C’eravamo tanto illusi

Editoriale Prima Pagina
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C’eravamo tanto amati e C’eravamo tanto illusi. Regia di Ettore Scola e Roberto Mancini.

Sembrava che il Covid ci avesse reso più umani: ricordiamo tutti l’inno di Mameli cantato alle finestre e le speranze (“Andrà tutto bene”). Non è andata affatto bene, il Covid è ancora tra noi e ci odiamo, divisi come siamo tra Pro Vax e No Vax. Insomma non ne siamo usciti, ma se e quando ne usciremo, saremo sicuramente peggiori, più poveri, più tristi, più cattivi.

C’eravamo tanto illusi che il miracolo della conquista del titolo Europeo da parte della nazionale di Mancini fosse l’inizio di un nuovo calcio. Invece quell’impresa, resa possibile da uno spirito di corpo straordinario e da una mentalità poco italiana, sembra già lontanissima, mentre risale ad appena sei mesi fa.

In un batter d’occhio siamo tornati alla normalità, a una squadra che rischia di non approdare ai Mondiali del Qatar del prossimo anno. Dovremo affrontare uno spareggio complicato, molto più complicato di quello che nel 2017 ci vide soccombere davanti alla Svezia, impedendoci di staccare il biglietto per Russia 2018. Per non vedere i Mondiali ancora una volta in televisione siamo condannati a battere prima la Macedonia in casa e poi il Portogallo di Cristiano Ronaldo (o la Turchia) in trasferta. L’Italia capace di ammutolire Wembley e la spocchia inglese nella finale dell’Europeo non avrebbe nessun timore e getterebbe il cuore oltre l’ostacolo. Ma questa nazionale un po’ imborghesita e sazia che garanzie può darci?

Speravamo che il nostro calcio usasse quel trionfo continentale per risolvere i propri problemi. E invece la polvere che avevamo infilato sotto il tappeto è riaffiorata prepotentemente.

L’unica cosa che ci è rimasta di quella indimenticabile cavalcata europea è una nuova mentalità. Anche per questo il nostro campionato è il più incerto degli ultimi anni e si gioca un calcio meno arroccato, più offensivo. Sono rare le partite che finiscono senza reti e anche le squadre più piccole cercano sempre di non rinunciare a priori ad attaccare, di non mettere, come si diceva, un pullman davanti alla porta.

Ma gli effetti positivi si fermano qui. La nostra serie A è il meno competitivo tra i campionati top d’Europa. Ce ne accorgiamo quando affrontiamo in Champions League le squadre inglesi, tedesche e spagnole, che giocano con un ritmo e un’intensità da noi sconosciuti. E questo spiega come un giocatore di quarant’anni di nome Ibrahimovic possa risultare ancora decisivo.

Ma lasciamo da parte l’aspetto tecnico e vediamo piuttosto quali sono ancora i mali strutturali del nostro calcio. Con una serie A così, il minimo che si possa chiedere è il ritorno alle 18 squadre. Era nel programma del presidente della FIGC Gabriele Gravina, ma a tutt’oggi è rimasto lettera morta. La Lega di serie A non vuole sentir parlare di riforma dei campionati perché vorrebbe dire incassare meno soldi dai diritti TV. Bene così, siete dei geni.

Quegli stessi geni che hanno firmato un contratto per la trasmissione della serie A con un operatore televisivo chiaramente non all’altezza. Un provider che può permettersi di trasmette in SD anziché in HD (alta definizione per i meno informati), di fregarsene delle proteste dei clienti che si lamentano per le frequenti interruzioni del segnale, per il ritardo delle immagini e per la continue richieste di fornire le credenziali dell’account. Va tutto bene, in fondo i tifosi sono solo dei polli da spennare e possibilmente da fare allo spiedo. Bravi, continuate così.

A proposito di polli e di pollai: la Lega è un posto dove volano gli schiaffi un giorno sì e l’altro pure, dove ognuno cerca di fregare l’altro. Un posto in confronto al quale le riunioni di condominio sembrano delle simpatiche occasioni conviviali. Ma su una cosa sono stati tutti d’accordo: la Salernitana non può essere espulsa dal campionato.

E certo, altrimenti chi glielo va a spiegare a Dazn?

La vicenda della Salernitana è semplicemente ridicola. Una norma della FIGC vieta a uno stesso soggetto di possedere contemporaneamente due società nel settore professionistico. Lotito, proprietario della Lazio, rilevò la Salernitana dal fallimento del 2011 e cominciò la scalata dalla serie D (cioè tra i dilettanti).

Da lì la promozione in serie C, poi in B e quindi, del tutto inattesa, in A lo scorso anno. La FIGC ha concesso una deroga (così come al Bari, di proprietà di De Laurentiis, proprietario del Napoli), ma il bubbone è scoppiato inevitabilmente perché due società dello stesso campionato, a maggior ragione, non possono appartenere allo stesso soggetto.

Ora la situazione si è ulteriormente complicata perché il termine entro il quale Lotito avrebbe dovuto cedere una delle sue creature è stato spostato dal 30 giugno 2021 al 31 dicembre 2021 e sarà inevitabilmente prorogato al 30 giugno 2022. Non si trovano acquirenti, questa la spiegazione. Ed è piuttosto ovvio, dato che chi fosse intenzionato a rilevare una società destinata a tornare in serie B offrirebbe cifre molto basse che Lotito non intende accettare.

Un bel pasticcio insomma. Il punto è che questa situazione doveva essere risolta prima, prima cioè che la Salernitana salisse in serie A. Ma forse a qualcuno conveniva che non venisse risolta. La FIGC e le Lega cosa dicono, sono contente di dove siamo arrivati? Bravi, continuate così che il prossimo caso, nel giro di due o tre anni, sarà il Bari.

Poi ci sarebbero altre piccole questioni. Quisquilie, pinzillacchere direbbe il grande Totò: le società sono sommerse dai debiti. Causa Covid dicono loro, causa cattiva gestione diciamo noi. Allenatori e giocatori strapagati, procuratori che guadagnano decine di milioni di euro per portare un giocatore in scadenza di contratto da una squadra all’altra. L’ultimo è il caso de Ligt, che secondo il suo agente Mino Raiola dovrebbe lasciare la Juventus per cercare fortuna altrove.

E chi mantiene questi geni della procura? Ma le società, quelle stesse società che dicono di essere vittime del Covid e nel frattempo pagano commissioni milionarie ad agenti senza scrupoli. In questa situazione pensare agli stadi di proprietà è naturalmente un’impresa al di sopra delle nostre possibilità. E il ritardo nei confronti del resto d’Europa è ormai diventato abissale. 

E le plusvalenze false che servono ad aggiustare i bilanci? E’ una pratica molto diffusa, non solo in Italia. Potrebbe finire in una bolla di sapone, ma se fosse una cosa seria molto società dovrebbero portare i libri contabili in tribunale.

E la vicenda Suarez e il suo comico esame d’italiano all’Università di Perugia? La FIGC sostiene che non sono state trovate le prove del coinvolgimento di tesserati del nostro campionato. Ma certo, quella è stata un’iniziativa personale dell’ex centravanti del Barcellona ora all’Atletico Madrid, che voleva il passaporto italiano per trascorrere le vacanze in Sardegna.

Ma non è solo il calcio italiano a passarsela male. Anche il Europa e nel mondo non scherzano. Il presidente dell’Uefa Ceferin si è inventato prima la Nations League, riservata alle nazionali, e poi la Conference League con l’obiettivo di incassare più soldi dai diritti TV. Che poi si giochi troppo e i calciatori finiscano in infermeria in continuazione a causa di infortuni muscolari è solo un lievissimo effetto collaterale.

E la FIFA? Ci mette un carico da 11, pensando di organizzare il Mondiale ogni due anni, anziché ogni quattro. Davvero un’idea geniale.

Sembra che nessuno dei soloni che governano il calcio si renda conto che l’obiettivo dovrebbe essere diminuire gli impegni agonistici e aumentare la qualità dello spettacolo. Invece si va nella direzione opposta.

Non vogliamo annoiarvi oltre e la finiamo qui. Ma se questo è il calcio che ci attende in futuro, c’è davvero poco da stare allegri.
Buon Natale a tutti, con la speranza che l’anno nuovo spazzi via tutte le brutture del 2021.

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