NUMERO 14 – Il cavaliere che non fece l’impresa

Focus On Numero 14
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Lui è il miglior giocatore del mondo, in allenamento”. La caustica affermazione è frutto dall’animo sarcastico di Michel Platini, un campione abile a fulminare gli avversari in campo con la sua classe e di surclassare chiunque anche fuori, a colpi di battute sferzanti. In questo caso il destinatario delle sue attenzioni è un suo giovane compagno di squadra. Viene dalla Danimarca, ha un talento cristallino ma alterna giocate da fuoriclasse a inspiegabili pause. Il tentennante Michael Laudrup non riuscirà mai ad esprimere appieno le sue enormi doti tecniche, sempre frenato dai suoi altrettanto enormi limiti caratteriali. E mancherà, fatalmente, all’appuntamento con il Destino.

Golden Boy

E’ un figlio d’arte: suo padre Finn è stato un buon centrocampista, con trascorsi anche nel campionato austriaco. Il genitore è il primo ad accorgersi che il ragazzo ci sa fare. E le sue sensazioni trovano conferma quando Michael esordisce in Prima Divisione, ad appena 17 anni, con la casacca del KB Kǿbenhavn. Due reti alla prima partita accompagnate da numeri d’alta scuola. La maglia di titolare è ben presto sua, un allenatore non può fare a meno di un attaccante del genere: controllo di palla degno di un sudamericano, dribbling fulminante, progressione irresistibile e tiro secco e preciso. Il Brǿndby, prestigioso club di Copenaghen, non perde tempo nel proporgli un contratto. La sua prima ed unica stagione con la nuova squadra è trionfale: 38 presenze, 24 reti, premio come miglior giocatore danese dell’anno ed esordio in nazionale. Debutto bagnato con una marcatura, ovviamente.

Tra Torino e Roma

Ormai il campionato danese gli sta già stretto. Sulla scrivania di papà Finn, amministratore della sua carriera, arrivano allettanti proposte dalla Spagna e dall’Inghilterra. Ma su di lui ha messo gli occhi anche John Hansen, ex attaccante della Juventus, che lo propone al suo vecchio compagno di squadra Giampiero Boniperti, attuale presidente del club bianconero. L’affare è presto fatto, l’Italia è destinazione gradita ai Laudrup, viene ritenuta il trampolino di lancio ideale. C’è solo un problema: le norme impongono il limite di soli due stranieri per squadra e alla Juventus questi posti sono occupati dal francese Platini e dal polacco Boniek, campioni provvisti di un curriculum già talmente ricco da renderli inamovibili. Per Laudrup c’è solo la possibilità di un parcheggio temporaneo in un altro club, dove fare esperienza e maturare in attesa di poter indossare la maglia a strisce bianconere. Allo scopo si opta per un prestito biennale alla Lazio, squadra guidata dall’ambizioso presidente Giorgio Chinaglia. Nella Città Eterna il ragazzo danese, seppure giovanissimo e alla prima esperienza fuori casa, non delude le aspettative, ma neanche sfonda. E’  tanto brillante e propositivo palla al piede quanto abulico ed irritante appena le cose si complicano e gli avversari cominciano a marcarlo troppo da vicino. I tifosi oscillano tra comprensione e impazienza, i compagni non riescono a fidarsi del tutto di lui e gli allenatori, in special modo l’argentino Juan Carlos Lorenzo, si esaltano di fronte alle sue rare prodezze ma fanno in fretta a dimenticarsele quando Michael si estranea dalla gara e vaga sperduto per il campo. Al suo primo anno a Roma la squadra riesce a strappare una salvezza all’ultima giornata ma il campionato successivo si conclude mestamente con una retrocessione in Serie B. Inevitabile l’addio e il ritorno a Torino.

L’erede di Platini

Nel frattempo uno dei due posti disponibili si è liberato: il polacco Boniek si è trasferito alla Roma, la sua maglia bianconera numero 11 è destinata a lui. A suo fianco, come mentore, è rimasto Le Roi Platini: i lanci col contagiri del francese sono manna dal cielo per le scorribande in dribbling e progressione del danese. Alla fine della prima stagione vanno in bacheca uno scudetto (un suo gol al Milan è fondamentale nella corsa al titolo) e la prestigiosa Coppa Intercontinentale. Sul campo di Tokyo, contro l’Argentinos Juniors, Laudrup si dimostra all’altezza del suo maestro transalpino, non trema di fronte alle rudezze dei sudamericani e porta i suoi ai supplementari e poi al trionfo finale dei rigori firmando il pareggio con un gol da posizione quasi impossibile. Le successive tre stagioni non saranno altrettanto soddisfacenti: la squadra è in declino, Platini è a fine carriera, il mister Trapattoni lascia e i suoi sostituti non riescono a tenere la giusta rotta. Laudrup, tra mille difficoltà, non riesce a raccogliere l’eredità di Platini come leader tecnico del gruppo e, nel giugno 1989, è costretto a gettare la spugna, emigrando in Spagna, al Barcellona, allenato dal mito Johan Cruyff.

Barca, Real, Ajax

In Catalogna, a suo agio nel nuovo ruolo di trequartista, riprende a mietere successi, tra cui ben quattro campionati spagnoli di fila, più una Coppa dei Campioni e una Supercoppa Europea. Il Barca è un autentico Dream Team, Cruyff un visionario profeta della panchina e Laudrup uno dei suoi pretoriani più fedeli. La sua avventura a Barcellona si interrompe bruscamente nel 1994, all’indomani della finale di Champion’s League persa contro il Milan, quando il danese, in rotta con l’ambiente, accetta la corte degli eterni rivali del Real e si trasferisce a Madrid per vincere un altro scudetto. E’ ormai a fine carriera e sceglie di vivere una nuova esperienza in Giappone, nelle fila del Vissel Köbe, prima di tornare in Europa per disputare l’ultima stagione in Olanda con la prestigiosa maglia dell’Ajax.

Chiamata alle armi

Il nostro è un punto fermo della sua nazionale sin dal 1982, disputa (con eccellenti risultati) sia gli Europei del 1984 che i Mondiali del 1986 mentre, ai successivi Europei del 1988, sconta il generale calo di forma della sua squadra che culmina nell’eliminazione nelle qualificazioni ai Mondiali del 1990. Alla guida della Danimarca viene chiamato, a questo punto, Richard Mǿller Nielsen, ruvido allenatore maniaco della tattica. Fatale che l’estro di Michael, giocatore che punta tutto sulla tecnica, soffra oltremisura i rigidi dettami del ct che, dal canto suo, non fa nulla per nascondere l’insofferenza che prova nei confronti suoi e di suo fratello Brian. La goccia che fa traboccare il vaso è una clamorosa sostituzione dei due Laudrup durante una gara contro L’Irlanda. Neanche una pesante doccia fredda riesce a calmare un furibondo Michael che giura, assieme al fratello, di non rispondere mai più a una convocazione della sua nazionale finchè ci sarà Mǿller Nielsen in panchina. I suoi compagni, privi del suo apporto, falliscono anche la qualificazione agli Europei del 1992 in Svezia, arrivando secondi nel girone alle spalle della Jugoslavia che dovrebbe, quindi, disputare la competizione dopo averla guadagnata sul campo. Ma la Storia decide altrimenti. Gli esasperati nazionalismi dei Balcani hanno provocato una feroce guerra etnica, un intero paese viene spazzato via dalla carta geografica, l’ONU cancella tutte le nazionali slave dalle competizioni sportive internazionali. La Danimarca, seconda classificata, viene ripescata all’ultimo momento per partecipare, a dieci giorni dall’inizio del torneo. Nielsen deve formare una squadra con pochissimo tempo a disposizione, convocando atleti svogliati e fuori forma. Non può fare altro che chiedere ai fratelli Laudrup di tornare a far parte del gruppo. Brian acconsente, Michael no. Non riesce a passare sopra all’affronto fattogli, si fa condizionare dal suo orgoglio ferito e rifiuta la chiamata alle armi. Non vuole partecipare ad una impresa che gli appare disperata, preferisce restarsene in esilio.

Alla finestra

E’ irremovibile, nemmeno l’accorato appello di Brian riesce a farlo tornare sui suoi passi. La Danimarca andrà in Svezia senza di lui. E per tentare l’impossibile: nel girone gli avversari sono i padroni di casa, l’Inghilterra e la Francia. Tuttavia suo fratello, nuovo leader in pectore del gruppo, il  granitico portiere Schmeichel e il centrocampista Vilfort si assumono la responsabilità che sarebbe toccata a lui, guidare la squadra fino alla fine, accada quel che accada. E avviene l’impensabile: pareggio con l’Inghilterra, sconfitta di misura contro la Svezia e vittoria contro l’avversario più difficile, la Francia. I danesi sono in semifinale contro l’Olanda di Van Basten e Gullit, l’incontro finisce ai calci di rigore e proprio l’errore dal dischetto del centravanti orange spalanca ai danesi le porte della finalissima contro la Germania. Il sogno di tutta una nazione è destinato ad infrangersi contro il muro teutonico? No, la partita viene giocata a viso aperto, gli avversari non riescono ad arginare l’entusiastico orgoglio dei danesi che, alla fine, portano a casa il trofeo con una secca vittoria per 2 a 0. A Michael Laudrup, elegante cavaliere dei campi verdi, rimane solo l’amara consapevolezza del fatto che il suo eterno limite, l’amletica, maledetta indecisione, gli ha impedito di partecipare alla più grande impresa sportiva del suo paese.

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