in materia, talmente valida da consentirgli di mettere su delle buone squadre che, nei momenti decisivi, costituivano il suo miglior biglietto da visita per farsi notare dai suoi nuovi potenziali datori di lavoro.
Una ottima prestazione della sua ultima squadra francese contro l’Atletico Madrid gli frutta un lauto ingaggio da parte degli spagnoli, prontamente ricambiati dal Mago con due affermazioni nella Liga condite da un ottimo secondo posto in tre stagioni.
La buona reputazione che si è fatta lo porta, dopo alcune annate interlocutorie, alla guida del Barcellona che, complice i successi internazionali conseguiti, sarà il suo trampolino di lancio per lo sbarco in Italia.
L’ obiettivo è quelli di sempre, far affermare la sua squadra e soprattutto se stesso.
Al terzo anno, forte anche dell’ingaggio del regista dei suoi sogni, il geometrico Luis Suarez, è ormai l’ora di raccogliere i frutti del suo lavoro. E’ l’inizio del ciclo di quella che verrà chiamata la Grande Inter, con scudetti, Coppe dei Campioni e Coppe Intercontinentali che si vanno accumulando nella bacheca del club nerazzurro e la cui crescita è direttamente proporzionale all’ingaggio del Mago.
La serie di successi, ripetutasi senza sosta per cinque stagioni, si interrompe bruscamente a fine campionato 1967-68 quando la mancanza di trofei suggerisce ad Herrera di cambiare aria e di cercare altrove nuovi territori di conquista.
Proverà, invano, a ripetersi prima a Roma e poi di nuovo al Barcellona ma la straordinaria miscela di spavalderia, sagacia tattica ed intuizioni fulminanti non produrrà mai più gli stessi risultati. Resterà uguale solo la sua formidabile parlantina, ormai più un parafulmine utile per coprire l’assenza di vittorie che rutilante megafono per la celebrazione di successi.
