ROSSETTO E CAMPIONATO – Odiare per mestiere

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A volte nella vita sono fortune. Hai la fortuna di avere sedici anni, di essere un ragazzo normale, di coltivare la tua passione più grande, quella per il pallone, tra i giovani campioni di una delle più storiche squadre di calcio italiane. Hai il privilegio di essere figlio d’arte, sei cresciuto a pane e punizioni, da bambino potevi sederti sulle gambe di tuo papà ed ascoltare a bocca aperta il racconto di quella Coppa Uefa vinta da lui con la maglia del Parma, chissà quante volte avrai ascoltato con occhi sognanti la storia di quei due goal al Vicente Calderón.

Magari stai sognando di farli anche tu. A casa non si parla d’altro, e poi vedi tuo fratello, Federico, lui sì che è forte. È da tredici anni con la Fiorentina, è casa sua, i tifosi lo amano. Di lui gira per casa non solo il borsone della Viola, ma anche quello della Nazionale maggiore, proprio come successe a papà.

Poi un giorno succede che arriva quella chiamata lì, quella da Torino. Federico è grande, Federico lo vuole la Juventus, papà è estasiato, il grande di casa va a giocare con Cristiano Ronaldo, cosa daresti per giocarci anche tu, anche solo in una partitella di beach soccer. E poi Buffon, papà ci ha vinto tanto con lui, ed è ancora lì.

Federico in realtà non è poi così grande, ha 23 anni. Ha tutta la carriera davanti, tutta la vita, ma al giorno d’oggi nel calcio si cresce in fretta. E con lui, è toccato crescere anche a te, Lorenzo. Perché non importa se di anni ne hai sedici o sessantuno, non importa quale sia la tua storia, importa solo che tu sia il fratello di un traditore.

Importa che alla tua famiglia vengano augurate disgrazie, perché mai e poi mai un calciatore della Fiorentina dovrebbe lasciare il Franchi per approdare allo Juventus Stadium, men che meno uno che con la maglia viola ci ha convissuto per tredici anni. Al diavolo la professione, al diavolo Cristiano Ronaldo, al diavolo il politically correct. Litri di veleno sputato sugli account social di un sedicenne, macchiatosi di un’unica colpa: essere il fratello di Federico Chiesa.

Noi questo esercizio non lo sappiamo fare. Quello di non vivere il calcio con la veemenza con cui si vivrebbe un attacco personale, un insulto alla propria famiglia. Noi ci sentiamo autorizzati a rivendicare la proprietà su un calciatore che ha vestito la nostra maglia, sentiamo che sia legittimo offendere la sua vita, le sue scelte.

Sentiamo chiaro il richiamo della foresta, ma nemmeno quello probabilmente, perché leoni, zebre e coccodrilli sarebbero abbastanza sani di mente da non maledire gli altri abitanti della stessa foresta in cui vivono anche loro.

Mi parlerete di bandiere. Fatelo, ve ne dò atto. Totti non ha mai abbandonato la sua maglia, Del Piero ha rinunciato ai richiami del Real Madrid quando la Juve andava a scontare il suo anno di Purgatorio in Serie B, Nedved si rifiutò di indossare la maglia dell’Inter nello stesso periodo, solo per amore di maglia, Zanetti non ha mai più abbandonato i nerazzurri.

Tenetevele pure strette le vostre bandiere, fatelo con sconfinato affetto, non dimenticate mai che anche questo può accadere nel mondo del Calcio. Ma questa non è una regola, mettetevelo in testa. Questo è un mestiere, come il vostro, quello per cui avete sudato, e che magari odiate con tutte le vostre forze.

E allora nessuno osi metter bocca sulle scelte di un ragazzo di ventitré anni desiderato dalla squadra più blasonata del Campionato italiano. Nessuno osi sentirsi proprietario della carriera di un giovane uomo che si fa spazio tra i grandi del calcio, nessuno osi pretendere che quella vita resti indissolubilmente legata a dei colori.

Men che meno ai piani alti del calcio, nessuno osi buttare benzina sul fuoco su discorsi che non hanno ragione d’esistere, nessuno provi ad aizzare lotte per cui ci si possa sentire autorizzati da chi è più in alto di noi. Nessuno osi mai sminuire, mai. Sputare nel piatto in cui si è mangiato, e in cui ancora per molto tempo si mangerà.

Nessuno osi l’ipocrisia. Perché siamo ben certi che sappiamo tradire nel buio della notte, quando nessuno ci sente, quando ci sentiamo invincibili e pensiamo di aver anche ragione. Noi che alla luce del sole siamo degli scagliatori di pietre professionisti, nell’intimità delle nostre vite facciamo il bello e il cattivo tempo, perché è così che funziona il libero arbitrio, ed è molto più semplice farlo quando non ci vede nessuno. Ma parlare è un’arte semplice, farlo dietro ad una tastiera ancor di più. Perché tutti coloro i quali hanno osato proferire parola nei confronti di un ragazzo di sedici anni, state sicuri che cadrebbero dalla sedia se gli venisse offerto di far due palleggi con il campione Portoghese.

Il professionismo non è una barzelletta, è la realtà dei fatti. E non sono solo i soldi, ma anche e soprattutto il desiderio di arrivare, di leggere il proprio nome in altri palmarès, di riconoscere a se stessi che è un mestiere, esattamente come il vostro, per il quale nessuno mai vi chiederebbe eterna fedeltà se vi venisse proposta la carriera dei vostri sogni.

Lo sfottò è il sale del nostro calcio, ma nessuno si permetta di arrogarsi il diritto di superare la soglia per cui non si è più tifosi, ma infimi surrogati di vigliaccheria.

E allora il trucco è solo uno: imparate, impariamo, a tifare chi indossa sul petto il nome della nostra squadra nel momento in cui l’arbitro fischia l’inizio del match. Non prima, non dopo. Quello che resterà è l’unico amore che conta, quello per quel nome e quei colori. Quello che va oltre le persone, le sentenze, gli arbitraggi, gli insulti, i contratti, il calciomercato. L’unico amore che chi vi chiede “ma come fai a tifare quelli là” non potrà mai capire.

E a voi andrà benissimo così.