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SENZA FRENI – Il vero Top Player: la plusvalenza
Il 1984 è considerato ‘l’anno dei campioni’ perché ha visto nascere tanti piccoli pargoli che hanno poi fatto la storia del calcio Mondiale: Handanovic, Thiago Silva, Iniesta, Tevez, Robben, solo per citarne alcuni.
Fortuna, o sfortuna, – sono punti di vista – ha voluto che quello fosse anche il mio anno. Ad appena sei anni, mia prima volta allo stadio: avevo già capito che il calcio sarebbe stata la mia più grande passione. Conosco il calcio degli anni Ottanta grazie ai racconti di mio padre, ho imparato a conoscere quello degli anni Novanta sulla mia pelle, fino ad arrivare ad oggi, in cui inizio a guardare questo mondo con gli occhi e non più con il cuore.
‘SE STESSI CON UN VESTITO BIANCO A UN MATRIMONIO E ARRIVASSE UN PALLONE INFANGATO, LO STOPPEREI DI PETTO SENZA PENSARCI’
Il calcio da sempre è sinonimo di passione, divertimento, emozione. I giovani si affacciano al mondo del calcio con il sogno, un giorno, di poter giocare in grandi palcoscenici.
Un tempo si faceva la famosa trafila, si partiva dai pulcini fino ad arrivare alla squadra primavera, il penultimo step prima di poterti allenare, e giocare, con quei campioni che vedevi solo in televisione, o al massimo da lontano, ai campi d’allenamento.
Le stesse società seguivano con interesse la crescita di quei giocatori, con la speranza un giorno di poterli portare in prima squadra e ‘vantarsi’ del grande settore giovanile composto da giovani cresciuti in casa e diventati star del calcio mondiale, che a volte iniziavano e finivano la loro carriera proprio nel club che li aveva scoperti.
‘E’ PROPRIO QUANDO CREDETE DI CONOSCERE QUALCOSA CHE DOVETE GUARDARLA DA UN’ALTRA PROSPETTIVA’
I tempi cambiano, le idee, i pensieri, tutto evolve. Anche nel calcio. E spesso lo fa proprio quando pensi di conoscere tutto, ormai, dello sport che tanto ami.
Nel 1996 l’introduzione dello scopo di lucro, per effetto della legge n° 586, sancisce la definitiva evoluzione delle società calcistiche in aziende a tutto tondo.
E’ in quel preciso istante che tutto cambia, anche se le conseguenze di questo cambiamento le stiamo notando in particolare negli ultimi anni. Le aziende, per sopravvivere, devono produrre degli utili, e spesso si ricorre a metodi poco ortodossi, ma pur sempre legali, per cercare di ottenerli. E anche se il Governo del calcio finge di imporre regole severe, le società le dribblano con operazioni elementari, come la plusvalenza.
Secondo il giurista francese Simone Veil, “tutti quelli che scrivono per mentire dovrebbero essere processati” . A volte però anche il dire la verità può portarti ad essere processato. Il problema è sempre il medesimo: saper essere un bravo trapezista in equilibrio sulla fune.
Ma il rischio in questo mestiere c’è e non bisogna aver paura di parlare SENZA FRENI.
− IN QUESTO MONDO CONTA SOLO IL PROFITTO?
− MA NO! C’E’ ANCHE IL LUCRO!
Come detto in precedenza, le società di calcio sono a tutti gli effetti delle aziende e come tali hanno dei bilanci da rispettare. Il ‘metodo’ più usato per far quadrare i conti sono le famose plusvalenze. Nient’altro che la differenza tra prezzo di acquisto e prezzo di vendita.
In ambito calcistico, poniamo l’esempio di un giocatore pagato dieci milioni di euro e ceduto alla terza stagione per sette milioni: in questo caso il valore residuo sarà pari a quattro milioni di euro e garantirà una plusvalenza, a seconda del tipo di ammortamento che quel club utilizza.
E fin qui tutto normale, ma c’è un momento in cui la normalità vacilla ed il confine con la ‘presa per i fondelli’ è labile.
Per par condicio prendiamo più esempi e partiamo, dallo scambio Pjanic – Arthur tra Juventus ed il Barcellona, fatto più per quadrare i conti che per esigenze di campo. Valutazioni date ai due calciatori molto alte per turare (e legalmente) falle negli esercizi di bilancio dei due club.
Altro esempio fresco di notizia è il passaggio di Muratore, giocatore della Juventus, all’Atalanta, per sette milioni di euro.
Venerdì sera Sarri gli regala il debutto in Serie A: numero 39 e la scritta ‘plusvalenza’ sulla maglia.
Gli esempi sono tanti ma possiamo ricordare ‘i casi’ Mandragora, Cerri e tanti altri. E cambiando club, la situazione non cambia.
Prendiamo ad esempio l’Inter. Vanheusden, Emmers, Vergani, Rizzo, Gavioli e Zappa, ex giocatori della Primavera nerazzurra, venduti, l’estate scorsa, per un totale di trentasei milioni di euro. Soldi che sono serviti per rientrare dalla grana del Fair Play Finanziario.
Prezzi gonfiati, società amiche che accettano compromessi ed il gioco è fatto. E via via per tutte le squadre di calcio, tranne qualche rarissima eccezione.
L’inganno della Plusvalenza meriterebbe un libro a sé, ma non sono certo un economista e non sarei adatto a darvi le giuste spiegazioni. Mi reputo semplicemente un libero pensatore. E ora che il calcio non lo guardo con il cuore, ma semplicemente con gli occhi, mi rendo conto che il pallone, quello vero, quello fatto di emozioni e di sogni, forse non esiste più.
E’ il momento del calcio dei numeri e dei bilanci da mettere apposto. Siamo dinanzi ad uno sport malato, usurato e imbastardito. Un mondo in perenne rosso dove il vero vincitore è il Dio denaro.
Esisteva una volta il giovane da crescere, coccolare, portare in prima squadra e da far diventare una bandiera.
Ora quei giovani sono semplici ‘giocattoli’ nelle mani dei club ed il vero Top Player da crescere in casa si chiama PLUSVALENZA!
Ma in fin dei conti potrebbe esser peggio: potrebbe… piovere!
