ANGOLO DEL TIFOSO JUVE – Ci vorrebbe un amico

Focus On SERIE A
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Perdermi una partita della Juventus rientra nel novero delle situazioni che più mi stanno scomode. Purtroppo o per fortuna, chi mi conosce sa che se arriva concessione all’uscita da parte della sottoscritta durante un match della Vecchia, l’amicizia è concreta e consistente. La controparte sarà altrettanto consapevole di doversi accontentare di movimenti della testa e gesticolamenti per la durata della partita, e che è impossibile portarmi su un ragionamento complesso almeno fino alla tranquillità di un tre a zero, dove i neuroni si rilassano e comincio a concentrare la mia attenzione sulla frittura di calamari piuttosto su come sta giocando Rabiot.

Juve-Atalanta è una di quelle partite che non mi sarei persa per nulla al mondo. Gasperini arriva avvelenato all’Allianz Stadium, il suo staff pure, stando agli ultimi girati cinematografici che popolano i social. Seppur a un numero di punti di distanza pari ai calamari presenti nel mio cuoppo, nessuna tifoseria dimentica di farci i suoi sentiti auguri per il match; auguri che noi prendiamo ormai con molta sportività e intelligenza. Esattamente quella che manca, nell’anno Domini 2020, a chi ancora oggi si sente superiore rispetto a chi popola lo Stivale al di sotto del Po. Talmente vintage da non riuscire nemmeno ad indignarmi.

Insomma, Mister Sarri si presenta alla Dea con i ritrovati De Ligt e Dybala, mentre cerco di dare un senso ai discorsi che cominciano a popolare il mio tavolo, e alle bruschette con il salmone affumicato. Mi servirebbe almeno un altro paio di occhi per rendermi conto della situazione di disagio che vive la mia squadra dopo i primi cinque minuti di gioco, dove dopo un finto interesse a fare la partita degli uomini di Sarri, tutto torna regolare come nelle ultime giornate della Dea. Basta un quarto d’ora a Zapata per superare in scioltezza Bentancur e mettere il primo pallone alle spalle di Szczesny, il quale gode del mio affetto, nonostante ultimamente sia morbido come la composta di patate viola che accompagna i gamberi in tempura. 

Non faccio in tempo a rendermi conto della confusione che regna nella mente dei miei uomini che tocca già scegliere il primo. Chi mi conosce lo sa: non c’è caviale che tenga davanti alla pizza. Le variazioni nelle mie decisioni culinarie sono rare come i rigori non trasformati da Cristiano Ronaldo. E infatti, il mani di De Roon non fa eccezione: Cristiano da Madeira gela Gollini portando il match in parità. Respiro, mi scrollo di dosso gli sfottò che il mio subconscio stava già subendo e assaporo finalmente il mio calice di Falanghina. 

Che stress. Chi è con me sa che da un momento all’altro potrei far girare verso di me tutti i commensali. Per stasera pare difficile imbarazzare qualcuno: basti pensare che tra i migliori in campo figura Rabiot. Il goal di Cristiano non lascia respiro solo a me, ma anche alla squadra: ed è proprio il portoghese a liberare il sinistro in due occasioni, trovando davanti a sé un Gollini molto in forma. 

È l’ottantesimo quando capisco che è il momento di chiedere la seconda bottiglia: Malinovsky condanna la Juve a lasciare quel punto di lacrime e sangue per strada, e io comincio a non avere più così fame. 

A tre minuti dal termine, arriva la mia pizza. Ma soprattutto, arriva la smanacciata in area di Muriel, seguita a ruota dall’ennesimo successo dal dischetto del solito Ronaldo. 

I tre minuti più lunghi della mia vita. I novanta più fastidiosi, anche. Perché l’Atalanta non è solo corsa, è strapotenza fisica e gioco. E noi siamo stanchi, malleabili, confusi. Ci salvano le mani in area? Sì, esattamente come avrebbero potuto salvare altri nelle dieci volte precedenti in cui ci sono stati assegnati dei rigori contro. Le nuove regole sono atrocemente applicate? Altrettanto sì, ma lasciate che l’atrocità condanni i vostri pensieri non solo quando si tratta di Juventus. Siate flessibili, come lo sono i miei amici con me. Mi accontento di questo punto in extremis che ci porta ad otto lunghezze dalla Lazio inseguitrice: i miei amici si accontentano di recuperare la mia attenzione dalle ventitré e trenta in poi. Che poi alla fine, come da otto anni a questa parte, vi offriamo anche il limoncello. 

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