CALCIO E STORIA – Il giorno della gatta nera

Focus On
Condividi
Tempo di lettura: 4 minuti

Non parleremo di un personaggio dei fumetti della Marvel della saga dell’uomo ragno, ma di circostanze legate alla scaramanzia nel​ calcio​ e innanzitutto di quello che sembra verificarsi in una giornata particolare: il 24 giugno.

Prima di addentrarci nell’aspetto “calcistico”, però, occorre​ fare una premessa di natura storico-religiosa.

Nella tradizione cristiana, il 24 giugno si festeggia san Giovanni battista, il santo che inventò il battesimo, il sacramento che libera dal male e dal peccato.

I primi cristiani, nello scegliere le date dei santi e delle festività più importanti, sceglievano i giorni e le ricorrenze dei pagani, col fine di soppiantare tali riti e indurre il popolo non ancora convertito ad abbracciare la religione cristiana: basti pensare a San Valentino con i baccanali o alla festa dell’Assunzione con le feriae Augusti.

Talvolta però è accaduto il contrario.

Proprio il 24 giugno, infatti, subito a ridosso del solstizio d’estate, secondo la tradizione popolare pagana, le streghe uscivano di notte per raccogliere le erbe per le loro pozioni magiche e, per non farsi riconoscere, assumevano le sembianze di un gatto nero.

Durante il medioevo,​ in tale notte, assecondando il credo popolare, alcuni davano la caccia ai gatti neri, dal momento che si pensava fossero​ streghe “felino camuffate”, contribuendo​ a conferire​ al 24 giugno un significato esoterico e superstizioso, che in realtà nessuno, neanche la stessa chiesa, voleva.

Come spesso accade, però, quando gli avvenimenti nefasti si verificano, la credenza si mescola alla realtà e comincia a farsi spazio nella mente umana il dubbio che gli eventi accadano per un motivo “ misterioso” ma reale.

Anche il calcio non è esente da contaminazioni scaramantiche.

​In fondo, la cabala si basa su numeri e i numeri (a parte forse per gli Juventini, si scherza eh!) sono il sale, l’essenza di tutti gli addetti e appassionati di calcio e spesso​ ne indirizzano finanche​ i comportamenti.

Vediamo un po’​ il 24 giugno che cosa ha “arrecato” al nostro calcio.

Dobbiamo ritornare all’anno del Signore 1978, ai Mondiali in Argentina.

La Nazionale italiana, secondo alcuni la più bella di sempre a livello di gioco, dopo essere stata eliminata dall’Olanda, fu sconfitta dal Brasile per 2-1 nella finale per il terzo posto il 24 giugno.

Sempre il 24 giugno, nel 2010, l’Italia campione in carica, durante i Mondiali in Sud Africa, venne sconfitta tra la sorpresa generale per 3-2 dalla Slovacchia e fu eliminata.

Nel 2014, la nazionale italiana​ fu battuta dall Uruguay dell’ “aspirante vampiro” Suarez che rifilò un morso sulla spalla di Chiellini, prosciugando tutte le speranze della nostra formazione ormai già ridotta in dieci per l’espulsione di Marchisio.

La partita finì uno a zero per gli uruguagi e indovinate un po’ in che giorno fu giocata? Proprio così, ancora una volta il 24 giugno.

Ora fino alla prossima controprova, ognuno sarà libero naturalmente di crederci oppure no, però i personaggi del calcio che hanno cercato​ di fuggire un possibile “giorno della gatta nera“, non necessariamente il 24 giugno, con riti scaramantici ed altro, sono innumerevoli.

Proviamo ad elencarne alcuni.

Romeo Anconetani, il mitico presidente del Pisa, era solito buttare del sale sul campo prima delle partite casalinghe; Trapattoni si affidava alla bottiglietta con l’acqua santa (con Moreno ci fu poco da fare ma, come dicono a Napoli, l’acqua benedetta con gli scemi non serve); Blanc, giocatore della Francia, prima del fischio d’inizio baciava la testa pelata del portiere Barthez; Zeman si faceva passare un pacchetto di caramelle da un suo conoscente attraverso la vetrata della tribuna prima di ogni incontro allo Zaccheria di Foggia; l’allenatore Renzo Ulivieri andava sempre col cappotto in pachina, anche con trenta gradi; Spinelli del Livorno utilizzava (e lo fa tuttora) la più versatile celata di colore giallo; Pesaola, prima di ogni partita, ascoltava il suo disco preferito, di Peppino Gagliardi; Pirlo e Rumenigge mangiavano dei biscotti; Bobby Moore doveva essere l’ultimo ad indossare i pantaloncini, restando in mutande fino alla fine; Mutu invece le mutande se le metteva, ma al contrario.

Molti presidenti​ non fanno cambiare il colore della divisa da gioco nel caso di un filotto vincente di partite.

Altri, fino a pochi anni fa, per essere sicuri della promozione, hanno pensato di ingaggiare il famoso “Cobra“, un personaggio che ha girovagato per i campi di mezza Italia, facendo vincere diversi campionati alle squadre che lo adottavano come mascotte portafortuna.

Insomma , chi più ne ha più ne metta.

In fondo anche Oronzo Canà, per salvare la Longobarda, ricorse ai suoi riti per “neutralizzare” il buon​ Crisantemi.

Anche noi tifosi facciamo lo stesso, dai… su, ammettiamolo.

Chi di noi non cambia assolutamente posto​ (neanche se ce lo chiedessero Belen Rodriguez o Scarlett Johansson)​ sul divano o allo stadio, se la propria squadra sta vincendo?

Viceversa, quanti di noi si sono scambiati di seggiolino allo stadio per cercare di cambiare le sorti della partita e spezzare il continuum spazio temporale tanto caro a “Doc” di Ritorno al futuro?

Chissà quanti di noi non cambiano Tv prima di una partita importante oppure fanno sempre le stesse cose, soprattutto quando la nazionale italiana supera il​ turno degli ottavi di un mondiale?

In fondo, la differenza tra una vittoria e una sconfitta a volte è una questione di centimetri, con o senza Var, e bisogna accalappiare in tutti modi la fortuna.

Quindi, anche se è il 24 giugno e stiamo guardando una partita, non facciamo gli ipocriti e soprattutto non prendiamocela con i poveri gatti neri poichè, come diceva sempre il mio professore del liceo, per fare bene una versione di greco ci vuole innanzitutto cul….tura.

Print Friendly, PDF & Email