Il miracolo di Mancini

Editoriale Prima Pagina
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Il trionfo europeo dell’Italia non è il capolavoro di Roberto Mancini. E’ il suo miracolo. Perché poco meno di quattro anni fa il calcio italiano era ridotto in macerie dopo lo sciagurato spareggio con la Svezia che ci chiuse le porte in faccia del mondiale di Russia 2018.

Ci voleva coraggio per credere nella nostra nazionale. Ci voleva uno come Mancini per restituirci l’orgoglio della maglia azzurra. E’ vero che si poteva solo migliorare, visto l’abisso in cui eravamo precipitati, ma il rischio di un nuovo fallimento era tutt’altro che lontano.

Perché il nuovo CT ereditava una situazione pesante, non solo a livello tecnico, ma anche a livello finanziario e organizzativo. Il nostro campionato è poco competitivo ed è invaso da stranieri, per i giocatori italiani non è facile trovare spazio.

Mancini ha avuto il merito di credere fin dall’inizio a quella che sembrava una Mission Impossible. Ha dato fiducia ai giovani, ha cambiato la mentalità, ha portato una filosofia di gioco nuova, lontana dalla nostra tradizione. Ha costruito un gruppo granitico, una squadra priva di stelle e di fuoriclasse (tipo la Francia, tanto per intederci, imbottita di campioni, ma vittima della propria presunzione). Qualcuno magari lo diventerà, ma quella che ha vinto l’Europeo è una squadra di ragazzi “normali”, senza prime donne. Le prime donne sono rimaste a casa.

Costruire un gruppo di amici, di ragazzi per bene e disponibili è tutt’altro che semplice. Serve un lavoro in profondità da parte di tutto lo staff, un lavoro quotidiano, attento ai particolari, quelli che spesso fanno la differenza. Perché il confine tra il trionfo e la sconfitta è spesso esilissimo. E del resto la vita, non solo lo sport, è fatta di “Sliding doors”.

Avere accanto gli amici di una vita, da Vialli a Lombardo, da Evani a Salsano, fino al campione del mondo Daniele De Rossi ha consentito a Mancini di lavorare con leggerezza, sapendo che entrare nelle teste dei giocatori sarebbe stato relativamente facile. Si può forse dire che il Mancini Commissario Tecnico ha superato il Mancini allenatore di club.

Costruire un gruppo vincente comporta un lavoro in profondità: bisogna far capire ai giocatori che non conta l’io, ma conta il noi. Che bisogna lasciare da parte gli egoismi personali, che anche chi va in panchina è importante e deve farsi trovare pronto, che non ci si deve lamentare. Solo così si può ottenere il massimo della disponibilità, solo così il compagno in difficoltà troverà sempre un altro compagno pronto ad aiutarlo. E questo discorso non vale solo nello sport, ma negli uffici, nelle redazioni, nelle fabbriche.

Credo di dovere a Mancini delle scuse: la sua Italia che infilava un record dietro l’altro mi piaceva, ma ero convinto che non avesse affrontato avversari di alto livello e attendevo di verificarne il vero valore contro nazionali più forti. Evidentemente mi sbagliavo, perché questa Italia cresceva partita dopo partita, migliorando il proprio gioco, cementando l’intesa in campo e fuori, aumentando la propria autostima. E quando è arrivato il Belgio nei quarti, ho capito di essermi sbagliato, perché questa nazionale possedeva un gioco e un’anima, pur non avendo un grande centravanti di livello internazionale.

La Spagna è stata l’unica squadra che ci ha messo sotto con un possesso palla superiore, ma lì è venuto fuori il cuore degli azzurri, lo spirito di gruppo, la capacità di soffrire e di andare oltre i propri limiti.

Ho commesso un errore: non aver valutato i valori che Mancini era riuscito a trasmettere ai suoi ragazzi.

Per questo ringrazio Roberto, che ha sempre mantenuto un atteggiamento molto sereno ed equilibrato e ha sempre attribuito i meriti ai giocatori, anziché all’eccezionale lavoro suo e del suo staff. E quando dico staff intendo anche lo staff medico, i fisioterapisti, i magazzinieri, i ragazzi dell’ufficio stampa. Mai come in questa occasione è stata la vittoria di tutti. Anche di una Federazione troppe volte ingiustamente criticata: il Presidente Gabriele Gravina, un dirigente preparato come pochi e una persona per bene, ha fornito a Mancini tutti gli strumenti per lavorare al meglio. E’ giusto riconoscerlo, perché non è un merito da poco.

Ora, dopo il meritato riposo, si riparte verso due nuovi traguardi: la fase finale della Nations League che ospiteremo in autunno e soprattutto i Mondiali in programma in Qatar alla fine del 2022. L’Europeo ci lascia un patrimonio che non può andare disperso e un gruppo sul quale costruire una nazionale ancora più forte. Sperando magari di trovare un grande attaccante (Scamacca?) che ci semplifichi la vita in zona gol, evitando di dover chiedere gli straordinari ai centrocampisti.

Ma questa Italia ha davvero voltato pagina, proponendosi come modello virtuoso anche per il campionato. O almeno è quello che ci auguriamo.