ANGOLO DEL TIFOSO JUVE – Iena ridens

Focus On Juventus
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Negli episodi precedenti di “Juve in Champions” (facciamo che vi risparmio gli episodi dal 1996 in poi e ci limitiamo all’ultimo che la mia memoria, povera di vittorie europee, ricordi): agosto, canicola pesante, un rigore di Depay dell’Olympique Lione che fa scopa con il goal dell’andata di Tousart e sbatte fuori la Juve dalla Champions League, con buona pace della doppietta di Cristiano Ronaldo. Chi ci lascia le penne è Maurizio Sarri. Ed è successo solo due mesi fa. Sembra passato un secolo.

Qualche giorno fa, Andrea Agnelli ha fatto riferimento ai passi falsi che la neonata Juve di Pirlo potrebbe fare. Uno lo ha già fatto a Crotone, ma per quello europeo i più dovranno aspettare, con loro massimo dolore. A qualcuno sarà andata la cena di traverso, ne sono certa.

Mister Pirlo si presenta nel gelo di Kiev al cospetto dell’uomo che per primo lo lanciò nel calcio che conta, Mircea Lucescu. Lo fa con l’umiltà di chi quei campi li ha calpestati da giocatore, assaggiandone la sorte buona e quella cattiva.

Lo fa lasciando ancora in panchina Paulo Dybala e dando spazio a Kulusevski e Morata davanti. Ramsey immediatamente dietro, sostenuto da Chiesa e Cuadrado sugli esterni, e Bentancur e Rabiot centrali. Davanti a Szczesny, terzetto composto da Danilo, Bonucci e Chiellini.

La partita del povero capitano dura solo venti minuti, quanto basta però per metterci la capoccia e dare quasi l’illusione del primo goal alla compagine bianconera. La fascia sul braccio passa a Leo Bonucci, e il difensore livornese viene presto sostituito da Merih Demiral, ormai tornato in piene forze.

Dicevamo. Non spaventati, ma forse inibiti. Fosse stata questa la reazione della squadra a questa prima notte europea, non avrei avuto nemmeno nulla da recriminare. Ma così non è, per la gioia della sottoscritta e per il disagio di chi ha ironicamente sottolineato la prestazione della squadra della scorsa settimana.

La Juve pressa, propone, prima con Chiellini, poi con un tacco di Kulusevski su assist di Ramsey, per un’azione a dir poco deliziosa, a cui è mancata solo la ciliegina del pallone in porta. Temo che siamo rimasti tutti un po’ così, a mezz’aria sul divano, una torta piena di panna in vetrina per cui tocca ancora aspettare il proprio turno.

Ma non tarda ad arrivare. Semmai aveste visto un tizio sbattersi avanti e indietro in campo, beh, era Federico Chiesa. Che pure ha rischiato di mettere il suo nome sulla partita, ma che ha deciso di decorare la sua prima uscita in Champions avviando l’azione che porta al primo goal bianconero, a firma Alvaro Morata, assassino davanti alla porta su un pallone che arrivava da Kulusevski, e mal trattenuto da Buschan.

Questo ragazzo quando veste bianconero si trasforma. Anche in nero e arancione, come stasera. Ma del resto, cosa deve fare un attaccante se non farsi trovare in area di rigore pronto a prendersi tutto l’oro colato dalle azioni dei compagni?

E uno non gli basta nemmeno. A dieci minuti dalla fine, il solito Cuadrado, mio personale man of the match come spesso accade, piazza un cross chirurgico per la testa del madrileno, che non perde l’attimo per siglare la doppietta personale, e la chiusura della cassaforte di questa prima serata europea della Juventus targata Andrea Pirlo.

Diremmo insomma che ci si sta a preoccupare più delle parole che dei fatti. Un chirurgico vivisezionamento dei termini, ma anche degli atteggiamenti di ogni tesserato della Juventus. Come un trofeo di caccia, un “ve l’avevo detto io”, che sfortunatamente proviene non solo da chi per questa stagione può solo ascoltare l’inno della Champions League, ma anche e soprattutto da chi dovrebbe sostenerli, questi colori.

Poi però è arrivato Morata. Uno che alla Juve ha fatto vedere le scene migliori del suo repertorio cinematografico, e che alla Juve ha messo le basi per la sua carriera. Il fatto è che quando qualcuno arriva qui e si conquista l’amore di questa tifoseria spesso così incontentabile da risultare fastidiosa, difficilmente lo dimentica. Lo sapeva Higuain, lo sa Morata, e altrettanto sa Paulo Dybala.

Che mezz’ora stasera l’ha fatta, che ha battezzato in Europa la sua nuova stagione in maglia bianconera con quel dieci sulle spalle. “Dybala è arrabbiato”, “Morata non ci serve”, “Volevate Suarez, eh?”, “Ma chi diamine è Andrea Pirlo”.

La risposta a tutto, come al solito, la dà il campo. L’importante è che il resto del mondo continui pure a ridere di questa squadra, di questo allenatore e di questi risultati.

Continuino pure a ridere, a percepire debolezza. La stessa che devono aver percepito negli ultimi nove anni.

“L’amore rende soli ma è ben più doloroso
Se per nemici e amici non sei più pericoloso.”

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