Napoli-Juventus: molto più di una partita di calcio

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Risale più o meno ad oltre 1.700 anni fa quella visione del mondo, che è stata soprattutto filosofia e religione, chiamata “manicheismo”, teorizzata da un predicatore del III secolo D.C. (Mani) e fondata sulla divisione, assoluta ed incontrovertibile, del mondo e delle cose in due grandi categorie: il Bene ed il Male, la Luce e le Tenebre.

La Storia ed il Cristianesimo hanno bollato il tutto come “eresia”, ma siamo davvero sicuri che il mondo di oggi abbia del tutto sconfessato ed abbandonato la semplificazione del teologo persiano nato nella Babilonia del Nord?

Ogni anno, almeno due volte l’anno, prima a Torino e poi a Napoli (o prima a Napoli e poi a Torino, dipende dal calendario), pare proprio di no.

Di contrapposizioni più o meno radicali è piena la storia, e ciò di cui parliamo è certamente meno nobile e meno significativo di quel che in passato ha messo di fronte fascisti e antifascisti e ancor prima guelfi e ghibellini, ma quando al sabato o alla domenica c’è Juventus-Napoli o (ancor di più) Napoli-Juventus, la vigilia è sempre particolare e diversa.

E questo accade anche un 26 gennaio qualunque, seppure ad incontrarsi siano due squadre che sono distanziate di ben ventisette punti dopo “appena” ventuno giornate.

Accade, soprattutto, perché tra azzurri e bianconeri la rivalità non inizia né finisce nel rettangolo verde dove venti persone, a turno, inseguono una palla e due provano ad impedire che la stessa finisca in rete.

Chi ha voluto spiegare – senza rinunciare agli aspetti filosofici – le ragioni della contrapposizione, ha presentato la sfida come lo scontro tra “chi vuole essere” e “chi vuole avere”, indugiando, alternativamente, sullo stucchevole “vincere non è importante, è l’unica cosa che conta” di bonipertiana memoria e “il Napoli non è una squadra di calcio, ma lo stato d’animo di una città”, meravigliosa, vera e commossa espressione cara all’artista del pallone più grande di sempre.

E non si è certamente lontani dalla realtà se l’analisi di ogni partita e confronto tra Juventus e Napoli si allontana dai 90’ di gioco e si sposta nell’ambito socio-economico, passando tra le spaccature più grandi ed evidenti della penisola italiana ed attraversando decenni di storia.

La Juventus è la squadra che conta più tifosi in Italia e che attrae moltissimi sostenitori anche al Sud, dove grandi e (soprattutto) piccini scelgono con facilità la squadra più blasonata, quella che garantisce una maggiore probabilità di successi e soddisfazioni. Il connubio “industriale” tra la Fiat, la famiglia Agnelli e la Juventus, però, rende i bianconeri – in maniera abbastanza naturale – anche la squadra più “antipatica” per coloro che non la sostengono.

Come ha mirabilmente fatto notare Angelo Forgione in una bella nota di un paio d’anni fa, la Juventus è squadra “detestata soprattutto nei centri di forte identità territoriale, dove è più importante il senso di appartenenza, come nella piccola Firenze, nella grande Roma e, soprattutto, nella monoteista Napoli, dove la squadra è culto unico. Se a Torino vi sono il torinista e lo juventino, a Milano il milanista e l’interista, a Roma il romanista e il laziale, a Napoli esiste solo il napoletano, e non c’è bisogno di un “napolista”. L’appartenenza calcistica e la cittadinanza, a Napoli, combaciano per sovrapposizione e si unificano, schiacciando le pur esistenti minoranze, quella juventina compresa”.

Tutto ciò spiega anche antropologicamente la rivalità tra Napoli e Juventus, qualcosa che supera il campo da gioco e che, anzi, sul prato verde, vive solo uno dei momenti di confronto.

L’integralismo ed il “fondamentalismo” del tifoso napoletano mai potranno dialogare con un mondo così distante come quello bianconero e giammai vorranno farlo.

Per Napoli ed i napoletani affrontare la Juventus non è mai banale e non sarà mai una partita qualsiasi. Perché battere i bianconeri è simbolo di “riscatto sociale”, di “rivincita culturale” e di “salvezza per un’intera città”.

Chi tifa Juventus dirà (spesso mentendo) che è una gara qualunque e che, in caso di vittoria, non sarà diversa dalle altre (circostanza – in realtà – smentita inesorabilmente aprendo i social ed osservando le reazioni in strada  e nei luoghi pubblici e privati).

Chi tifa Napoli, invece, non proverà neppure a celare doppia delusione e sconforto in caso di inesorabile sconfitta e non esiterà a salvare addirittura la stagione se ad arrivare dovesse essere – miracolosamente (specie quest’anno) – una vittoria.

Il “manicheismo”, dicevamo all’inizio, è la tendenza a vedere nella realtà in genere, o in una particolare situazione, tutto il male solo da una parte, tutto il bene solo dall’altra.

In versione “sportiva”, essere manichei significa – semplificando – essere “juventini” o “napoletani”.

E quella del 26 gennaio 2020 sarà solo un’altra tessera, neppure l’ultima, d’un puzzle che – come sempre – vedrà affrontarsi due squadre in campo e due diversi modi di vivere, di pensare ed agire fuori dallo stesso, dove lo scontro  (c’è da giurarci) durerà per sempre.

Vinca il migliore (anzi, no).

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