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Italia, se solo avessi ascoltato Baggio…

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Roberto Baggio
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C’era una volta l’Italia. Una nazione fucina di talenti straordianari, di allenatori leggendari e vittorie destinate a rimanere scolpite nella storia.

C’è stato un tempo dove  un progetto ambizioso, visionario, forse troppo avanti per il suo tempo aveva previsto l’ennesimo dramma sportivo consumatosi questa sera .

Un dossier di quasi 900 pagine, scritto con metodo, studio e passione da Roberto Baggio, consegnato alla FIGC con un obiettivo chiaro: rifondare il calcio italiano dalle fondamenta.

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Il piano Baggio

Era il 2010, all’indomani del fallimento ai Mondiali in Sudafrica.

L’Italia campione del mondo in carica usciva tra dubbi e crepe profonde, e proprio in quel contesto il “Divin Codino”, nominato presidente del Settore Tecnico di Coverciano, iniziò un lavoro imponente fatto di analisi, confronti con i modelli esteri e collaborazione con esperti e tecnici. Ne nacque un piano completo, tra i più dettagliati mai elaborati nel nostro Paese sullo sviluppo del calcio.

Il cuore del progetto era tanto semplice quanto radicale: intervenire sulla formazione per cambiare il sistema. Baggio immaginava allenatori più preparati e selezionati non solo per competenze tecniche ma anche educative, convinto che la qualità dell’insegnamento fosse il primo passo per migliorare quella dei calciatori.

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Parallelamente proponeva la creazione di una rete nazionale di scouting strutturata, capace di monitorare il territorio attraverso dati, video e osservazioni condivise, anticipando di fatto un approccio moderno e analitico al calcio. Al centro restavano comunque i giovani, con l’idea di valorizzarne la tecnica più che la fisicità precoce, in un cambiamento che doveva essere prima culturale e poi sportivo.

Il dossier venne presentato nel dicembre 2011 e avrebbe dovuto rappresentare l’inizio di una nuova fase. In realtà segnò, di fatto, la fine del progetto. L’incontro con il Consiglio Federale durò poco e, nonostante un’approvazione formale, mancò il sostegno concreto necessario per trasformare quelle idee in realtà. I finanziamenti promessi non arrivarono e il piano finì progressivamente accantonato, senza mai essere davvero applicato.

Nel gennaio 2013 arrivarono le dimissioni di Baggio, segno evidente di una distanza ormai insanabile tra visione e volontà politica. Quel lavoro, frutto di mesi di studio e progettazione, rimase chiuso nei cassetti, mentre il calcio italiano continuava a cercare soluzioni senza affrontare fino in fondo i propri limiti strutturali.

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A distanza di oltre dieci anni, molte delle criticità individuate da Baggio restano ancora presenti: i vivai faticano a produrre talenti valorizzati, i giovani trovano poco spazio, la formazione tecnica mostra lacune e l’innovazione procede lentamente.

Il “dossier Baggio” è così diventato nel tempo il simbolo di una visione rimasta inascoltata, un’idea di calcio moderno e organizzato che non è mai stata realizzata, lasciando aperta una domanda che ancora oggi accompagna il movimento italiano: cosa sarebbe successo se quelle 900 pagine fossero state davvero messe in pratica? Non è certo che saremmo tornati a brillare come un tempo, ma forse almeno ad uno degli ultimi tre Mondiali ci saremmo andati.

Tutta colpa del “pezzotto”, vero De Siervo?

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(Foto DepositPhotos )

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