ESCLUSIVA #LBDV – Taglialatela a ‘#ACasaConVlad’: “Il Napoli è tutto per me. E quando Zenga fu ad un passo dagli azzurri…”

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Ospite d’eccezione quest’oggi nel corso di #ACasaConVlad, appuntamento social quotidiano a cura de Le Bombe Di Vlad. Trattasi di Pino Tagliatela, in arte Batman, che ha rilasciato alcune dichiarazioni nel corso della diretta Instagram in compagnia del nostro editore Francesco Romano.

Di seguito riportiamo l’intervista completa all’ex estremo difensore, tra le altre, del Napoli:

Come stai vivendo questo momento così difficile?

Diciamo che cerco di seguire le regole. La situazione è molto brutta e quello che ci dicono va seguito alla lettera perché non possiamo fare altro. Capisco la difficoltà della gente. In questo momento ci vuole molta serietà, non si scherza con la salute delle persone e bisogna stare vicino a chi è più debole in questo momento: ai nostri nonni, ai nostri padri e a chi ha difficoltà ad arrivare a fine mese. In questo momento è necessario l’aiuto del governo, al di là di ogni retorica: c’è bisogno di concretezza. Certi problemi dovrebbe risolverli lo Stato: paghiamo regolarmente tasse e contributi. Adesso è il momento di dare una dimostrazione di forza, anche da parte di chi ci governa”.

Dopo questa doverosa premessa, parto subito con la prima domanda. Ormai sei il Batman di Napoli, hai disegnato sulle tue divise il segno distintivo del supereroe. Ma come nasce questo soprannome?

Chi ha coniato questo soprannome è Raffaele Auriemma nel corso di una radiocronaca. Era il dicembre ‘95, giocavamo contro il Milan degli imbattibili e noi ci presentavamo in uno dei primi posticipi della storia. Sull’ultima parata su Savicevic, Auriemma disse: “Pino Batman salva ancora il Napoli”. Durante l’anno continuò a chiamarmi così ed è rimasto questo il soprannome: Batman.

Eri senza dubbio l’uomo di punta di quel Napoli. 

Ero abbastanza impegnato in quegli anni. Quella era una squadra in difficoltà e abbiamo fatto il possibile per salvare il tutto. Dal ‘93 al ‘97 riuscimmo a concludere il campionato in modo dignitoso, nonostante le difficoltà societarie che incombevano. Proprio per queste, anno dopo anno la società fu costretta a fare dei sacrifici, tuttavia riuscimmo a riportare l’entusiasmo. Il problema principale fu quando Simoni andò via: firmò con l’Inter e fu un errore gravissimo, con tutto il rispetto per chi venne dopo. Aveva il rispetto di tutti ed era un grande comandante. Non riuscirono a soddisfare le sue richieste, ovvero la riconferma dell’organico e due anni di contratto. Fosse stato esclusivamente per lui, non sarebbe andato all’Inter. Fu addirittura esonerato e si sfaldò un po’ tutto l’ambiente; mantenere lo spogliatoio dopo, fu complicatissimo. Con Simoni avevamo fatto cose incredibili: era un mix tra il Napoli di Mazzarri, quello di Benitez e Sarri. C’erano calciatori molto seri, davvero importanti per l’organico e che davano l’anima: per questo i tifosi ci seguivano in massa, al punto da ricordare gli anni di Maradona. Non abbiamo avuto alcun supporto societario ed è successo quel che è successo”.

Nasci ad Ischia e, calcisticamente, nell’Ischia Calcio; come nasce l’interesse del Napoli?

Tra la fine degli anni 70’ ed inizio anni ‘80 ad Ischia si formò un settore giovanile con uno staff di ottimo livello e con molta passione. Il calcio prima aveva tutto quello che può piacere ad un ragazzo: la fortuna di giocare ovunque, dato che i campi non c’erano. Tanti ragazzi, compreso io, entrarono in squadra. All’epoca mi ispiravo a portieri come Castellini e Zoff. Quando vedevo il Giaguaro mi esaltavo in una maniera incredibile per il suo stile felino tra i pali. Unico. Quando si inizia da ragazzi, non si pensa di riuscire a fare carriera. A 12 anni giocavo con tre categorie dell’Ischia Calcio. Ricordo quando mi venne a visionare tra gli altri proprio il grande Castellini: per guardarlo, presi anche un gol. Mi osservarono, mi opzionarono e dopo un anno mi portarono nel Napoli”.

Hai fatto anche parte della rosa Napoli del primo Scudetto.

“Ebbi la fortuna di crescere con la prima squadra. Castellini mi portò con loro e mi faceva allenare sempre con la prima squadra. Il Napoli voleva che il terzo portiere fosse uno delle giovanili. Indimenticabile è il tragitto da Soccavo a Fuorigrotta con la squadra di Maradona e vedere l’entusiasmo della gente era un sogno che si avverava. All’epoca mostri sacri come Galli, Zenga, Martina potevo guardarli solo nelle figurine e sono esperienze che da ragazzino ti segnano in maniera assolutamente positiva. Zoff mi piaceva ed era fortissimo, ma a livello di stile mi piacevano Castellini e Zenga. C’è stato un periodo in cui dopo lo scudetto perso Maradona voleva Zenga a Napoli ma la trattativa sfumò. Quando seppi che Zenga era ad passo dal Napoli volevo ritornarci, dato che ero a Palermo; non ce n’erano come lui nello stile ed era bellissimo da vedere. Poi rimase Giuliani e con lui si vinse poi il secondo scudetto. Quando abbiamo vinto coppa UEFA, feci il giro di tutta Palermo per prendere in giro juventini ed interisti: un episodio che venne riportato addirittura dal Corriere”.

Dall’esterno ormai siamo abituati a vedere calciatori che sono tifosi ma che ad un certo punto mettono in prima linea la loro professionalità. Cosa ci puoi dire su questo modo di pensare?

Quando firmai il contratto con la Fiorentina, mi giurai di non giocare contro il Napoli. Sono sempre stato corretto e mi sono tirato indietro quando dovevo giocare contro gli azzurri. Questo sicuramente è stato un limite della mia carriera. Nel ‘94, nel ‘95 e nel ‘96 ebbi richieste importanti da squadre importanti, tra cui Inter e Roma, ma non me la sentii di accettare. Da ragazzo quando andavo allo stadio dicevo sempre: “Io vorrei entrare solo un minuto in questo San Paolo pieno”. Ed aver realizzato questo sogno vale una carriera intera”.

Maradona è stato il più grande di tutti, al tal punto da essere perdonato su alcune cose. 

Per noi Diego è stato tutto e ci ha consentito di vincere. Non c’è nulla da perdonargli, non ha mai fatto del male a nessuno. Ho assistito a situazioni anche particolari ma quando andava in campo, nonostante i dolori, non si risparmiava mai. Diego lo abbiamo visto sempre al 50%, quello al 100% era quello dell’Argentinos Junior e questo mi dispiace tanto. Sicuramente si doveva dare una mano di più a lui e anche quando fu squalificato andava difeso e questo era il pensiero della tifoseria. Piansi una settimana nel vedere il Napoli senza Maradona. Gli azzurri si sono ripresi un po’ grazie a De Laurentiis che sta facendo cose incredibili sul piano societario, ma dopo di lui c’è stato il nulla. Allenarsi e giocare con lui è un qualcosa di unico: quando mi faceva gol lui ero addirittura contento”. 

Nel corso della diretta è intervenuto con un messaggio anche il Dottor Alfonso De Nicola, il quale ha elogiato Batman e si è proposto di ritornare a Napoli, così come già dichiarato ampiamente nei giorni scorsi, insieme a Pino e Raffaele Di Fusco.

Io non capisco come il Napoli abbia rinunciato a De Nicola e non lo abbia ancora richiamato. Ad Alfonso devo molto della mia carriera perché mi ha aiutato dopo il grave infortunio nel ‘93. Se il valore dei calciatori del Napoli è cresciuto molto lo si deve ad Alfonso che ha saputo lavorare sulla prevenzione. Ha avuto anche dei contatti con la Roma ma, come me, ha sempre rifiutato. Ha investito quindici anni della sua carriera e quello che è stato fatto a lui non è stato per niente corretto. ADL ha una stima immensa per De Nicola e spero che possa riprenderlo: è troppo importante per il Napoli. Se è andato via è perché qualcuno non lo ha visto più di buon occhio”.

Stagione ‘97-‘98: ricordo una campagna di rafforzamento per nulla male (Protti, Bellucci, Rossitto). Poi qualcosa si è rotto: cosa è successo?

È stata un’annata bruttissima e strana perché la squadra non era male nonostante non fosse assemblata benissimo. Ad inizio campionato ci furono sconfitte che ci tagliarono le gambe (ad esempio 6-2 contro la Roma). È stato fatto un disastro dalla A alla Z: quattro allenatori diversi, 4 direttori sportivi diversi. Con quella retrocessione è anche finita in un certo senso la mia carriera perché fui segnato psicologicamente. Per me il Napoli era tutto e rimasi anche quando scese in B per riportarlo subito in A. Volevano portarmi all’estero ma rimasi e fu in B che mi rigenerai. Per un portiere è difficile riprendersi ma riuscii a farlo, seppur non del tutto perché certe cose ti fanno male. Ad un certo punto divenni l’ultimo sacrificabile per una plusvalenza importante e mi dissero: “O vai via o ti porti il Napoli fallito sulla coscienza”. Oggi ritornerei gratis in azzurro. Se posso consigliare qualcuno al Presidente, farei i nomi di Di Fusco e Iezzo che hanno l’azzurro nel cuore e che conoscono l’ambiente. Giocare nel Napoli non è per tutti: il portiere è visto sempre in maniera molto critica e per questo c’è bisogno di gente con la loro esperienza”.

Prima della sosta abbiamo assistito alla retrocessione di Meret in panchina con contestuale promozione di Ospina titolare. Come vedi questa tendenza del calcio moderno a preferire i portieri bravi con i piedi?

Non rinuncerei mai a Meret, è un fenomeno: raccoglie la vecchia generazione perché è bravo a chiuder la porta ed è onnipresente. Non lo vedo tra l’altro così disastroso con i piedi. L’allenatore è Gattuso e avrà le sue ragioni, ma non riesco a capire come si lasci in panchina un fenomeno come Meret; lo farei giocare anche quando è infortunato. Meret ha portato il Napoli avanti in Champions ed in campionato Ancelotti deve ringraziare proprio lui perché senza l’ex Udinese i partenopei avrebbero avuto dai 6 ai 10 punti in meno. A me dispiace questa situazione: è un ragazzo serio, che bisogna far giocare e far allenare in un certo modo. Il fenomeno con i piedi era Reina, Ospina è bravo ma non ai suoi livelli. La mia paura è che Meret possa andare via: il calcio moderno è fatto così e non si fanno molti calcoli come prima. Lui e Donnarumma si giocano praticamente il titolo di miglior portiere italiano di oggi. I tempi poi sono cambiati e con essi anche il modo di valutare i portieri: prima si guardava più lo stile e la reattività, oggi conta molto la presenza fisica”.

Oltre al Napoli, che definisci la tua squadra del cuore, qual è la piazza a cui sei più legato?

Sicuramente il Palermo: sono stato lì due anni ed è stata la piazza che mi ha permesso di mettermi in mostra nel professionismo. A Napoli mi chiamarono in sede e mi dissero che avrei fatto esperienza in C. Andai lì come dodicesimo perché c’era Pappalardo che aveva già esperienza in Sicilia. Il Napoli stesso non pensava che potessi diventare subito titolare. Andammo in ritiro e fui messo al pari di Pappalardo: giocammo quattro partite in Coppa Italia e facemmo due partite ciascuno. Iniziammo poi il campionato a Pesaro e fu lì che divenni titolare”.

Hai giocato con Batistuta e con tanti altri campioni. Inoltre sei il primatista assoluto in percentuale di rigori parati in rapporto a quelli totali.

Batistuta è stato quello che non mi faceva dormire la notte. Chiunque lo marcava faceva sempre gol, come attaccante era un qualcosa di allucinante. Al di là degli attaccanti avuti a Napoli, tra i più forti c’era sicuramente anche Van Basten. Negli ultimi tempi ha rilasciato un’intervista controversa che non condivido ma ciò non toglie la straordinarietà di un calciatore che è stato penalizzato da un infortunio pesante. Sui rigori c’era uno studio statistico: si studiavano i vari rigoristi e mi appuntavo le percentuali di tiro. Inoltre ogni squadra all’epoca aveva un suo pallone diverso, non c’era il pallone unico ed in settimana mi allenavo con i palloni della squadra avversaria. Nella vita di un portiere le parate miracolose si contano sulle dita di una mano, ma sono quelle le cose per cui ti alleni anni e anni. 

Una considerazione su Alisson e Ter Stegen?

Alisson mi piace molto, ha una forza incredibile, bravo con i piedi e tra i pali. Credo sia il migliore al mondo e l’ha dimostrato tranquillamente. Ter Stegen è fortissimo, ma non riesco a vedere quando esce in stile Hockey sul ghiaccio. Ai nostri tempi se incontravi attaccanti tipo Careca e Giordano ti facevano lo scavetto”.

Il tuo rapporto con la Nazionale?

In quegli anni era molto difficile arrivare in Nazionale. Mi dava carica voler arrivare a quel livello ma ho sempre accettato perché prima il livello era altissimo”.

Di seguito, i VIDEO dell’intervento di Taglialatela

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