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UN CALCIO AL SUPERSANTOS – Un principe con la katana

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Sicuramente uno dei calciatori più particolari ed enigmatici degli anni 90 è stato Hidetoshi Nakata.

Pura qualità nel modo di calciare il pallone, ma anche per come conduceva la sua vita da professionista. Poche interviste, poco gossip e molto campo.

Il centrocampista giapponese arrivò in Italia con un’eredità piuttosto pesante: era o meno un bluff come Kazu Miura?

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L’attaccante arrivò in Italia come un autentico Dio del calcio nipponico. Eppure, nel periodo italiano, di Miura si ricordano solo le risate per le sue giocate, a voler essere gentili, buffe.

No. Nakata non fu assolutamente un bluff. Nei suoi anni italiani, in squadre anche importanti (Perugia, Roma, Parma, Bologna e Fiorentina), Hidetoshi si dimostrò un ottimo calciatore.

Già dall’esordio in Serie A si intuirono le potenzialità del centrocampista giapponese: doppietta contro la Juventus.

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La storia di Nakata è una storia fortemente italiana, condita dal solito spirito di sacrificio e voglia di lavorare tipicamente giapponese.

Iniziai a calciare il pallone a soli 9 anni; fu la scuola ad indirizzarmi alla mia squadra giovanile. Ero giovanissimo e avevamo un solo campo, dunque dovevamo fare a turni per giocare. Addirittura mi è capitato di dover giocare all’alba, alle 5 o alle 6 del mattino”.

In pochi anni Hidetoshi diventò qualcuno anche a scuola, essendo il gioiello calcistico delle rappresentative scolastiche.

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Primo club di Nakata fu il Bellmare Hiratsuka: quattro stagioni, condite da 84 presenze in Japan League e ben 16 reti. Ma questo primo club era certamente una squadra piuttosto piccola e, forse, proprio grazie a ciò, l’astro nascente del calcio giapponese riuscì ad imporsi piuttosto velocemente.

A 19 anni fu convocato nella nazionale olimpica e ciò rappresentò un vero e proprio record, visto che, in passato, mai un giapponese sotto i 20 anni aveva avuto l’onore e l’onere di giocare nel torneo De Coubertiniano.

Nel tempo abbiamo scoperto anche che Hidetoshi, da buon giapponese previdente, aveva già trovato una via alternativa al calcio.

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A diciotto-diciannove anni mi ritrovai di fronte il classico bivio: università o pallone. Scelsi il pallone. Avessi proseguito gli studi, avrei optato per una facoltà scientifica. Con i numeri non ho mai avuto problemi”.

Comunque, proprio in Nazionale, si iniziarono a decifrare le reali potenzialità del centrocampista nipponico. E infatti, le prime vere attenzioni nei suoi riguardi arrivarono nel 1998, quando il Giappone si qualificò per i mondiali francesi.

Tanta attenzione da far scrivere un titolo al Guerin Sportivo: «E’ nata una stella». All’interno dell’articolo una piccola azione descritta in termini entusiastici “ben tre avversari saltati agilmente da Nakata, passaggio perfetto per Yamaguchi, che conclude di poco a lato”.

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Questa solo una delle tantissime perle che Hidetoshi esibì nella Dynasty Cup, torneo in cui Nakata fu votato come il miglior calciatore.

Proprio il 1998 fu l’anno decisivo per il centrocampista. Le prime attenzioni nazionali, ma soprattutto internazionali, fecero nascere la prima opportunità europea, in concreto italiana: il Perugia di Luciano Gaucci era fortemente interessato al calciatore.

Era giunta l’ora di andare nel campionato (allora) migliore del mondo.

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La trattativa fu lunga e complessa, così come la stesura del contratto: fu addirittura necessaria una vera e propria spedizione di alcuni dirigenti perugini e un pool di avvocati per scrivere un documento che non era mai stato così cavilloso.

Nakata arrivò in Italia deciso a giocarsi al meglio le proprie possibilità.

L’allenatore del Perugia di quell’anno era Castagner, il quale, immediatamente, si accorse delle immense qualità di Hidetoshi. Tra i due nacque, tra l’altro, un grande rapporto.

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Nakata rappresentò anche un affare di business per la famiglia Gaucci e per tutta l’Umbria. Il mercato asiatico, in quegli anni, non era ancora stato sdoganato.

Insomma, questo giovane giapponese rappresentò fin da subito un vero successo.

Che la famiglia Gaucci fosse parecchio sveglia e attenta per gli affari (soprattutto quelli particolari) era cosa risaputa, ma il “fenomeno Nakata” si rivelò più grande di quello che si aspettassero.

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Il Giappone, ma anche larga parte dell’Europa, era ormai piena della otto di Hidetoshi in maglia umbra. E intanto iniziarono a fioccare le grandi giocate, come il gol al Piacenza, autentica perla.

Fu proprio grazie alle giocate di Nakata che il Perugia riuscì a salvarsi, che iniziò ad essere seguito anche da alcuni grandi club europei. Gaucci riuscì però a trattenerlo.

Nuovo anno e nuovo allenatore sulla panchina bianco-rossa: Carlo Mazzone. Romanaccio che mal si coniugava con le stravaganze tutte nipponiche del ragazzino giapponese. Dopo un inizio complicato, però, i due iniziarono a comunicare la stessa lingua, quella del calcio.

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E allora fu un’altra grande annata per il Perugia e per Hidetoshi. Ma Gaucci sapeva che era giunto il momento di lasciarlo andare.

Ecco, allora, la Roma di Sensi. Trentadue miliardi di lire, Alenichev e Blasi per assicurarsi il cartellino del giapponese e dare a Fabio Capello una squadra scudetto.

Nakata arrivò a Roma nel gennaio 2000. Ma i primi sei mesi si rivelarono più complicati del previsto, a causa di una squadra che non trovava la quadratura del cerchio e lo stesso Hidetoshi ebbe problemi ad integrarsi, dovendo occupare un ruolo non proprio a lui congeniale: il gregario dietro un certo Francesco Totti.

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Dopo quei mesi complicati, il giapponese decise che Roma non era esattamente la squadra che faceva per lui. E allora ecco le prime squadre a interessarsi al gioiello giapponese: tra le tante, soprattutto, l’Atletico Madrid.

Ma Nakata preferì, ancora una volta, l’Italia. Si trasferì a Parma per ventotto milioni di euro.

In maglia crociata poche gioie per Hidetoshi: una Coppa Italia e, nel gennaio dell’anno successivo, addirittura il prestito al Bologna.

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Non era più il Nakata di cinque anni prima, la sua luce non riuscia proprio più a risplendere; il giapponese sembrava stanco, demotivato.

In estate altro cambio casacca: la Fiorentina, fresca di serie A dopo essere ripartita dalla C2. Pochissime gare giocate in viola, praticamente mai determinante e il giapponesino alla vigilia dei Mondiali 2006 decise di tentare l’avventura in Inghilterra nei Bolton Wanderers. Anche lì tanti problemi, fisici e non solo.

Al Mondiale fu un fiasco totale, il suo e quello del Giappone. E allora giunse la storia nella storia più triste: a soli ventinove anni, Nakata decise di abbandonare il calcio professionistico, lasciando una lettera aperta, così da spiegare la sua decisione: “Sono passati più di venti anni da quando cominciai il mio viaggio chiamato calcio. Non c’è stato nessun episodio né un motivo in particolare che mi ha portato a prendere questa decisione. Semplicemente sentivo che era arrivato il momento di staccarmi da questo viaggio chiamato calcio professionistico e volevo cominciare un altro viaggio che mi porti a scoprire un nuovo mondo. Tutto qui”.

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Cominciò una nuova vita per Hidetoshi, che si lanciò alla scoperta del mondo, con continui viaggi. Ha visitato anche un campo per rifugiati ai confini con l’Iraq, il quale pare gli abbia lasciato più emozioni di un Olimpico stracolmo: “Se si viaggiasse di più ci sarebbero meno pregiudizi idioti e magari si capirebbe meglio se stessi”.

La storia di un calciatore tanto bello da vedere, quanto particolare da studiare. Un’autentica voce fuori dal coro: Hidetoshi Nakata.

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