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NUMERO 14 – L’uomo dietro al campione

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“Senza nascondere mai l’uomo dietro al campione”. E’ bene partire da qui, da questi versi della canzone in sottofondo alla scena finale de “Il Divin Codino”, la pellicola sulla vita di Roberto Baggio, per parlare della sua autobiografia.

“Una porta nel cielo”, pubblicato per la prima volta nel 2002, alla vigilia dei Mondiali in Corea e Giappone, e ristampato adesso in occasione dell’uscita del film Netflix (recensito in “Roby, grazie di tutto”) è, appunto, il ritratto di un ragazzo costretto a crescere molto in fretta: la valutazione data al talento comporta una rapida evoluzione del bagaglio tecnico, la consapevolezza delle difficoltà della risalita dopo un tremendo infortunio impone una maturazione caratteriale ben superiore agli anni registrati all’anagrafe.

Non è facile per un diciottenne aspirante calciatore convivere con un ginocchio che è diventato “il tuo peggior nemico”, una bomba ad orologeria sempre sul punto di esplodere, le fitte come scricchiolii di un mobile ormai roso dalle tarme.

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A maggior ragione se la squadra che ti ha ingaggiato ha confermato l’impegno preso anche dopo l’infortunio e ti ha voluto in rosa anche con le stampelle.

Il problema è che se la Fiorentina crede fermamente in Baggio è lui stesso che, dopo due anni passati tra ospedale e fisioterapia, non crede più al recupero.

Troppi sguardi scettici, troppe parole sussurrate sottovoce. L’unica certezza è il dolore che non lo abbandona mai e lo costringe all’isolamento, borsa del ghiaccio sempre sul ginocchio, sguardo cupo e tante interrogativi sul suo futuro.

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Eppure, Firenze ha degli occhi benevoli per lui (come detto in “Un ragazzo una città”) e, a volte, basta un nulla per cambiare le prospettive: una passeggiata in centro, la solita visita al negozio di dischi, due parole scambiate con il gestore e la scoperta di qualcosa che, forse, può aiutare nella battaglia quotidiana con se stesso.

Le schiette parole di Maurizio e l’affascinante idea di riscoprire energie nascoste dentro il suo animo ferito sono l’anticamera dell’avvicinarsi di Roberto al buddhismo, un percorso che gli cambierà la vita.

Un sentiero lungo ed accidentato: un ragazzo proveniente da una famiglia cattolica che, in un momento cosi difficile, abbraccia senza riserve un credo cosi lontano dalle sue origini farebbe pensare a un condizionamento da parte di una setta di fanatici.

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Almeno è quello che pensa anche Andreina, la ragazza a suo fianco da sempre, confusa e spaventata da questa inattesa svolta: forse a Roberto non basta neanche più il suo affetto per risalire la china? Ha bisogno di aggrapparsi a questa nuova fede per ritrovare la voglia di tornare a lottare?

Spesso l’istinto vale più della ragione: Andreina supera le sue paure, osserva, ascolta e alla fine trova il coraggio di avvicinarsi anche in questo al suo uomo, non ha timore di inginocchiarsi a suo fianco e pregare.

Gli affetti più cari sono sempre stati il punto d’appoggio fondamentale per Baggio, ha costruito presto una famiglia e l’ha sempre difesa tenacemente dagli effetti negativi della sua popolarità, la fama non ha mai divorato la serenità della sua casa.

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E’ sempre stato un ragazzo semplice, attaccato tenacemente ai suoi valori e ai suoi affetti. Ha imparato ad amare la caccia stando vicino a suo padre e ha scoperto un mondo: l’amore per la natura e il rispetto per gli animali, mai semplici prede da collezionare, hanno accompagnato la sua crescita.

Quante volte ci hanno provato a costruirgli addosso la fama di divo eccentrico. Baggio è quello che sfascia gli spogliatoi, che litiga con gli allenatori, che gioca dieci partite all’anno, che si atteggia a santone.

Sull’argomento è categorico: non ha scritto questo libro per prendersi rivincite. Non è in cerca di vendette contro chi ha cercato di fargli terra bruciata attorno.

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Eppure ce ne sono stati e i nomi sono noti. Sacchi, Lippi, Capello, Ulivieri.

Per nessuno di loro Baggio ha parole di rancore. Puntualizzazioni, note sparse, anche qualche frecciata, ma basta cosi. Non serve alzare i toni per moltiplicare la tiratura.

Basta ricordare i fatti: c’è il ruvido pragmatismo di Sacchi, il giorno prima ti dice che per sei fondamentale e poi, alle prime difficoltà, ti tira fuori perché in quel momento “alla squadra serve altro”, nello specifico qualcuno che corra a perdifiato contro avversari superiori di numero.

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Oppure l’ostentata arroganza di Lippi: lo accetta come un regalo da parte del suo munifico presidente, cerca di tirarlo dalla sua parte chiedendogli di fargli i nomi di chi gli rema contro in squadra e, di fronte al suo rifiuto, lo mette in panchina per poi ripescarlo solo perché ha un disperato bisogno del suo talento per salvare la stagione.

O ancora il cinismo di Capello, sempre pronto a sostituirlo non appena l’andamento della partita lo consentiva per poi dichiarare che non aveva bisogno di lui per vincere, che la sua fama era dovuta soprattutto alla buona stampa di cui godeva.

Infine Ulivieri: manie da primadonna e ostilità dichiarata per il personaggio, accentuata al punto da fargli sottovalutare di parecchio il suo apporto alla squadra.

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Scontri, ripicche, attacchi a mezzo stampa ed esclusioni clamorose. L’allenatore felsineo non si fa mancare nulla nell’unico anno di permanenza del nostro sotto le Due Torri ma questo non scalfisce per nulla la ferrea determinazione di Baggio. La conclusione? Record di gol in campionato e maglia azzurra conquistata a furor di popolo per il suo terzo mondiale.

Resta spazio per raccontare l’ultima avventura, quella del Mondiale in Giappone, la patria della sua guida spirituale, Daisaku Ikeda.

Roberto è senza squadra, sembra che alla fine ce l’abbiano fatta ad escluderlo dal circuito del calcio che conta. O forse no. L’orgoglio e la forza di volontà lo spingono ancora oltre ogni confine: si allena da solo, riceve la chiamata del Brescia, l’allenatore Mazzone ne fa subito il perno della squadra e le sue prestazioni legittimano in pieno la sua voglia di vestirsi per l’ultima volta di azzurro.

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Ancora una volta un tecnico si mette di mezzo e frantuma il suo sogno: Trapattoni reputa ingombrante la sua presenza per il gruppo e lo esclude dalla lista dei convocati, adducendo come pretesto le sue precarie condizioni fisiche.

La delusione è tremenda. Pur di partecipare al suo ultimo Mondiale ha bruciato le tappe, recuperando in tempo record da un ennesimo infortunio. Tutto per nulla.

Lo scetticismo del Trap lo costringerà a pubblicare una nuova versione del libro, dato che la prima si concludeva con un sognante capitolo in cui immaginava la sua partecipazione alla manifestazione, condita da gol ed assist per una vittoria che non pare essere soltanto un sogno. E di fronte agli occhi del suo Maestro.

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Invece tocca fare i conti con la dura realtà: è rimasto a casa e la spedizione azzurra in Oriente si è conclusa con un nulla di fatto.

E’ la fine di tutto? No, la sua carriera durerà ancora un altro paio di anni, per poi lasciare il posto ad una esistenza finalmente consacrata alla sua famiglia.

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