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Il calcio che vorremmo

Editoriale Prima Pagina
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Ci sono molti aspetti sconcertanti e per certi versi inspiegabili nella vicenda della Superlega: i tempi, i modi, l’improvvisazione, il crollo repentino nel giro di poche ore, come un castello di carte abbattuto da un refolo di vento.

Ma ce n’è uno davvero inspiegabile: il coinvolgimento di JP Morgan, la più grande banca del mondo, che capitalizza oltre 420 miliardi di dollari. Definire questa simpatica congrega dei dilettanti allo sbaraglio è un insulto ai dilettanti. Però fa capire molto bene per quale motivo il calcio si sia ridotto così.

In questa splendida storia non ci sono buoni e cattivi, angeli e dèmoni, verginelle e donne di facili costumi: qui ci sono solo cattivi, dèmoni e donne di facili costumi. Come dicono a Roma e dintorni: il più sano c’ha la rogna.

A cominciare dal presidente dell’Uefa, lo sloveno Aleksander Ceferin, che si è presentato come il difensore del calcio puro, dimenticando che se siamo arrivati a questo punto, una bella fetta di responsabilità va ascritta proprio alla federcalcio europea: fu infatti il suo predecessore Michel Platini a varare nel 2009 il Fair Play Finanziario, che avrebbe dovuto tenere sotto controllo i bilanci dei club più spendaccioni. Peccato che il primo a infrangerlo sia stato proprio il Paris Saint Germain, di proprietà di un fondo del Qatar, che nel 2017 lo acquistò Neymar dal Barcellona per una cifra intorno ai 252 milioni di euro, attraverso una complicata operazione di ingegneria finanziaria volta ad aggirare il FFP.

E nel momento in cui il calcio affoga nei debiti, cosa fa l’illuminato Ceferin? Si aumenta lo stipendio di soli 450 mila euro, arrivando così a guadagnare 2 milioni e 190 mila euro l’anno. Niente male.

E la FIFA, passata dalle mani dello svizzero Blatter a quelle dell’italo-svizzero Infantino? E’ stata protagonista dell’assegnazione dei Mondiali del 2022 al Qatar, con voti comprati attraverso mazzette di petrodollari, oltre 1400 morti nella costruzione degli stadi e un’edizione monstre con 48 squadre. Senza contare che la Coppa del Mondo si disputerà dall’11 novembre al 18 dicembre del prossimo anno, costringendo a sospendere e poi riprendere tutti i campionati, con conseguenze imprevedibili sui calciatori. Ma naturalmente alla FIFA interessano solo i soldi di sponsor e televisioni, facendo i propri interessi con i calciatori stipendiati dai club, che giustamente se ne lamentano.

E veniamo appunto ai club, che hanno escogitato questa geniale trovata della Superlega nel disperato tentativo di pararsi il fondoschiena. Perché tecnicamente sarebbero quasi tutti falliti: per anni hanno ingurgitato miliardi di euro di diritti Tv, sponsorizzazioni, incassi da stadio, merchandising. Ma hanno sempre speso più di quanto incassavano. Risultato: voragini nei bilanci, che in un mondo normale avrebbero prodotto processi a raffica e condanne pesanti degli amministratori.

Il fiume di denaro arrivato in anni di sperpero è servito solo ad arricchire calciatori, allenatori, direttori sportivi e procuratori. Lo scorso anno i club europei hanno pagato commissioni ad agenti di giocatori per 400 milioni di euro, quasi un quarto dei quali versato da squadre del campionato italiano.

Ora che gli Agnelli sono tornati all’ovile, bisogna però trovare una via d’uscita. Perché il fallimento della Superlega non ha risolto i problemi. Li ha solo messi in evidenza.

Come si esce da questa situazione? Innanzitutto con una presa di coscienza generale che così non si possa più andare avanti. E poi con provvedimenti mirati.

A cominciare dal Salary Cap, il tetto degli ingaggi, come nell’NBA americana. La Lega stabilisce un limite che ogni club deve rispettare in base agli incassi della stagione precedente e al bacino d’utenza. Chi supera tale limite (cioè la somma degli ingaggi di giocatori e allenatori), non può iscriversi al campionato. Oltre a questo, naturalmente, nessuno dovrebbe spendere più di quanto incassa. In teoria due principi molto semplici, ma serve la volontà di farli rispettare.

Poi c’è bisogno di una riforma dei campionati nazionali. In Italia la serie A a 20 squadre è un lusso che non ci possiamo permettere, pena lo scadimento del livello tecnico e lo svuotamento degli stadi. Ma naturalmente il tasso di conflittualità tra i presidenti ha finora impedito di ridurre il format almeno a 18 squadre.

Lo stesso si deve fare a livello europeo, dove invece si va nella direzione opposta. In un calendario già fittissimo, che produce come conseguenza inevitabile l’aumento degli infortuni e l’espansione delle rose (e quindi l’aumento dei costi), la Uefa ha pensato bene di introdurre una terza competizione, la Conference League, e di varare una riforma della Champions assolutamente cervellotica e assurda.

Si vuole ampliare la partecipazione da 32 a 36 squadre, suddivise in due gironi da 18, in cui ogni club avrebbe assicurato 10 partite estratte a sorte. Si passerebbe così dalle attuali 125 a 225 partite trasmesse in televisione. Follia pura.

Se si vuole davvero salvare i bilanci dei grandi club europei, la strada è invece quella della diminuzione delle squadre e del conseguente miglioramento del livello tecnico delle partite. Solo così si potrà arrivare a un’equa distribuzione delle risorse e all’aumento degli introiti, derivanti dagli sconfinati mercati asiatici, arabi e americani, che rappresentavano l’obiettivo primario dell’abortita Superlega.

Ma ci sarà la volontà di ripensare e riformare tutto il calcio oppure l’orchestra continuerà a suonare mentre il Titanic affonda? Lo sapremo presto. Ma conoscendo i personaggi, consentiteci di non essere molto ottimisti.

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