Approfondimenti
ROSSETTO E CAMPIONATO – Ricordati di me
Ci dobbiamo distrarre. Da seduti, da distesi, vi è concesso anche stare gambe all’aria contro un muro, se lo ritenete opportuno. Personalmente, la trovo la posizione più comoda per leggere, sarà qualcosa di vicino allo yoga, non saprei.
Eppure, in questi momenti di mani e piedi legati da cause di forza maggiore, bisogna non pensare alla tapparella sull’addome irrimediabilmente rovinata. Sarà per il 2021.
Allora aprite quella scatola di biscotti danesi che avete conservato lo scorso Natale, fatevi un caffè (senza zucchero se volete ottenere la mia stima), allungate le gambe sul pouf.
Partitina a Fifa? Ma perché mai. Il calcio ci manca, ma a Fifa non so giocarci, e di imparare non ne ho voglia.
Quello che so fare invece, è sguazzare nei ricordi. Sono una vera professionista del ricordo.
Mi piace immaginare le sliding doors, i bivi che cantava Enrico Ruggeri. Mi piace ricordare le sensazioni, le emozioni che ho provato nel corso della mia vita.
Ed essendo il calcio parte integrante di essa non mi è difficile scavare nel mio bagaglio del passato per cercare un po’ di conforto nei goal, nella mia mente, fuori da tutto questo delirio che sta condizionando le nostre vite, che chissà quando andrà via, e chissà come ci lascerà.
Cambierà il calcio, ma non cambierà quello che proviamo noi tifosi nei confronti del calcio.
Per supportare la mia tesi lascio che il mio compagno di viaggio di oggi sia Nick Hornby, con il suo Febbre a 90. Circa trecento pagine, un numero indefinito di partite, per raccontare il perché dell’amore più grande della sua vita: quello per l’Arsenal.
Mi piace chiedere alle persone perché si siano affezionate a questa o a quell’altra squadra.
Il problema è che quando lo chiedono alla sottoscritta, vado in difficoltà. Perché oggettivamente non lo so. Non so dirvi affatto se ci sia mai stato un momento in cui io, figlia di un finto interista con interesse per il calcio pari al mio interesse per la fisica quantistica, nonché sorella di un completo anticalcio, mi sia completamente ed irrimediabilmente innamorata della Juventus.
Mi piace poi chiedere a me stessa per quale motivo sulla Terra io ci tenga a spendere soldi per la nuova divisa della Juve ogni santa stagione, a spendere centinaia di euro per andare a vedere un match a Torino, a evitare serate e a dover posticipare le uscite perché c’è magari il turno infrasettimanale, o l’anticipo del sabato sera.
La lettura di questo libro mi ha fatto ridere, non poco. Ma è quel genere di risata comprensiva, perché Hornby si pone i miei stessi, identici dubbi.
Perché amiamo il calcio e la nostra squadra in maniera così acritica, come la definisce lo stesso autore?
Manchiamo completamente di ogni senso della razionalità: Hornby era disposto anche a rinunciare a cerimonie di famiglia, pur di essere al suo posto ad Highbury.
L’amore viscerale per una squadra e per tutto ciò che può rappresentare in un uomo è tutto racchiuso in questo volume.
Hornby racconta in realtà la sua vita, scandendo i momenti più importanti, quelli che hanno segnato il corso del suo destino, semplicemente con le partite dell’Arsenal.
Sfido qualunque tifoso a non avere la stessa tendenza.
Io ricordo ogni singolo attimo di Inter-Juventus del 2018, ricordo perfettamente il salto che ho fatto per abbracciare mio cugino quando Higuain ha deciso di regalarmi lo scudetto. Ricordo il numero di battiti che sono mancati al mio cuore alla rovesciata di Mandzukic a Cardiff, sento ancora la testa bruciare dal dolore se penso a Cristiano Ronaldo quella notte a Torino, quando aveva ancora la maglia del Real Madrid ma a noi non importava, applaudivamo lo stesso.
E le persone: Liam Brady. E ancora Charlie George e George Graham. Ma il calcio non si ferma ad Highbury: la vita porta Hornby a Cambridge, e da studente si innamora della squadra della stessa città, come noi stessi siamo innamorati delle squadre di terza e seconda categoria che portano il nome dei nostri paesi da mille anime.
I disastri: Hillsborough, l’Heysel, la Guerra del Golfo. La storia si intreccia alla vita di Hornby, proprio come sta accadendo a noi in questi giorni così surreali. Capiamo che prima che tifosi, siamo esseri umani.
Torneranno i giorni in cui potrò di nuovo esultare con Cristiano.
Torneremo a provare la stessa emozione di Hornby in quella Liverpool-Arsenal del 1989 che ha regalato uno scudetto all’ultimo respiro.
Torneremo a lasciarci maciullare i sentimenti da una sconfitta, che alla fine ci piace anche quello.
Torneremo a battere pugni suoi tavoli, sento ancora il livido di Juventus-Barcellona di qualche anno fa, vissuta tra i tavoli di un locale cubano del centro di Milano, chissà perché.
Torneremo a ricordare ogni singolo attimo della passione che accomuna buona parte di questa strana categoria di persone che risponde al nome di tifosi.
Fino ad allora, state a casa: innamoratevi dei vostri ricordi. Condivideteli con i vostri figli, fate innamorare anche loro. Videochiamate i vostri compagni di stadio, parlate ancora di quel goal che vi ha fatto piangere come bambini.
Fatevi dare una mano da Nick Hornby: non ve ne pentirete.
