TRA STORIA E LEGGENDA – Storie di talloni, caviglie ed eroi

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Pochi giorni dopo il 31 ottobre del 1964 – ci piace pensare sia andata così – qualcuno vide la signora Leny Van Basten calare nelle acque del fiume Oude Rijn, tenendolo per le caviglie, il suo piccolo Marcel. Marcel, poco dopo, sarebbe stato chiamato da tutti Marco; Marco Van Basten, anni dopo, si sarebbe ritagliato un posto nella storia del calcio, diventando mito. Mito, proprio come quell’Achille che, appena nato, la madre Tetide, tenendolo per un tallone, immerse nel fiume Stige: voleva infatti privarlo dell’elemento mortale che il piccolo aveva ereditato dal padre Peleo. Un tallone, nulla più, vi era di mortale in Achille, e un colpo al tallone lo uccise, nello stesso modo in cui forse soltanto le caviglie erano, in Marco, umanamente fragili, l’unico punto del suo corpo che avrebbe potuto imporgli di lasciare il calcio, di fatto, a 28 anni, due anni prima del ritiro ufficiale.

Potenza pura, era Van Basten in campo, ma una potenza subdola e ingannevole perché celata in movimenti sinuosi, armoniosi, eleganti, rombi di tuono affidati ad una musica morbida e sensuale. Del resto, l’amore di sua madre per la musica spinse il piccolo Marco a prendere lezioni di piano, e da adulto la musica fu per lui fonte di ispirazione e di emozione. Non a caso, Carmelo Bene affermò: <<Se dovessimo citare, a parte Romario,  un giocatore che da sé era un’orchestra, direi Marco Van Basten>>. Anche Achille, furia incontenibile in battaglia, sapeva cogliere la delicata bellezza della musica; nel libro IX dell’Iliade, ad esempio, Fenice, Aiace e Odisseo si recano nella tenda dell’eroe e lo trovano intento a suonare la cetra: “si dilettava con essa, cantava glorie d’eroi”.

Gli eroi, in verità, Achille amava – più che cantarli – superarli in gloria, se suoi compagni, o massacrarli in battaglia, nel caso fossero nemici: è questo, ad esempio, il destino di Ettore, principe ed estremo baluardo di Troia. Nel duello finale, narrato nel libro XXII dell’Iliade, Achille uccide Ettore colpendolo con l’asta nell’unico punto scoperto fra clavicola e spalla, all’altezza della gola. Un colpo da campione – sferrato lì dove soltanto Achille avrebbe potuto infilare l’asta – che ricorda la saetta scagliata da Van Basten in un giorno del 1988, nel corso della semifinale degli Europei di Germania Olanda-Russia. Rinaat Dasaev, fenomenale portiere sovietico, fu trafitto da un pallone al quale l’olandese impose una traiettoria che egli solo avrebbe potuto concepire.

Non soltanto con la propria nazionale, però, Van Basten ha scritto la storia: soprattutto al Milan guidato da Arrigo Sacchi, infatti, è legato il ricordo delle gesta del cigno di Utrecht. Con Sacchi, in verità, il centravanti olandese non ebbe mai un rapporto idilliaco, come da lui stesso dichiarato a più riprese: <<Non c’è mai stato feeling personale tra me e lui. Non mi ha mai dato l’impressione di essere onesto nei rapporti umani>>; <<Ha fatto la storia del calcio? L’hanno fatta i suoi giocatori>>. Anche Achille ebbe un rapporto di aspro conflitto con l’uomo che guidava la spedizione dei greci contro Troia, come rivelano le seguenti parole rivolte dal figlio di Peleo ad Agamennone: <<Un dono pari a te non ricevo (…) ma il più della guerra tumultuosa le mie mani lo governano>>.

E poi la furia di Verona, il cartellino rosso sventolato Lo Bello, la maglietta scagliata sul prato, da un lato, l’ira per la schiava di guerra sottratta, il rifiuto di combattere, le braccia incrociate, dall’altro: anche in questo, come negli altri aspetti passati in rassegna, Marco Van Basten ha avuto qualcosa di Achille. E se Achille, morendo, si arrese al volere degli dèi, sorte simile, in fondo, toccò a Marco: il più grande di tutti, nell’epoca dei più grandi, egli sarebbe stato, se non avesse dovuto inchinarsi alla grandezza del D10S venerato a Napoli.

fonte: momentidicalcio.com

 

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