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#LBDV: “Social Media: ma media cosa?”
Negli anni novanta luoghi dove discutere e parlare di calcio erano il bar sotto casa, la piazza del paese, lo stadio, luoghi di ritrovo dove ognuno, nel suo piccolo, si sentiva l’esperto di turno. Oggi, con l’avvento dei social network, tutto è cambiato, modificando il modo di interagire dei tifosi che chattano, postano, twittano. Interagiscono, non solo con l’amico del bar o con il vicino di casa, ma con tutte le persone sparse nel globo, fino ad arrivare ai propri idoli. Idoli che in alcuni casi diventano oggetto di sfogo.
Tutti i calciatori, o quasi, tutte le società, dal Real Madrid al Pordenone, hanno un proprio profilo social. Piattaforme come Twitter, Facebook, Instagram hanno contribuito a rendere più vicino il rapporto tra calciatori e tifosi. Di questo fenomeno, ormai, nessuno può farne a meno, compresi gli organi di informazione: le notizie prima di tutto girano sui social. Un mondo che prima sembrava quasi irraggiungibile. Immaginate cosa sarebbe successo se i vari Mazzola, Platini, Maradona, avessero avuto un profilo social. Sarebbe bastato un cellulare, un profilo e voilà il gioco era fatto.
Il vecchio Bar Sport, con tutte le sue contraddizioni e tutti i suoi assurdi personaggi, si è trasferito in rete, accogliendo nel bar virtuale milioni e milioni di persone.
Ma forse “si stava meglio quando si stava peggio?”.
Umberto Eco, uno degli intellettuali più noti d’Italia, in uno dei suoi ultimi “discorsi” attacca i social: “Permettono alle persone di restare in contatto tra loro, ma danno anche diritto di parola ad una legione di imbecilli. Persone che prima parlavano al bar dopo un bicchiere di vino e ora hanno lo stesso diritto di parola dei Premi Nobel”. Parole molto dure, che però non si discostano tanto dalla realtà dei fatti. Basta fare un giro in rete per accorgersi che sotto al bel tappeto c’è tanta polvere. I social sono, forse, l’invenzione più geniale del nuovo millennio, ma servirebbero le istruzioni per l’uso. Sono tanti i deficienti senza volto che ne fanno un uso sconsiderato. I famosi haters, coloro i quali “vivono” i social per offendere e denigrare gli altri: dal ragazzo della porta accanto fino ad arrivare ai propri idoli.
Ed ecco, che si torna al punto di partenza: il rapporto sempre più “senza barriere” tra calciatori e tifosi. Un tweet del campione, una foto postata su Instagram, uno status su Facebook, e via con like che piovono dal cielo e migliaia di commenti. Simeone posta la foto della neonata? E via con minacce di morte correlate dai peggiori “auguri”. La Fiorentina, con un rigore discutibile, pareggia allo scadere con l’Inter? Via, si parte, l’imbecille di turno decide che, per pareggiare i conti, bisogna offendere la memoria di Astori, e via a ruota altri imbecilli a sfogarsi. Si potrebbe continuare all’infinito, si potrebbero aggiungere le offese ad Allegri, alla moglie di Allan, ma non basterebbe un libro per raccogliere tutti gli stupidi, forse nemmeno un’enciclopedia.
Il mondo, non solo quello del calcio, purtroppo, è sempre più sporco, i social sono solo lo specchio della realtà, della vita di tutti i giorni. Danno spazio a persone, che forse, nella loro vita non ha nient’altro di meglio da fare che insultare il prossimo. Ci hanno fatto vedere e conoscere persone che sarebbero rimaste anonime. Anche al bar sotto casa, o nella piazza del paese, le offese verso i propri idoli erano tante, ma restavano li a quel tavolino, ora colpiscono i diretti interessati.
“Occhio non vede cuore non duole”, con i social gli occhi leggono ed il cuore duole, sono pur sempre esseri umani. Forse, un giorno, ci si abituerà anche a questo mondo social. Una “cura” purtroppo non esiste, estirpare questo cancro dalla rete è impossibile. Forse l’unico mezzo di contrasto è l’indifferenza, ma, purtroppo, non sempre si riesce ad usarla. Ci scandalizzeremo per il prossimo episodio, faremo articoli o post di sdegno, passerà il tempo della riflessione e ricominceranno gli insulti, la giostra continuerà a girare e tutti faranno un giro.
Forse, i detti antichi non sbagliano mai: “si stava meglio quando si stava peggio”.
