CORNER CAFE’ – Ibrahimovic, un Amleto tra apoteosi e voglia di calcio

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Essere o non essere, questo è il problema; ritirarsi o continuare, ai giorni nostri. Non credo che le scelte di Amleto e di Zlatan Ibrahimovic siano poi così diverse, in fondo: entrambi devono scegliere se vivere soffrendo, o morire ribellandosi. 

Perché, di fatto, quel ribellarsi, per Ibrahimovic, significherebbe esattamente questo: morire. Morire continuando a fare quello che lo ha reso Ibra, non uno qualunque; perdersi tra i tanti del calcio che non hanno capito lo scorrere del tempo, l’inesorabile ticchettio delle lancette che, prima o poi, sarebbero arrivate alla conclusione del proprio giro.

Perché è da tempo che si parla del suo prossimo ritiro. Qualche anno, almeno. Eppure, Ibra ha sempre combattuto contro tutto e tutti, non potendo più lasciare da parte quel personaggio che ormai era diventato parte di sé; il leone incapace di lasciare il passo agli altri, che tira su da solo un’intera squadra e che riesce a reggere, unicamente, il peso delle responsabilità di tutti. Una persona incapace di buttarsi giù, di piangere o di chiedere aiuto, altra faccia della medaglia.

Zlatan Ibrahimovic è questo: niente di più, niente di meno. Ed è per questo che, oggi, i suoi pensieri fanno ancora più male. Ritirarsi o meno: accettare un pensiero del genere, per lui, significherebbe cedere alla tentazione di lasciare che siano gli altri a prendersi la scena; oppure ripugnarlo, sapendo però che difficilmente potrà confermarsi ai livelli precedenti. Perché il tempo, maledetto, passa anche per lui. E lo si nota anche a Milano, dove è tornato da re: un uomo capace di reggere da solo l’attacco di una squadra allo sbando, senza motivazioni e senza obiettivi; un uomo capace di riuscire a prendere per mano altri dieci calciatori e portarli, di solo carisma, a giocare bene ed a divertirsi. Un uomo stanco, che sbaglia dove non avrebbe mai fatto, che cede alla stanchezza che prima non avrebbe mai sopportato.

I pensieri di Ibra sono tanti, al momento. Affollano la mente, fanno insonni le notti. Un Amleto in preda al dubbio esistenziale; un leone stanco, ma incapace di lasciare il branco di cui è capo.

Ibrahimovic sceglierà, e sceglierà bene. Segnerà anche questa volta. Ma la decisione è complessa: ne va della sua vita. 

Essere, o non essere, questo è il problema: se sia più nobile nella mente soffrire colpi di fionda e dardi d’atroce fortuna o prender armi contro un mare d’affanni e, opponendosi, por loro fine?