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Per Beccalossi l’affetto cancella l’errore
Per Beccalossi l’affetto cancella l’errore
Il mondo del calcio non è mai stato molto tenero con chi sbaglia. Specie se in una partita decisiva. Più di un atleta ha visto andare una carriera a ramengo per una svista in un match di cartello. Nell’ambiente ancora ci si ricorda dell’urticante soprannome di stampo Manzoniano – “Sciagurato Egidio” – con cui il sulfureo Gianni Brera consegnò all’eternità gli errori sottoporta del centravanti milanista Calloni, giocando sul suo nome di battesimo.
E che dire della crudele sorte toccata a Marco Pacione, promettente attaccante poco più che ventenne, che si vide negare il futuro a causa di una sola partita, un incontro di Coppa dei Campioni contro il Barcellona, in cui fu capace di fallire alcuni gol già fatti? Per non parlare di quanto è capitato ad un campione amatissimo come Roberto Baggio, al quale l’enorme popolarità non è bastata per metterlo al riparo da tutte le recriminazioni seguite al suo penalty mandato alle stelle nella lotteria finale dei rigori di USA 1994.
Solo in un caso è successo che il pubblico abbia perdonato ad un calciatore una clamorosa defaillance. Per Beccalossi l’affetto ha cancellato l’errore.
L’uomo dei paradossi
Certo, quella volta Evaristo Beccalossi, trequartista mancino dell’Inter, ce l’ha messa davvero tutta per alienarsi le simpatie del suo pubblico. Ma rientra nelle caratteristiche comportamentali di un “atleta” (lui stesso avrebbe sorriso nel sentirsi definire cosi data la sua congenita e conclamata pigrizia) per cui la normalità è l’essere diverso da tutti gli altri.
Il numero dieci di origine bresciana è stato l’uomo dei paradossi: un sinistro capace di far cantare il pallone che lo rendeva l’idolo indiscusso della sua curva abbinato ad una cronica indolenza che faceva imbestialire i compagni di squadra. I quali, tuttavia, sopportavano con stoica rassegnazione i suoi chiari di luna perché sapevano che, nel momento in cui gli fosse venuta l’ispirazione giusta, una sua giocata da fuoriclasse gli avrebbe risolto la partita.
E tutte le sue mancanze precedenti sarebbero finite nel dimenticatoio, annullate all’istante da un colpo di genio. E’ cosi che andava a finire: per Beccalossi l’affetto ha cancellato l’errore.
Due rigori
Ma parlavamo di una serata in particolare, quella del 15 Settembre 1982, quando allo Stadio “Meazza” di Milano si gioca la partita di Coppa delle Coppe, Inter contro Slovan Bratislava. Sono passati poco più di due mesi dal trionfo italiano nel Mondiale di Spagna.
Il numero dieci interista avrebbe meritato, per mezzi tecnici e rendimento, di far parte della spedizione azzurra capitanata dal C. t. Enzo Bearzot. Ma quest’ultimo, friulano di scorza e testa dura, non è disposto, come gli allenatori della Pinetina, a sopportare le infinite pause che si concede lo svogliato Evaristo.
Cosi lo ha lasciato a casa, anche a dispetto degli insulti rabbiosi che gli ha affibbiato una sua appassionata tifosa, peraltro replicati a mezzo di un sonoro ceffone. Italia Campione del Mondo, dunque, pur facendo a meno di lui.
E la sua dose di sfortuna non si era ancora esaurita, pur ripresentandosi nelle inconsuete vesti di ben due rigori fischiati dall’arbitro nel giro di otto minuti. Sembrerebbe una manna dal cielo, trattandosi di lui si tramuta, invece, in una semi tragedia sportiva. Ma per Beccalossi l’affetto ha cancellato l’errore.
Elegia del perdente
Quella sera, allo stadio, c’è un giovane tifoso che, dieci anni più tardi, divenuto un comico di successo, immortala quanto avvenuto in campo in un esilarante monologo intitolato, significativamente, “Lode ad Evaristo Beccalossi”.
Paolo Rossi (omonimo del cannoniere di Spagna 82), sfegatato ultra interista e ammiratore devoto del nostro, consacra per sempre le sue gesta nell’immaginario collettivo a modo suo. Costruisce, nelle sue parole, un ponte invisibile tra il mondo del calcio e quello del jazz. Per lui il talento rapsodico del trequartista mancino è simile alle spiazzanti improvvisazioni del musicista Charlie Parker. E, nonostante tutto, il calciatore è da elogiare.
Che importa se, presentatosi per ben due volte sul dischetto del rigore, fallisce entrambi i tentativi? E’ pur sempre un uomo, anche se un po’ sfigato. E, in ogni caso, la sorte avversa non lo rende, agli occhi dei suoi tifosi, un bersaglio su cui infierire ma un idolo da amare. E chi se ne frega se non è riuscito nel suo intento. Per Beccalossi l’affetto ha cancellato l’errore.
(Foto: DepositPhotos)
