EDITORIALE – Serie A, è tutto pronto?

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È tutto pronto.

L’erbetta tagliata a dovere, le linee di un bianco neve ridisegnate su di un tappeto verde speranza.

I palloni preparati a bordo campo perché mancano i raccattapalle, la sala VAR allestita (e sanificata) per il funzionamento.

È tutto pronto.

O almeno è quello che continuiamo e continuano a ripeterci nelle più banali opere di convincimento.

“Si sta come d’estate sul volto le mascherine” direbbe l’Ungaretti dei giorni nostri.

Quelle stesse mascherine che sono fondamentali per l’incolumità dei calciatori che siedono – per di più distanziati – in panchina, ma che tutto d’un tratto diventano inutili per chi in campo si trova a dover sopportare il fiato sul collo del proprio avversario.

Ma è tutto pronto, ci siamo.

O almeno è quello che continuiamo e continuano a ripeterci con quel ‘logos’ che per Aristotele rappresentava il fattore più importante dell’arte della persuasione.

Centotre giorni dopo quel Sassuolo-Brescia che di fatto sancì la sospensione del campionato, la Serie A riapre i battenti. Torino-Parma l’anticipo delle 19.30, Verona-Cagliari quello delle 21.45.

È tutto pronto. Tutti pronti.

Tranne quel Giuseppe, o quella Maria, o quel Francesco che allo stadio non ci possono andare. E non perché si è decisi di ripartire escludendo il pubblico, il pezzo più importante del puzzle calcistico. Ma ‘semplicemente’ perché non ce l’hanno fatta. Il coronavirus se li è presi e se li è portati con sé.

Ma è ugualmente tutto pronto.

Ci sarà il minuto di silenzio per loro, giusto. Quasi ce ne dimenticavamo.

La Serie A riparte. Deve ripartire. Uno dei business più grandi del nostro paese non avrebbe mai potuto fermarsi definitivamente. La scuola si, cosa vuoi che sia l’istruzione. Il calcio è importante, invece. Calcio inteso come ‘industria da 5 miliardi di euro’, per carità. Mica come sport. L’educazione fisica si fa a scuola, appunto.

È tutto pronto.

C’è uno scudetto da assegnare e che Juventus e Lazio si stanno contendendo. C’è un posto in Champions che Roma e Napoli sperano ancora di raggiungere a dispetto dell’Atalanta. C’è un posto in Europa League ancora in palio. E poi ci sono le retrocessioni con ‘pacchetto paracadute’ di serie.

E poi ci sono i vari Antonio, Marco che hanno perso il proprio lavoro. Però si dai, al lavoro ci possiamo rinunciare, in un modo o nell’altro la pagnotta a casa la portiamo. La cosa importante è il calcio, come si fa senza?

Centoventiquattro partite in un mese e mezzo. Squadre che giocano ogni tre giorni. Gare spezzettate per la felicità delle pay TV e calcio tutta la settimana. Tutti contenti. Forse un po’ meno Giulia, Ciro che ce l’hanno fatta ma hanno perso un proprio caro.

Ma ci siamo, è tutto pronto.

Ma lo è davvero? Siamo pronti a ripartire? Forse sì, perché in Italia soffriamo di un Alzheimer precoce per cui tendiamo a dimenticare molto presto. Tra qualche ora, dopo l’importantissimo minuto di silenzio, staremo sdraiati sul nostro amico divano, davanti ad un televisore da 60 pollici e – alla vista di quella sfera magica che gonfia le reti di tutta Italia – il resto sarà svanito. Giuseppe, Maria, Antonio, Marco, Francesco, Giulia, Ciro spazzati via con un colpo di spugna.

Ma ormai ci siamo, è tutto pronto.

E a furia di ripeterlo, iniziamo a crederci anche noi.