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Angolo del tifoso

ANGOLO JUVENTUS – Le attenuanti sono finite

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Spalletti Juventus
Tempo di lettura: 4 minuti

C’è modo e modo di perdere. Si può lottare, soffrire, cadere dopo aver dato tutto. Oppure si può uscire dallo Stadium con tre palloni sul groppone e la sensazione che, a questa squadra, manchi ancora qualcosa di fondamentale. La Juventus sceglie la seconda strada.
La Lazio di Gattuso passa a Torino con un secco 3 a 0 e si porta a casa una vittoria senza troppi complimenti. Provstgaard, Isaksen e Dele-Bashiru ringraziano.

I bianconeri, invece, incassano i fischi del pubblico e l’ennesima serata da archiviare in fretta. Ma archiviare non significa dimenticare. E soprattutto non significa far finta di niente. Le attenuanti sono finite.

Il solito copione

La Juventus comincia con una certa intraprendenza. Tiene palla, prova a costruire, cerca di dare un senso alla manovra. Il problema è che tra il fare possesso e creare pericoli c’è una bella differenza.

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E i bianconeri sembrano averla smarrita da qualche tempo. Alajbegovic ci prova dalla distanza. Kolo Muani trova anche la via del gol, ma il fuorigioco spegne gli entusiasmi. Per il resto, tanta buona volontà e poca sostanza. La Lazio aspetta, si sistema, studia gli avversari e colpisce quando serve.

Al 37′ Zaccagni pennella dalla destra e Provstgaard anticipa tutti di testa. Difesa sorpresa. Vantaggio biancoceleste. Una rete che non arriva dal nulla. Arriva da una situazione che la Juventus avrebbe dovuto leggere meglio. E che invece legge male, come troppo spesso le capita. Le attenuanti sono finite.

Douglas Luiz, la scommessa che non basta

E veniamo al centrocampo. O meglio, a quello che dovrebbe essere il centro nevralgico di una squadra ambiziosa. Puntare su Douglas Luiz come riferimento della mediana è una scommessa. Legittima, per carità. Ma una scommessa non è una strategia.

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Il brasiliano possiede qualità tecniche che nessuno ha bisogno di negare. Il punto è un altro: una squadra che vuole comandare le partite non può affidarsi soltanto alla speranza che un giocatore trovi, prima o poi, continuità, ritmo e personalità. Servono certezze. Servono equilibri. Serve qualcuno che sappia prendere in mano il gioco quando la partita si sporca e gli avversari alzano la pressione.

E qui casca l’asino. Perché il problema non riguarda soltanto Douglas Luiz. Riguarda l’idea complessiva di centrocampo, la capacità di collegare i reparti e di trasformare il possesso in occasioni vere. Se la manovra si limita a girare al largo dell’area avversaria, il pallone può anche viaggiare con eleganza.

Ma il tabellino resta fermo. E quando si prova a costruire una squadra partendo da troppe incognite, il rischio è di ritrovarsi con un cantiere aperto proprio mentre il campionato corre. Le attenuanti sono finite.

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Spalletti e i problemi annunciati

Sia chiaro. Non sarebbe corretto caricare sulle spalle dell’allenatore ogni responsabilità. I giocatori sbagliano, le occasioni si falliscono e le partite possono prendere pieghe imprevedibili. Ma le difficoltà della Juventus non sono spuntate ieri sera come funghi dopo un temporale.

Sono problemi che accompagnano la squadra sin dall’inizio della stagione. E allora qualche domanda bisogna pur farsela. La squadra sa davvero cosa vuole fare quando ha il pallone? Riesce a cambiare passo quando la prima soluzione non funziona? Ha automatismi sufficientemente rodati per non dipendere dalle iniziative dei singoli? E soprattutto: le scelte di formazione sono funzionali a un progetto preciso oppure si continua a cercare la combinazione giusta sperando che, prima o poi, qualcuno trovi la chiave? Un allenatore della sua esperienza ha tutto il diritto di chiedere tempo.
Non può però pretendere che il tempo diventi una risposta buona per ogni domanda. Le attenuanti sono finite.

Dal tentativo al naufragio

A inizio ripresa Woltemade prova a riaprire la partita. La conclusione sfiora il palo. Per un momento sembra che la Juventus possa rimettersi in carreggiata. Per un momento, appunto.

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Al 66′ Nuno Tavares cambia gioco e trova Isaksen sulla corsia opposta. Il danese si accentra e lascia partire il sinistro. Çelik gli concede troppo spazio. Il pallone finisce in rete. Due a zero. La partita, di fatto, finisce qui. La Juventus prova a reagire con gli innesti dalla panchina, ma la manovra resta prevedibile. Mandas non è costretto a trasformarsi in un eroe.

I bianconeri arrivano dalle sue parti senza la necessaria cattiveria e senza la precisione che serve per riaprire una gara del genere. La Lazio, al contrario, sa esattamente cosa fare. Difende con ordine, riparte con convinzione e sfrutta gli spazi che gli avversari le concedono. Al minuto 89 Dele-Bashiru parte da lontano e si invola verso la porta. La difesa bianconera lo accompagna, per così dire, fino al momento della conclusione. Tre a zero. Sipario chiuso.

E se il secondo gol aveva spento le speranze, il terzo certifica il disastro. Non è soltanto una sconfitta pesante. È il modo in cui matura a lasciare più di una preoccupazione. Le attenuanti sono finite.

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Fischi meritati, risposte cercasi

Alla fine restano i fischi. Forti. Inequivocabili. Non sono certo una sentenza definitiva, ma fotografano lo stato d’animo di una tifoseria che si aspettava ben altro. E che comincia legittimamente a domandarsi dove stia andando questa Juventus.

La Lazio festeggia. Gattuso si gode una squadra organizzata, concreta e capace di sfruttare le occasioni. I bianconeri, invece, devono fare i conti con una classifica che non aspetta nessuno e con un distacco dalla vetta che comincia a pesare. Nessuno pretende miracoli.

Ma nemmeno si può chiedere ai tifosi di accontentarsi di qualche buona trama, di un possesso palla sterile e di promesse rimandate alla prossima domenica. La Juventus ha bisogno di certezze. Di idee riconoscibili. Di un centrocampo che funzioni. Di una squadra che sappia attaccare senza scoprirsi e difendere senza andare in confusione.

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E ha bisogno, soprattutto, che chi siede in panchina trovi risposte concrete ai problemi che si trascinano da settimane. Perché perdere può capitare. Perdere così, davanti al proprio pubblico, è un’altra storia. E adesso non bastano più le parole. Servono i fatti. Subito. Le attenuanti sono finite.

(Foto: Depositphotos)

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